Intervista a Maurizio Gregorini

…Ma non ha terminato di rispondere alla mia domanda…

“Ah, si, la questione dell’assenza. Che dire? Essere assenti dalle faccende quotidiane del mondo non vuol dire non parteciparvi. Oramai preferisco stare solo (amo la solitudine; è una questione di scelta, non di imposizione. Ecco perché da oltre vent’anni ho lasciato la Capitale: troppa confusione, volgarità, fretta. Poi non so vivere nei condominii (un raccapriccio; oramai ho ripugnanza degli altri, non mi vergogno ad ammetterlo); privilegio le poche persone che amo e a cui sono legato, e i miei animali: gatti, papere, tartarughe, ricci. Il resto mi attrae poco. Il più degli individui mi incuriosisce di rado; sa, non è facile trovare gente che faccia ragionare il proprio cervello, insomma, che sia affabilmente intelligente. Così leggo molto e ascolto parecchia musica, ventiquattr’ore su ventiquattro. La ascolto anche mentre dormo. Klaus Schulze, Popol Vhu, David Lanz, Harold Budd, Roger Eno, Ravi Shankar e Philip Glass, Michael Jones, Kitaro, George Winston, le “Sources” e il “Passion” di Gabriel, la ‘Musique zen’ e la ‘Musique ancienne japonaise”, le “Cathedral oceans” di John Foxx, a mio avviso note fondamentali per le notti dei poeti. Ah sì, e lavoro, assai. Altrimenti come mi manterrei? In altri termini: una vita piena, dove non c’è spazio per chicchessia; non nutro la necessita di nuove amicizie, né di relazioni amorose. Strano e forse tronfio, ma mi basto da me; insomma, un uomo onanista in ogni cosa, specialmente nelle relazioni col prossimo. E le persone parlano, parlano, parlano -una noia inesauribile-, senza mai offrire all’uditorio qualcosa di sensato. Ma che avranno da proferire?, nulla. Anche i pochi amici che frequento chiacchierano, discorrono… un tedio incommensurabile. Questo agli occhi degli altri fa di me un eccentrico? Un vanitoso? Un presuntuoso? Può darsi, ma me ne frego altamente. Gli anni che restano non sono poi molti; devo spenderli con accuratezza, non con superficialità. Intendo vivere come prepongo io, magari male agli occhi degli altri, ma è una mia scelta. Badi bene che l’assenza, nel mondo irrefrenabile e ipocrita in cui dobbiamo stare, non è mai tale, è pienezza certa, cognizione del cuore. Lei è una notevole scrittrice, inutile enunciare che sono cose che dovrebbe intuire da sola”.

…Le sue partecipazioni al Festival e al reading…

“Le devo all’insistenza e all’affetto di atri due amici. Patruno ha così insistito nel volermi al quarantennale del Festival di Castelporziano che alla fine ho ceduto; una bella esperienza inserita nell’ambito della mostra ‘Poeti a Roma. Resi superbi dall’amicizia’ presso il WeGil di Roma, reading di poesie a quarant’anni anni dal Primo Festival dei poeti di Castelporziano del 1979. Non ha idea della gente che c’era -n’ero sorpreso-  il pubblico sostava anche fuori dalla sala. Un incontro amabile; sono contento di avervi partecipato, soprattutto perché tra i giovani c’era Gabriele Galloni, a detta dell’amico Antonio Veneziani che l’ha scoperto -lo considerava come un figlio- una reale promessa della poesia italiana. E dal poco che ho letto bravo lo era, davvero. Purtroppo è morto a soli venticinque anni qualche giorno fa, una notizia tristissima: non si può morire a questa età, soprattutto se si è poeti e si ha qualcosa di bello da dire; è tragico, ma accade. Restano comunque le sue belle poesie e i quattro libri editi. E’ qualcosa, no? Perlomeno non si è vissuto invano, anche se fugacemente. Jonathan Giustini, anch’egli amico da anni, ha invece organizzato questo splendido reading -Vita d’artista’- appena terminata l’emergenza Covid: ogni sera, per un mese, un autore ha raccontato della sua vita e del suo modo di procedere artisticamente. Oltre me c’è stato Sergio Cammariere, Roberto Kunstler (per tutta la durata dell’evento sono stati esposti i suoi bei disegni), Renzo Zenobi e via dicendo. Che dire? Sono grato della loro ostinazione nel volermi partecipe”.

E’ noto come lei ami poco la poesia italiana. Quali sono le voci che l’hanno influenzata di più? Anche di narrativa, se vuole.

“Non è proprio così. E’ che molte delle voci italiane non mi dicono nulla. Ai vari Caproni, Luzi, Giudici, Zaichen, Calabrò (con tutto il rispetto che ho verso la loro opera, ovviamente letta) ecc. ecc. preferisco gli abbagli cosmici di Lou Reed e Patti Smith. E poi i versi di Yvan Goll, Endre Ady, Derek Walcott, Luis Cernuda, Robert Walser, Xi Murong, Seaumus Heaney, Nina Berberova, Sergej Esenin, Edith Sodergran, Edna Saint Vincent Millay, Lawrence Ferlinghetti, tanto per citarne alcuni. Sono queste le voci che mi toccano il cuore, quelle in cui mi ritrovo facilmente. Che posso farci? Ammetto che tuttora Emily Dickinson, Walt Whitman e Lawrence Ferlinghetti mi commuovono fino allo spasimo. Ciò non vuol dire che la poesia italiana non mi piace, sarebbe un’assurdità inconcepibile anche per me (e guardi che io di poesia ne ho letta tanta, ma talmente tanta che lei non lo immagina nemmeno), non a caso considero David Maria Turoldo il grande lirico del Novecento italiano (come definire quel capolavoro dei ‘Canti ultimi’?). E poi ci sono anche quelli della mia età: Fabrizio Cavallaro non è per nulla comune, come non lo è Raffaella Belli o Vincenza Fava; anche lei La Vecchia non è male: avete un vostro stile specifico in cui mi ritrovo, fruite di una lingua tutta vostra, e non è poco. Ma si tratta di gusti, tutto qui. Null’altro. Nella narrativa l’unico che continua ad entusiasmarmi stabilmente è Carlo Coccioli, uno dei massimi del nostro Novecento, osteggiato da Alberto Moravia e da tutto il suo clan in modo scandaloso, oserei dire oltraggioso (è evidente che Moravia mal digeriva chi fosse più significante di lui): dovrebbe essere letto da chiunque per capire un certo tipo di religiosità, di omosessualità, di ricerca dello spirito. Coccioli è stato il nostro Nikos Kazantzakis: stesso spessore, stessa ricerca del principio immateriale, stesso disagio dell’esistere, stessa scomodità. Non è un caso che scrittori tipo Pier Vittorio Tondelli o Mario Fortunato lo amassero profondamente. Libri come ‘Fabrizio Lupo’, ‘Buddha’, ‘Requiem per un cane’, ‘Piccolo Karma’, ‘Tutta la verità’ sono la summa dell’esistenzialismo del Novecento italiano, che piaccia o no”.