Intervista a Grazia Pulvirenti

Grazia Pulvirenti, germanista e saggista, presidente della Fondazione Lamberto Puggelli, scrive da sempre poesie e prosa. Seguendo il suggerimento di Adalbert Stifter, tiene tutto in un’antica cassapanca almeno quindici anni. Nel 2017 ha pubblicato sulla rivista Soglie la silloge poetica dal titolo amara_mente. Quest’anno è uscito il racconto su Vincenzo Bellini Più forte che la morte. Fantasticheria romantica nel volume collettaneo L’Italia del Père Lachaise. Vies extraordinaires des Italiens de France et des Français d’Italie (Skira, 2020)

Il romanzo Non dipingerai i miei occhi. Storia intima di Jeanne Hébuterne e Amedeo Modigliani (Jouvence, 2020) è la sua opera prima (e lei spera non ultima).

Come ha incontrato Jeanne Hébuterne?

È stato a una mostra. Ho visto un quadro che mi ha impressionato molto, un autoritratto di una pittrice che non conoscevo. Mi sono segnata il nome, ho fatto qualche ricerca e ho capito che era la Jeanne di Modigliani. Il suo volto lo conosciamo, perché lui l’ha dipinta in più di venti ritratti. Ma non trovavo notizie su di lei. Nelle biografie di Modigliani c’è scritto che lei era la sua compagna, nient’altro, ma a me interessava capire che pittrice fosse. Allora ho fatto ricerche più approfondite e ho scoperto che aveva frequentato l’Académie Colarossi e la Scuola di Arti Applicate. Aveva un grande talento manuale e faceva vestiti, cappelli e gioielli.

Di Jeanne non esistono documenti. Quel poco che si sa viene dai diari e dalle memorie dei suoi amici. Di lei sono rimasti solo dipinti e disegni. E una scatolina in cui furono trovati un anellino e alcune cartoline spedite alla sua migliore amica.

Che donna era?

Jeanne è stata rappresentata come una ragazza debole, succube di Modigliani. Ma a me questa cosa non è mai tornata. Le sue opere non sono le calligrafie di una giovinetta, ma esprimono una visione del mondo molto tragica, molto sofferta. Nei suoi ultimi acquerelli si disegna morta. 

Veniva da una famiglia molto tradizionale. Non aveva nemmeno vent’anni quando se ne andò di casa per andare a vivere, o meglio a morire di fame, con un uomo più grande di lei di quindici anni, tubercolotico, ebreo, alcolizzato.

Jeanne fu lo scandalo della sua famiglia.

E subì una doppia damnatio memoriae.

Esatto. Il suo destino fu di essere cancellata dalla famiglia e coperta dall’ombra di Modigliani.

Dopo la morte di Dedo, come Modigliani era chiamato dagli amici, i suoi la riportarono a casa e il giorno dopo lei si suicidò. Era incinta di nove mesi del secondo figlio. La famiglia non permise la celebrazione di esequie congiunte, nemmeno consentì che i due fossero sepolti insieme. Dedo fu accompagnato alla tomba con un grande funerale e fu sepolto a Père Lachaise, mentre i suoi seppellirono Jeanne in un piccolo cimitero e fecero calare il silenzio su di lei.

Come fu riscoperta?

Le opere di Jeanne fortunatamente non sono state distrutte e sono rimaste in una cantina per più di novant’anni. Solo nel 2012 l’ultimo erede le fa esaminare a uno storico dell’arte, che capisce immediatamente il talento e la grande forza espressiva di questa donna.

Quando si suicida era incinta del secondo figlio di Modigliani. Che ne era stato del primo?

Era una bambina. Si chiamava Jeanne, come la madre. La famiglia di lei non la volle e il fratello di Dedo, Giuseppe Emanuele, un importante politico socialista, la portò a Livorno, dove fu cresciuta dalla mamma di Dedo, Eugénie Garsin, una nobile ebrea, molto colta, ma poverissima, e dalla sorella, Margherita. Jeanne è stata una storica dell’arte. Ha scritto due libri sul padre, Modigliani, senza leggenda (Vallecchi, 1958) e Modigliani, mio padre (Abscondita, 2015) e ha costituito gli Archivi Legali Modigliani.

Morì a Parigi il 27 luglio 1984 per emorragia cerebrale. Pare che fosse caduta dalle scale.

Tre giorni prima erano state trovate nel Fosso mediceo a Livorno delle teste di granito, attribuite subito al padre. Jeanne aveva intuito che non erano autentiche e aveva detto che sarebbe andata a Livorno a dimostrarne la falsità.

Un recente libro di Dania Mondini e Claudio Loiodice, L’affare Modigliani (Chiarelettere, 2019), ricostruisce la storia delle numerose falsificazioni delle opere di Modigliani.