Intervista a Maurizio Gregorini

Gregorini, “Sigillo di spine” omaggia i suoi trent’anni di attività poetica, ed era da anni che non licenziava poesia. Cosa vuol significare essere poeti ed esserlo in questo tempo?

“Trent’anni. Sembra ieri la pubblicazione di “Vuoti di colore”, prima raccolta di poesie. Ma il tempo scorre inesorabilmente per tutti, ed è giusto invecchiare. L’opera omnia include i libri pubblicati e vari inediti, ma non tutto ciò che ho scritto. Ad esempio non vi ho inserito parte di ciò che all’epoca, col mio amico poeta Agostino Raff, scartammo per l’edizione dell’‘Odore del nulla’, oltre settanta poesie; non sono poi comprese altre stralciate da ‘Attesa di luce’ (i mesi citati dell’anno erano tutti inclusi), e altre sia dall’‘Ergastolano in fuga’ che da ‘Mosaico’. Ma il volume era già voluminoso di per sé (le rivelo una cosa simpatica: quando Pietro D’Amore” ha inteso pubblicarlo, credeva si trattasse di un libro intorno alle duecento pagine; vedendosene arrivare oltre quattrocento si è quasi sentito male, ma ha accettato, ponendo come prezzo di vendita ottanta euro, ma a quel punto mi sono sentito male io: chi lo avrebbe comprato ad un costo così eccessivo? Poi è giunto il compromesso, cinquanta euro per quattrocentotrenta pagine. Che vuol farci? L’editoria fa pagare cara la poesia: libri di sole un centinaio di pagine a ventidue euro. Non è follia?) e in più, sebbene parte del lavoro l’avevo già fatto negli anni scorsi, m’ero stancato di ispezionare quelle apparse in riviste, quotidiani, mensili ecc. ecc. Tanto, chi può ricordarle se non me? Però di inediti ne ho inseriti oltre cinquanta mai pubblicati in precedenza: quelli stralciati da ‘Violati dal segno di fuoco’, ad esempio, o quelli usciti in cataloghi, accostati alle opere pittoriche di vari artisti. Credo basti, perché si è trattato di un lavoro estenuante e nel portarlo a termine (ricontrollare i libri editi pagina per pagina, correggere le bozze), ho goduto, come sempre, dell’aiuto di Raffaella Belli, poetessa e amica mia. Essere poeti? Vuol dire stare sempre contro, ad esempio contro una società che ci vuole marionette imbecilli, facili da gestire; vuol dire essere contro ogni forma di violenza; significa attenzione alle cose minime della terra; vuol dire vivere appieno una esperienza di visioni, magari inattuabili, però vive, concrete; essere poeti può voler dire che si è contro una scala di valori idioti e castranti. Essere poeti è un atto di coraggio, contro ogni bruttura e ingiustizia del mondo. Essere poeti oggi, significa rifiutare norme assurde, che compromettono l’evoluzione dell’anima, la temperanza da ogni impulso dei sensi; ciò indica guerreggiare per la propria libertà, per ogni emancipazione possibile”.

Come ha proceduto nell’inserire le opere giovanili? Le ha corrette, modificate?

“Rileggersi è sempre qualcosa di fastidioso, almeno per me. Capita che in alcuni momenti trovi ciò che ho scritto significante, completo; capita che in altri lampi io disapprovi per intero ciò che ho pubblicato. Che dire? Credo sia una faccenda che riguardi ogni poeta. Quindi sì, ho interceduto dove ritenevo necessario. Per ciò che concerne le varianti, sono solito ripetere che non mi sembrava giusto, verso il mio sentimento poetico di allora, acerbo sì, ma genuino, rifiutare i versi giovanili delle prime pubblicazioni. Sono quindi state trasformazioni servite a rinvenire un po’ della mia sensibilità espressiva attuale. Anche questo sotto aspetto ciò che era apparso precedentemente, è ora da considerare sconosciuto; mi spiego ulteriormente: coloro che hanno già letto in passato i miei libri, se avranno tra le mani ‘Sigillo di spine’ vi troveranno -tramite le variazioni arrecate- un attuale senso di lettura, appunto, anch’esso inedito. Lo segnalo nella nota introduttiva all’opera: l’anima poetica è atemporale e, in quanto tale, immutabile; le forme in cui essa prende corpo sono soggette a inevitabili trasformazioni, come in una naturale evoluzione biologica”.

