Intervista a Emilio De Marchi

Come intende la professione dell’attore?

Ci sono tanti modi. Dipende da cosa cerchi. Posso dire solo quello che mi riguarda. Per me è un processo che ti porti dentro fino alla tomba, fino all’ultimo respiro. Sarai sempre in viaggio. Io sono in viaggio da quarant’anni.

E poi mi ha intrigato l’aspetto antropologico dell’arte drammatica, la sua indagine sull’origine dell’essere umano. Chi siamo? 

Goethe parlava di Menschwerdung, il diventare essere umani. Una scommessa in gran parte perduta. Non basta essere nati nel mondo. Non per questo sei un essere umano. Ma te lo devi conquistare con la consapevolezza, morendo a te stesso tante volte. Goethe nel Faust diceva:

Und so lang du das nicht hast,

Dieses: Stirb und werde!

Bist du nur ein trüber Gast

Auf der dunklen Erde.

(finché tu non comprendi questo: “muori e diventa”, sarai solo un ospite opaco su questa scura terra)

Von Kleist diceva: una volta che è stato cacciato dal Paradiso può l’uomo tornarci? Sì. Ma non dalla porta principale, deve fare il giro del pianeta ed entrare dalla porta di dietro.

L’uomo il Paradiso se lo riconquista con la consapevolezza e il lavoro su se stesso. Con l’apertura di quei centri insiti nella sua persona, con l’accensione della luce della consapevolezza. Per me il teatro è l’accensione dell’essere umano, è l’accensione anche del pubblico che partecipa a questo antichissimo rito.

E il cinema?

Il punto di partenza è il teatro. Il cinema è un’altra cosa. È la fotografia dell’intimo dell’attore mentre pensa. La telecamera legge il tuo pensiero, il tuo divenire. È come osservare un fiore che apre i petali. Il teatro è riempire lo spazio, è tutto un alfabeto diverso. Si può fare cinema senza essere un attore, ma per fare teatro devi essere un attore.

Uno dei film più importanti in cui lei ha lavorato è stato La passione di Cristo di Mel Gibson, in cui lei interpretava un centurione che accompagna Gesù dal pretorio fino al Golgota.

Il set de La passione di Cristo è stato molto duro. Sveglia alle quattro, due ore di esercizi di preparazione psicofisica. Alle sei ti venivano a prendere. Poi due ore per i costumi e il trucco. A Matera la mattina c’erano zero gradi e io ero vestito come un soldato romano, mezzo nudo. Alle otto iniziavamo a girare con centinaia di comparse e decine di telecamere, fino alle cinque di pomeriggio. È stato un set impegnativo, che mi sono conquistato sul campo, centimetro per centimetro.

Ci sono attori che sono passati attraverso prove anche più estreme, che hanno fatto dei viaggi incredibili. Stiamo parlando di persone che sono arrivate al limite della pazzia. In Italia Elio Germano ha fatto un lavoro di ricerca impressionante con il personaggio di Ligabue in Volevo nascondermi. Quest’anno alla Berlinale ha vinto il premio come miglior attore. E ha partecipato al festival con un altro film, Favolacce, che ha vinto l’Orso d’argento per la sceneggiatura.

Anch’io ho vinto un premio come miglior attore partecipando con due film al festival Opera Prima di Gallio nel 2007. Il premio l’ho vinto con Nero bifamiliare di Federico Zampaglione, dove interpretavo un immigrato slavo, ma ero presente anche con Apnea di Roberto Dordit, dove facevo un industriale del Nordest.

Elio Germano è un attore di grande talento. Bisogna anche dire che ha avuto la possibilità di recitare in quei ruoli. Sul set di Einsteins Ende di Jürgen Keizig ho lavorato con Christoph Waltz, che aveva fatto teatro e televisione ad alti livelli, ma aveva sviluppato una buona dose di cinismo verso il mondo del cinema. Poi a cinquant’anni ha fatto un provino con Quentin Tarantino che l’ha scelto per interpretare l’ufficiale delle SS Landa in Inglorious bastards e ha vinto l’Oscar come miglior attore non protagonista. Dopodiché Tarantino lo richiama per Django Unchained e arriva il secondo Oscar.

Prima di spostarsi a Berlino lei ha vissuto vent’anni ad Amburgo.

Amburgo è una città femminile, dionisiaca. Una città di mercanti e puttane. C’è il porto, il confronto con l’acqua è continuo. Come un ratto vaghi tra canali e meandri, entri in contatto con il mondo sotterraneo. Rispetto ad Amburgo, Berlino invece è maschile, non dico solare, ma sicuramente apollinea. È estesa, ha larghi spazi. È legata all’intelletto.

Alla fine, mi reputo un essere umano. Questo volevo essere e spero di essere sulla strada per diventarlo.

Diventare. Fichte scrisse: frei sein ist nichts, frei werden ist der Himmel (essere liberi è niente, diventarlo è il Cielo).

Sì, tendiamo verso il Cielo. Siamo l’albero capovolto. Nella cabala ebraica l’essere umano è rappresentato come un albero capovolto: le radici sono verso il cielo, il tronco è la connessione tra alto e basso e la chioma si sviluppa sulla terra. Ognuno anela alla sua radice. È un cammino a ritroso verso le proprie origini, un annientamento di se stesso. Un attore diceva: più divento vecchio e più mi conquisto il mio volto da bambino. Lo stesso discorso che faceva von Kleist: per rientrare in paradiso devi usare la porta secondaria.

Battiato, in Prospettiva Nevski, cantava: e il mio maestro mi insegnò com’è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire.

Proprio così. È il discorso dell’integrazione dei contrari come nel Matrimonio del Cielo e dell’Inferno di Blake. L’alba e il tramonto, il caldo e il freddo, il buio e la luce. L’essere umano è fatto di contraddizioni. In una parabola Gesù racconta di un campo dove, mischiata al grano, cresce la zizzania. Quando i servi chiedono al padrone se vuole che la strappino, il padrone risponde di no, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sia sradicato anche il grano. Solo al tempo della mietitura la zizzania sarà raccolta per essere bruciata, mentre il grano sarà riposto nel granaio.

Puoi desiderare quanto vuoi che l’erbaccia non ci sia, ma non la puoi estirpare. Dobbiamo accettare che siamo masnadieri, paurosi, pieni di invidia e gelosia. Non è piacevole guardare dentro se stessi. La verità sbattuta in faccia fa male, ma dobbiamo essere consapevoli delle erbacce che crescono intorno al grano e, finché siamo qui, affrontarle. È una battaglia continua, quella battaglia di cui parla Goethe, sempre nel Faust:

Das ist der Weisheit letzter Schluß:

Der verdient sich Freiheit wie das Leben,

Der täglich sie erobern muß.

(questa è l’ultima chiave della sapienza: si merita la libertà e la vita solo colui che se le deve conquistare ogni giorno)