Intervista a Maurizio Gregorini

Sta enunciando di non essere omosessuale?

“No, ovvio che no. Sto unicamente ribadendo che sono un poeta, e non un poeta gay. Come non sono un poeta religioso o di lotta sociale. Insomma, perché bollare costantemente gli altri? Lo trovo nauseante. Pensi che quando licenziai ‘Vortici. Poesie per l’altro amore’ una certa critica omosessuale lo accolse favorevolmente; poi, quando nelle interviste concesse spiegai che ‘l’altro amore’ era una faccenda rivolta all’Essere Supremo, all’Universo, e non ad un impegno libertino tra uomini, il libro non fu più preso in considerazione. Buffo, no? Questo per dirle che la mia poesia non nasce perché mi sollazzo con gli uomini, prego qualche Dio specifico o ho una preferenza politica: è un verseggiare che è parte del mio spirito, della mia anima, di essere stato, mio malgrado, catapultato qui, sulla terra, in ogni senso. E’ così arduo concepirlo? Sì, pare di sì. Ad ogni modo, non esiste la poesia o la letteratura gay: esiste la poesia, la letteratura. Chi intende spingersi in simili definizioni, è un cretino. Guardi, il discorso sarebbe così ampio che non ho voglia di proseguirlo, sarei tacciato di omofobia, di fascismo, di essere una ‘catto-checca’ come mi hanno definito e come è già capitato. Quindi, null’altro da aggiungere. Per questi omosessuali sono una ‘catto-checca? Un omofobo? Un fascista? Un represso bisessuale? Affari loro, non miei. Io proseguo per la mia strada, incurante di tutto ciò che su di me pronunciano. E guardi che dare a me del razzista, del fascista, dell’omofobo, ce ne vuole: indica non solo non conoscermi, ma nemmeno aver letto una riga della mia opera. Ma me lo lasci dire senza infiorettature: per come conduco la mia vita, sono detestato anzitutto dagli omosessuali -non amo le ghenghe- che non gradiscono il fatto di non brandire posizioni sulle loro lotte di classe o di non gustare molto le compagnie gay (pensi un po’, la stessa posizione di Pasolini sull’omosessualità, anche lui abbondantemente detestato dai gay): prescelgo frequentare le donne, quelle ingegnose: mi realizzano vivo; e questa è una realtà che non si perdona ad un omosessuale e cioè, di non essere parte di un branco, di una lobby, di nessun gregge distinto”.

Per parecchio tempo ha condotto un talkshow televisivo e un bellissimo programma di cultura radiofonico. E’ stato presente con articoli e saggi sui quotidiani. Da anni invece sembra che lei viva un eremitaggio anomalo, interrotto solo dalla partecipazione al ‘Roman Poetry Festival’ e da quella a ‘Vita d’artista’. Stentatamente pubblica articoli sulla sua passione, la musica. Che accade?

“Accade che si invecchia, e che non si ha più voglia di coinvolgersi. Ma poi, ad essere presente non dovrebbe essere l’opera? Sono stanco di ciò che ho intorno, della stupidità, del rincoglionimento generale della gente, stanco della inutilità di certi dialoghi quotidiani. Sembra che la maggioranza delle persone abbia smarrito la concretezza. L’esperienza televisiva e radiofonica è stata costruttiva, però è finita coll’essere invadente. Sa che anche in quel caso era contraddittoria? Ad esempio chi mi apprezza come poeta non ha amato affatto il mio modo di pormi televisivo, mentre chi era coinvolto dalla trasmissione non lo era dai miei libri. Bizzarro, no? Il fatto è stato che divenire ‘personaggio della televisione’ sebbene marginale, aveva lentamente modificato la percezione che avevo di me stesso. E’ stata una fortuna benedetta la decisione di abbandonarla: ho ampiamente detestato nel corso del tempo divenire un personaggio pubblico e questi ultimi anni li ho spesi a riconsiderarmi una persona, un poeta, non un personaggio, particolarmente non un personalità gay. Lei mi chiederà perché avessi accettato, allora. Così; era una opportunità come tante; solo non credevo che il potente mezzo televisivo non avrebbe saputo mantenere una sorta di riservatezza, stato che invece ricerco da sempre. E comunque decidere di lasciare la televisione all’apice del riscontro -di più non avrei potuto dare- è stata una scelta giusta. Prescelgo sia sempre io a dire di no, a rifiutarmi di proseguire. Nella vita mi piacciono le sfide, le difficoltà: lo stipendio mensile e sicuro mi crea disturbo, sopprime la mia ispirazione, e a me non m’hanno ancora ucciso. Gli articoli sui giornali? Le opinioni? Ma a che servono? Anche in questo caso, ho dato. E vogliamo poi aggiungere che tutto questo impegno non sarebbe retribuito? Oramai i giornali hanno preso l’andazzo di non pagare gli articoli e anche gli editori non scherzano: le royalties non si vedono mai. C’è poi da dire che non lavoro su ordinazione: sessanta battute per quaranta righe nel massimo dei casi o direttive su cosa scrivere e come. Inaudito, cose dell’altro mondo; quindi lasciamo spazio a chi vuol intraprendere questo buffo, oramai ridicolo mestiere dell’essere giornalisti. Poi però succede che per affetto e stima, un direttore di quotidiano come l’amico Massimo Maffei -ci conosciamo da oltre trentacinque anni- reclami, per amicizia- ch’io sia voce singolare nel suo giornale, lasciandomi svincolato di scrivere su chi voglia, come voglia, quanto voglia. E allora sì, lavoro con gusto e gioia, pure senza retribuzione; la vera amicizia, quando c’è stima reciproca, significa anche questo”.