Intervista a Emilio De Marchi

Come è arrivato in Germania?

Con il diploma di ragioneria avrei potuto cercare un posto in banca, invece ho risposto a un annuncio su un giornale in cui cercavano camerieri stagionali in una gelateria di Braunschweig, una cittadina tra Berlino e Hannover che allora era vicina al confine con la Germania Orientale. Nel ’79 ho preso il treno da Padova e mi sono ritrovato con un orco del Vajont che teneva in pugno la gelateria e i camerieri. Ho lavorato sette mesi senza mai un giorno di pausa. Ogni tre giorni avevo due ore libere. Lui controllava che alle undici fossi a letto. È stato il mio battesimo del fuoco. I miei compagni avevano alle spalle situazioni difficili, tossicodipendenze. Io ero lì per mia scelta.

Mi viene in mente un racconto di Kafka, Una relazione per un’accademia, in cui a una scimmia, che è stata catturata e ha provato varie volte a fuggire, è data alla fine la possibilità di scegliere se essere mandata allo zoo o al circo. La scimmia sceglie il circo, pur consapevole che sarà una vita estenuante e precaria. Alla domanda se il circo renda più liberi dello zoo risponde: non mi si parli di libertà, cercavo solo una via d’uscita!

A quell’epoca ero rimasto colpito dal Battello ebbro di Rimbaud. Rimbaud voleva vedere la vita da un altro punto di vista. Io è un altro, diceva. Volevo uscire dal calcolo continuo dei vantaggi e degli interessi e trovare un’altra dimensione, una nuova realtà. È stata questa ricerca che mi ha portato in Germania. Era qui che dovevo rinascere. Come diceva Conrad, nascere significa cadere in mare. Ho fatto un salto in qualcosa di sconosciuto. Del mare vedi sopra le onde, ma sotto non sai cosa c’è.

Appena tornato in Italia non vedevo l’ora di ripartire per la Germania. L’anno dopo sono andato a lavorare in un mulino, sempre a Braunschweig. Caricavo e scaricavo sacchi di farina per dieci ore al giorno. D’inverno c’erano venti gradi sotto zero. Il freddo era impressionante. Ho lavorato sei mesi lì, poi ho cominciato a studiare tedesco e ho fatto l’esame di ammissione all’università. Un professore mi ha preso sotto la sua protezione e mi ha fatto insegnare italiano come assistente mentre studiavo germanistica e linguistica. L’ho fatto per due anni, è stato uno dei periodi più belli della mia vita.

Come ha scoperto il teatro?

All’inizio ho fatto la comparsa negli spettacoli del Teatro stabile di Braunschweig, dove facevano anche il balletto e la lirica. Ho partecipato al Rigoletto e alla Madame Pompadour. Nel Cyrano de Bergerac ho interpretato un cadetto di Guascogna. Nel quarto atto, la nostra compagnia è assediata dagli spagnoli e non c’è via di fuga. Cyrano per rinfrancare i cadetti parla della loro terra e durante il suo monologo ho cominciato a piangere. Avevo ventun anni. È stato un terremoto, ho rivisto tutto, la mia vita a Candiana, a Padova, le corse in corriera, gli amici, la musica di Guccini e di De André. Il capitano mi prende a parte e dice a Cyrano: ma la vuoi smettere? Non vedi che li fai piangere. In quel momento si crea un triangolo tra me, il capitano e Cyrano, una specie di imbuto che si apre verso il pubblico, che era invisibile, un buco nero. Sono stato scaraventato in una voragine e poi sono tornato. 

È stato quello il momento in cui è morto e rinato?

Huxley la voragine l’ha esplorata con le droghe. Ma a monte c’era il suo desiderio di conoscenza. A chi bussa sarà aperto. Il movimento verso la conoscenza non si può indurre nemmeno con la droga più potente.

Nell’arte drammatica c’è qualcosa di magico, qualcosa legato alla sorgente dell’essere umano. È stato questo a spostare il mio equilibrio.

Un tempo l’attore era iniziato dal maestro. Nessuno poteva assistere alla trasmissione del segreto. Marcello Moretti, che ha fatto l’Arlecchino con Strehler, quando ha scelto come successore Ferruccio Soleri, non permetteva a nessuno di partecipare alle prove.

Qual è stato il suo primo spettacolo?

È stato un Robinson Crusoe per bambini. Ero un marinaio italiano, anche se il mio tedesco di allora era già abbastanza buono per recitare uno spettacolo di un’ora e mezza in cui ero in scena dal primo all’ultimo minuto. Venerdì lo interpretava un ghanese simpaticissimo e poi c’era un uccello danzante fatto da una ballerina tedesca. Eravamo due esseri umani scaraventati sulla spiaggia di un’isola deserta. Era uno spettacolo di comunicazione interculturale.

Mentre eravamo in tournée a Lubecca, sono stato invitato a fare un provino ad Amburgo. Il regista Peter Heusch stava fondando un nuovo ensemble. Voleva fare teatro per bambini e giovani. Testi moderni, immediati. Dopo il provino, Peter mi ha detto che potevo cominciare quando volevo. Mi sono ritrovato in una posizione molto difficile. Mi ero appena creato a Braunschweig una situazione meravigliosa, ma alla fine ho mollato tutto e sono andato ad Amburgo.

Lì ho cominciato a cercare di capire che cosa fosse la professione che avevo scelto. Si dice che gli attori comincino a capire dopo vent’anni di che cosa si tratti. È un lavoro a togliere, a conoscere se stessi. Cominci con uno strumento, il corpo: è un manico di scopa che devi rompere, spaccare in mille pezzi e ricomporre. È un viaggio verso l’interno di se stessi.