Ma, data la chance, non è un peccato che altro materiale sia stato escluso?

“Non cambia molto. Inoltre non si poteva certo editare quel che poteva essere definito un elenco del telefono. Le confesso che in tanti si sono espressi negativamente su “Sigillo di spine”: una opera del genere a cinquantasette anni… sono edizioni da realizzare al termine della vita… di certo c’è di mezzo la tua presunzione… la tua arroganza… senti di essere importante?, e bla bla bla… ma chi può dirlo? Magari muoio domani e quindi la pubblicazione possederebbe un senso; perlomeno ha aumentato la lista dei miei nemici, un fatto che venero, anche perché, è ovvio, l’invidia serpeggia. Ma m’è stata proposta da un ottimo editore, e allora?, dovevo rifiutare? Ovviamente, non ho scartato la magnifica possibilità. La verità è che ciò che mi premeva è che l’antologia la realizzassi io, questo sì. Chi meglio di me avrebbe potuto redarla in modo privato? Nessun curatore esterno sarebbe stato in grado di farlo. E, al di là delle variazioni, ho potuto ordinare il materiale per come e quando è stato concepito e non catalogarlo per anni di edizione; ecco perché l’‘Odore del nulla’, sebbene pubblicato nel 2011 compaia qui dopo ‘Discriminazioni’ del 1988 e ‘Violati dal segno di fuoco’, edito nel 1993, sia prima di ‘Attesa di luce’: solo così si può percepire il percorso espressivo che si è andato manifestando con i vari periodi di composizione”. 

Sono a conoscenza che lei ha già pronto un nuovo libro di poesie, “Ki. Segni dallo spirito”. E’ così? “Sigillo di spine” include la produzione fino al 2016. Perché non vi ha inserito anche questo?

“Per la ragione che ‘Sigillo di spine’ segna una mutazione, uno spaccato, tra quel che sono andando scrivendo e ciò che adesso produco. Le spiego: in ‘Vuoti di colore’ vi era la quotidianità di un’azione diretta; in ‘Serpe confusa’ una metafisica che tanto appassionò Amelia Rosselli; in ‘Discriminazioni’ l’esaltazione di un eros di tematica omosessuale e così via. Ora, se le dicessi che tutto questo ancora mi aderisce, la ingannerei. In ‘KI. Segni dallo spirito’ vi è invece rappresentata la sperimentazione della intera summa poetica con un idioma inconsueto, spiazzante, quasi si trattasse di una sorta di lascito poetico, decisamente disgiunto da ciò che già in poesia di me si conosce. E’, inoltre, un libro ancora troppo intimo, dolcemente prepotente per il tema trattato, ossia lo spirito che anima i nostri corpi e che ci permette di essere connessi coll’universo, un registro risolutamente religioso, ma di una riverenza che concerne la vita e non la fede. Del resto per anni la critica mi ha definito un poeta gay cattolico, secondo me errando giudizio, poiché non sono né un poeta omosessuale, né cattolico: sono un poeta, punto; chi preghi o chi faccia entrare nel mio letto è una faccenda che non riguarda la poesia, perlomeno la mia. Inoltre, il mio dialogo con Dio prescinde dalla questione pratica delle fede (una evidenza che il poeta Agostino Raff ha inteso precisamente); è un colloquio della coscienza, dell’animo, scevro da qualsiasi osservazione dei comportamenti che qualunque fede impone all’uomo. Perché è difficile per gli altri comprendere che l’indipendenza dello spirito non ha nulla a che vedere coi dogmi, coi precetti? Voglio dire, per leggere “KI. Segni dallo spirito” bisogna accostarvisi con estrema emancipazione, della mente ma soprattutto del cuore -è la mia opinione, ovvio- e per adesso non me la sento di renderlo pubblico. In più, lo replico, distingue una fase eccessivamente recente del mio percorso poetico, che io stesso debbo presentemente contornare. Infine, a parere mio, arrivati ad una certa esperienza, ci si può sottrarre dell’editare costantemente libri di poesia”.