Intervista a Grazia Pulvirenti

Torniamo alla madre.

Un paio di anni fa, a una mostra di Tsuguharu Foujita ho scoperto che Jeanne era stata sua modella. Ci sono tre quadri in cui lei è raffigurata.

Jeanne iniziò come modella per inserirsi nell’ambiente. È stato detto che fosse un’allieva di Modigliani e lo copiasse. Per niente! Lui astrae, tira fuori la sacralità, lo spirituale, l’anima. Jeanne è da una parte più realista e dall’altra più espressionista. Il suo sogno di diventare artista lo trasforma in essere parte della vita di Modigliani. Lei non persegue più la sua arte, persegue l’arte di lui.

Per cui lei si sacrifica?

Non proprio. Jeanne si identifica con l’arte di Modigliani, ma continua a dipingere e a esprimere la sua Weltanschauung.

Come ha creato le voci dei suoi personaggi?

La tentazione di fare di Jeanne la voce portante era forte. Ma metterle sulle spalle tutto il racconto mi sembrava che avrebbe sortito l’effetto di deprezzarla. Sarebbe stata una figura isolata che interagiva col suo mondo interiore, mentre lei viveva in mezzo ai dibattiti e agli incontri da cui nacque l’arte moderna e ho creato quindi una polifonia di voci.

Nel suo romanzo fa riferimento a molte opere d’arte.

Attraverso i dipinti nominati Jeanne interagisce con i loro autori. Ebbe degli scambi importanti, non solo con Foujita. Nomino anche quadri in cui Jeanne e Modigliani hanno dipinto lo stesso soggetto e faccio vedere la diversità degli stili e dei modi di vivere l’arte. Per esempio Chaïm Soutine e Pierre-Edouard Baranowski posarono contemporaneamente per Jeanne e Modigliani.

Ho voluto creare un linguaggio che da una parte facesse riferimento a un dato dipinto e dall’altra fosse evocativo, ma evocativo non dell’astrazione, bensì della corporeità.

Usa anche un linguaggio molto esplicito, molto crudo.

Noi vediamo Jeanne come la divinità di Modigliani. Prendiamo un’opera di Picasso e ci facciamo tutti i ragionamenti sulla trasformazione dello sguardo, sulla pluralità delle visioni. Prendiamo Chagall e parliamo dell’assoluto. Ma questi erano uomini che morivano dal freddo e dalla fame. Chi aveva i soldi in quel momento pagava da mangiare agli altri. Vivevano della carità di benefattori come Père Libion del caffè la Rotonde, che si faceva rubare il cibo, e Marie Vassilieff, una scultrice russa, che aprì la sua casa e la trasformò durante la guerra in una cantina dove andavano a mangiare a prezzi stracciati artisti come Apollinaire e Braque. Un’altra era Rosalia Tobia, che era stata modella di Odilon Redon e che aveva aperto una cremeria e dava da mangiare a credito. Modigliani da lei pagava con i disegni.