Intervista a Maurizio Gregorini

In esclusiva per Condivisione Democratica l’intervista al lirico romano Maurizio Gregorini che ci racconta i trent’anni di poesia raccolti nel suo ultimo volume “Sigillo di spine”. E non solo.

Controverso e contraddittorio, outsider e anticonformista, poco incline alle regole. Amato, molto, contestato, molto. In ogni caso atteso, da tutti. Schivo, riservato, volutamente fuori dalle scene, dai palcoscenici, dalla tv, dai media in generale, quasi completamente ormai da anni, Maurizio Gregorini è “il poeta”, un uomo che ha sempre detto ciò che pensa, libero da padroni, silenzioso nel rumore altissimo della sua poesia che fa clamore nonostante la sua distanza dalla ribalta. 

Personaggio inconsueto nel panorama della poesia italiana, incluso in antologie varie, tradotto in inglese da David Brandon Haughton, Maurizio Gregorini sembra vivere per assenza la propria musa ispiratrice: difficile che rilasci interviste, arduo che lo si veda partecipare a qualche reading, impegnativo che intervenga a favore di questo o quel poeta o a qualche presentazione di libri. Di recente si è lasciato coinvolgere a partecipare al “Roman Poetry Festival. Quarant’anni dopo il Festival Internazionale dei Poeti” (da cui è stato tratto un volume a cura di Igor Patruno) e a “Vita d’Artista”, a cura di Jonathan Giustini e Monica Cecchini, evento patrocinato dal Municipio di Roma Centro.

La sua intera opera in versi, “Sigillo di spine”, è stata pubblicata da Castelvecchi, libro complesso ma significativo, dove l’irrequietezza irrazionale, la ribellione, le requisitorie, l’amore immaginifico e contradditorio, l’esaltazione della disperazione e della speranza, nonché un riconoscimento di un proprio peccato e della conseguente redenzione, fanno di questa sua prima summa poetica uno spaccato insolito e spiazzante; qui il lettore può scorgere i riflessi della lascivia sentimentale e della volontà di una purificazione continuamente frustrata dalla concorrente volontà di perdizione.

Nel corso dei tre decenni, molti si sono interessati alla sua opera, da Livia De Stefani, che tornava ad “udire in essa una musica barbarica e al tempo stesso misteriosamente angelica, insomma, qualcosa di molto simile al suono di un Tam-tam mescolato a quello di un flauto”, a Dario Bellezza che affermava come “un poeta omosessuale tra i più importanti del panorama italiano che meriterebbe che il pubblico gay, e non, lo comprasse, è Maurizio Gregorini. Di taglio sentimentale, la sua poesia meriterebbe maggior udienza, perché con la sua scrittura evocativa e leggera, sonda l’eterno terreno dell’amore e lo fa con una grazia ed una lucidità notevoli”, a Riccardo Reim che scrivendo una postfazione per “Attesa di luce” annotava come “‘Luglio sorprende./ Mi trova impreparato’: altrettanto potrebbe dirsi di questi versi, che procedono sinuosi sulla pagina a braccetto, viene da dire, con un nutrito gruppo di (amorose?) amicizie di menti e di intenti -che vanno da Apollinaire a Eliot a Pasolini a Bellezza- vissute in punta di piedi e di penna. Fatti, persone, incidenti, ricordi: tutto viene annotato, ‘narrato’ in stringate parole, bisbigliato in un serrato colloquio senza pudori né misericordie. Un inferno, certo, ma anche questo apparentemente svagato e del tutto indubbiamente ‘romano’, come gli ocra delle tele di Scipione, come le parole che proprio Dario diceva al tavolo di un caffè di Campo de’ Fiori sulla oscenità della gente e delle cose, senza nessuna acredine e senza troppo dolore”, a Luca Canali che lo ha definito -riferendosi alle prime pubblicazioni- il nuovo Catullo. “Sigillo di spine” inserisce versi sì aspri, ma nello stesso tempo di un lirismo toccante, in cui anche l’amore diviene ambiguo: è anche amore altro, amore paradigmatico, quello di Dio, descritto con l’angoscia e le dicotomie di chi vive la cosiddetta (da altri) diversità in maniera complessa, ma fiera.

E provare questa navigazione emotiva, tutt’altro che monodimensionale, potrebbe immettere nel lettore quei ‘vortici’ passionali e irresistibili, quei luoghi immaginari e fisici dove l’incontrollabile vagare dei sensi ruota su sé stesso, facendo colare a picco l’imbarcazione dell’esistenza. Epigrammatica, solare ed umbratile come le stagioni della natura, la poesia sembra essere per Gregorini l’unico referente di un’altalenante ricerca, fatta di abbandoni, incontri e fulminanti rivelazioni. Soprattutto in “Sigillo di spine” si evince come l’amore, allora, indagato nella sua carica primitiva e carnale, divenga un rituale dionisiaco in cui è impossibile saziare l’infinito desiderio dei sensi. Il sentimento qui, ogni volta, cambia i suoi cromosomi, divenendo inclassificabile ma pur sempre nuovo, sorprendente. 

Per i lettori di Condivisione Democratica Maurizio Gregorini ci ha concesso una intervista inedita ed esclusiva in cui racconta trent’anni di poesia ed oltre cinquant’anni di vita, concedendoci un enorme privilegio per cui lo ringraziamo moltissimo.