Intervista a Grazia Pulvirenti

C’era un interesse a collezionare opere a basso costo?

No. Da parte loro no. Questi artisti non godevano di riconoscimenti ufficiali. Modigliani conobbe il successo solo nell’ultimo anno della sua vita, nel 1919, quando venne organizzata una grande mostra dell’arte francese contemporanea a Londra, a cui partecipò grazie al suo amico e mecenate, Léopold Zborowski. Modigliani, che era già troppo malato per andare a Londra, fu quello che venne apprezzato più di tutti.

Zborowski lo conobbe nel 1916. Capì subito che era un grande artista e fecero un accordo: Zborowski gli dava dei soldi per campare, pochi, gli comprava i colori e le tele, gli pagava le modelle e in cambio si prendeva tutti i quadri che faceva. 

Dove abitavano Jeanne e Dedo?

Dedo aveva abitato in varie cités d’artistes, come la Cité Falguière dove visse anche Foujita, e La Ruche. Quest’ultima, che esiste ancora, è un padiglione dell’Esposizione universale del 1900, che lo scultore e mecenate Alfred Boucher aveva acquistato e fatto ricostruire vicino Montparnasse.

Quando Jeanne entrò nella vita di Dedo, Zborowski sperò che questo rapporto avrebbe dato stabilità all’artista e prese per la coppia una soffitta al numero 8 di Rue de la Grande-Chaumière al Carrefour Vavin, dove si incontrano il Boulevard du Montparnasse e il Boulevard Raspail. Lì aveva sede l’Académie Colarossi e non lontano aveva abitato Gauguin.

Il palazzo da fuori è pulitissimo, è una residenza borghese. La soffitta di Jeanne e Dedo è nella parte interna della casa e per raggiungerla bisogna attraversare un cortiletto dimesso e trasandato, che probabilmente non è cambiato dagli inizi del Novecento. Esiste un dipinto di Jeanne dove si vede il cortile dall’alto. Anche le scale che portano alla soffitta sono rimaste come cento anni fa. L’intonaco delle pareti è scrostato, ci sono macchie d’umidità. Le scale non finiscono mai. Sono quattro piani di scalini corrosi e scivolosi.

Una volta ho raggiunto la porta della soffitta e ho avuto il coraggio di suonare. Mi apre un fricchettone. Potrei dare uno sguardo, dico, sono una studiosa di Modigliani. Poi sento una donna gridare come una pazza: se ne vada via, sennò chiamo la gendarmeria!

L’atelier purtroppo non sono riuscita a vederlo. Mi è rimasta dentro la scala. Mi ha dato la dimensione della corporeità, della sofferenza dei corpi. Noi vediamo i quadri perfetti di Modigliani, pensiamo alle riflessioni teoriche di Braque. Ma questi si facevano ogni volta quattro piani di scale a piedi. Su e giù. Immaginiamoci Jeanne incinta, che saliva e scendeva quelle scale. 

Dedo morì in quella soffitta?

Jeanne e Dedo scomparvero per una settimana. Nessuno ne sapeva più niente. Nello stesso palazzo abitava un altro artista, Manuel Ortiz de Zárate. Fu lui che li ritrovò. Il pavimento era ricoperto di scatole di sardine aperte e Jeanne e Dedo erano a letto, abbracciati, in un lago di sangue e vomito.

Due cose mi hanno colpito. La prima è che lei non abbia fatto niente. Non chiamò nessuno, né un amico, né un dottore. Come aveva dipinto se stessa morta, così aveva avuto un presagio della fine, al quale non si era opposta, ma si era abbandonata, nonostante la gravidanza ormai al termine.

La seconda è che probabilmente tutti sapevano che lui stesse morendo, di sicuro lo sapeva Zborowski. Zárate raccontò di aver chiamato lui e un medico, ma solo il medico arrivò. La diagnosi non lasciava scampo: meningite tubercolare.

Dedo era ancora vivo e cosciente e fu portato alla Charité, dove morì il 24 gennaio 1920.

Jeanne era stata riportata a casa dei genitori. All’alba del 25 si lasciò cadere da una finestra del quinto piano con il figlio di nove mesi in grembo.

E si ricongiunse a Dedo.