Intervista a Maurizio Gregorini

Però ha dedicato la sua opera alla “memoria degli omosessuali perseguitati, seviziati, torturati e infine uccisi dai comunisti, fascisti e nazisti, nonché dalle religioni”.

“E dunque? Cosa fa di me questo a suo avviso? Chi oltre me avrebbe potuto farlo? Vogliamo forse negare tuttora i gulag sovietici? Il fatto che Che Guevara ne amava eliminare a centinaia, sparandogli amabilmente? O i campi di concentramento di Castro? Le debbo ricordare la testimonianza toccante sull’oppressione o la ribellione del grande Reinaldo Arenas? La sua rabbia verso Castro? Il fatto che il Partito Comunista italiano tolse la tessera di partito a Pasolini per indecenza morale? (Del resto la sezione francese del partito lo fece anche con Marguerite Duras con la stessa motivazione.) Che la Russia considerava l’Italia a fine Ottocento ‘la culla degli omosessuali’? Che il fascismo li mandò al confine e che il nazismo ne fece cenere sparsa al vento? (Come si possono dimenticare i ‘Triangoli rosa’?) Che in Iran vengono impiccati e in altri paesi del Medioriente gettati dalle terrazze dei palazzi? Che la religione islamica li vorrebbe abbattere in toto? Che il cattolicesimo preferisca il loro pentimento e il non esercizio della loro sessualità? (Come se gli omosessuali fossero degli esercenti che alzano la serranda del proprio negozio e la richiudessero la sera.) La bellezza per la bellezza è pericolosa per ogni dittatura, partito o religione (non sono parole mie, sono di Arenas): la magnificenza è sempre dissidente. Dunque, a suo parere, ho scritto una falsità? Comprendo sia una dedica che irrita (ma me ne frego altamente); però come smentire che i partiti politici, le società, le religioni, odino gli omosessuali -come biasimano i poeti- perché persone prosciolte da ogni regola? Che non si sottomettono ai dettami, ai dettami; individui che stravolgono alcune normali consuetudini dell’esistenza terrestre. Basta guardarsi intorno e non essere ciechi all’evidenza del mondo circostante che ci tocca di vivere. E allora chi se non me poteva dedicare a questa gente, di cui faccio ovviamente parte, un canto? Ciò che di me importuna, anche ad altri poeti, è una disarmante esposizione della veridicità: questo è un aspetto del mio lavoro che non viene assolto. Il mio saggio sulla vita e sulla morte di Dario Bellezza ne è dimostrazione tangibile, ancora adesso. E tornando a ciò che ci siamo detti prima, anche questo poetico portamento di allarmare i benpensanti significa essere ‘contro’”.

Ne è certo?

“Appieno. Ad esempio, quando è stato riedito il volume su Bellezza, sul Corriere della Sera era apparsa una ottima recensione; poi, sempre sulla stessa testata, due mesi dopo, è stato pubblicato un ‘elzeviro’ a firma di Grasso, che ha lodato il saggio ma si è infierito contro di me in maniera disgustosa (tra l’altro io questo signore non l’ho mai incontrato); ha cioè parlato di me in modo riprovevole, salvando però il testo. Il mio amico scrittore Renzo Paris, letto l’elzeviro, mi chiamò pregandomi di contattare la redazione per avere spazio nel controbattere tali affermazioni ed io, ovviamente, come è nella mia natura e come ho assimilato dal mio amato Walt Whitman, ho lasciato perdere. Non ho tempo per queste scempiaggini e non posso dare risposta a dei cretini. Ciò non toglie la mancanza di rispetto dell’articolista per me e per la mia poesia. Ma del resto, chi può contare di poter piacere a tutti? Solo un imbecille”.

Lei è stato inserito in varie antologie e pubblicato in riviste del settore. In “Le parole tra gli uomini” il curatore  Luca Baldoni, nel saggio introduttivo, parlando della triade Penna-Pasolini-Bellezza –“una linea che si accampa come ruolo accentratore e propulsore nel secondo dopoguerra fino al termine degli anni Ottanta del secolo scorso”- sostiene che di questo segmento non sia stato trovato un erede: poi attesta che l’unico e ultimo poeta paragonabile a questa triade, a suo avviso, è lei, nato nel 1962. 

