Intervista a Ferdi Giardini

Ferdi Giardini e i giovani, da sempre una grande complicità.

“Ho lavorato tanto con i ragazzi, al Politecnico facevo l’allenatore, non l’insegnante, il trainer che ti aiuta a tirare fuori il meglio dal tuo cuore, ho cercato di trasferire questo mio modo di vivere la forma, l’ho fatto per sette anni con i miei allievi, lo continuo a fare tutt’ora incontrando i giovani artisti del futuro che mi chiedono, che vorrebbero sapere da me qual è il momento esatto in cui comprendi che l’opera d’arte è nata.

Quando l’oggetto che viene fuori dalle mie mani anche solo di poco si discosta da tutto questo processo di creazione, io stesso già non ci credo più. C’è un momento preciso in cui tutto si ritrova, il prima, il dopo, ed è solo quello il momento e tu lo senti, lo senti dal fatto che lo puoi toccare, che è tra le tue mani provando esattamente la sensazione che volevi suscitasse. Sui lavori di finto metallo, grandissimi, che realizzavo, ci camminavo sopra, mi ero fatto costruire uno scafandro con una maschera perché la polvere, il pigmento, è come borotalco, arriva dappertutto. Erano sculture di sette metri che realizzavo in due ore, pura tecnica, andava fatto in quel momento, con quella velocità, perché quello era il pensiero e quelli erano i movimenti. Ho provato a rallentare, a riprendere il lavoro il giorno dopo, usciva fuori qualcosa che a me risultava lontana, distante, non mi apparteneva già più, era qualcosa di diverso e perciò non più mio. Buttavo via tutto. Seguire il filo giusto, come Picasso quando diceva “Io non cerco, trovo”. Io sto in attesa, so che troverò quella felice intuizione e poi di lì il grande passaggio. A scuola accanto alla matematica, chimica, geometria descrittiva, italiano, filosofia, dovrebbero introdurre come vera e pura materia scolastica, la meditazione. Saper aspettare, imparare ad aspettare, aspettare che le cose arrivino, e arrivano sempre”.

Cosa pensa del momento attuale? 

“Siamo plagiati dalle persone che ci circondano, che ci giudicano, che ci consigliano per il nostro bene, loro sanno meglio di noi di cosa abbiamo bisogno, loro sanno chi siamo, noi no, non lo sappiamo, loro ci amano, loro ci consigliano, ci convincono che è meglio per tutti essere omologati al sistema, ai luoghi comuni, alle credenze collettive, alle mode, ai desideri vuoti.

E’ meglio per tutti creare classi sociali ben distinte, artigiani, intellettuali, imprenditori, banditi. Ogni categoria avrà il suo lato debole, utilizzabile dal sistema. In questo modo tutti saranno controllati, omologati, nella loro specifica categoria. Quello che il sistema non sa è che l’anima ha una sua dignità che non va svenduta, barattata, per il piacere comune di non disturbare. Se la si educa, la si accudisce, la si nutre, l’anima può sorprenderci e finalmente farci capire chi veramente noi siamo e potremmo essere domani da uomini liberi. Questo è il mio obiettivo, informare i miei allievi, che lavorando con le mani, possiamo diventare consapevoli, non dei nostri limiti ma delle nostre doti e qualità sopite, coperte, da anni di condizionamenti”

Come concluderebbe questa intervista?

“Semplicemente cosi:

Senza alcune concessioni a cose personali, 

non credo nella rivoluzione politica.

Credo nella re-evoluzione poetica.

Siamo seminatori di coscienza.

Quello che dai, te lo dai.

Quello che non dai te lo togli.

Non voglio niente per me, che non sia per gli altri”

Alejandro Jodorowsky