“Nel lungo saggio introduttivo di questa antologia, Baldoni, che ha eseguito il suo lavoro in maniera impeccabile (un attuale zibaldone della poesia gay italiana dal Novecento mancava da noi. Diversamente in altri paesi europei e americani è costantemente presente), è certo che l’asse di questa linea io l’abbia in qualche maniera ereditato. Che dire? Al di là delle sue affettuose parole (nel preliminare spende ampiamente delucidazioni sulla mia opera), non so dirle se ciò sia valido. A me le valutazioni intimidiscono sempre. Credo che Baldoni abbia intenso sottolineare come il linguaggio da me usato sia inconsueto, anticonformista; e su questo ha ragione, poiché la lingua da me utilizzata tiene un mondo tutto suo, a tratti irripetibile (si chiama ‘stile’), irrintracciabile in altri poeti italiani della mia età. Poi però non starei a soffermarmi su chi sia più felice o più riuscito: ognuno di noi può dare esperienza di una propria visione, e nessun’altro può farlo in nostra vece. Vale per la poesia come per qualsiasi altra rivelazione artistica”.

Dalle sue parole si potrebbe evincere che lei non sia entusiasta di essere un poeta antologizzato…

“Le miscellanee sono iniziative editoriali rischiose, raramente sono divulgazioni felici; evito di riferire poi su raccolte a tema, il più delle volte raccapriccianti. Se si trattasse di antologie come quella di Elio Pecora, “Poesia italiana del Novecento”, incantevole impegno sulle voci significative di un arco di tempo distinto, non avrei nulla da reiterare. Ma Elio, oltre ad essere poeta (ossia, capace di assimilare le motivazioni dietro ogni anima che si riferisce in versi) è un ottimo critico, imparziale, e non tutti lo sono. Ci sono le antipatie, le improprietà, le vendette; di norma si antologizza gli amici e gli amici degli amici (si chiama mafia editoriale), insomma, un compito mica facile, che arreca il più delle volte nemici acerrimi. Ora, io non sono a sfavore di iniziative simili, però mi piacerebbe essere consultato prima, decidere se ho voglia o no di parteciparvi. Invece, come è spesso capitato, mi trovo antologizzato senza che il curatore si sia scomodato, non so, a chiedere una liberatoria (le uniche che ho firmato sono state quelle per Baldoni e per il ‘Roman Poetry Festival’) o a darmene notizia; ovviamente, né viene chiesto il permesso di inserire versi, né questi vengono retribuiti, mai. E perché mai dovrei far sempre guadagnare colle mie poesie degli editori? Così, ogni tanto mi trovo a scoprire che sono inserito in raccolte varie (a volte sono i miei lettori a indicarmelo), decisamente imbarazzanti; inserito in impasti fastidiosi, senza che ne sappia nulla. A me i miscugli piacciono poco, una posizione anche motivo di freddezza da parte di poeti e curatori amici; le faccio un esempio: so tramite un poeta (converrebbe però accettarsi se in realtà non sia una bugia) che gli amici poeti Cavallaro e Veneziani si sono offesi per il mio rifiuto di partecipare a delle raccolte, una di poesie per Marylin Monroe e l’altra un ricordo per Riccardo Reim. A me spiace del loro disappunto (tra l’altro mai riferitomi), ma non cedo parte della mia opera solo per il gusto di esserci, di essere presente. Non mi va. Alla mia età l’abdicazione a dei disgusti editoriali viene spontanea. Del resto, il materiale è mio e ne faccio quel che voglio. E sarò franco: sono stufo di essere inconsapevolmente antologizzato in tematiche gay. Non se ne può più. Come se il tema sviluppato sia la sola cosa dignitosamente singolare di questa vita. Per me non è così”.