Intervista a Maurizio Gregorini

Ha avuto frequentazioni importanti nel tempo: Luca Canali, Dario Bellezza, Dodi Moscati, Bruno Mantura… persone ora scomparse. Le manca qualcuno?

“Di certo lei si aspetta che io le risponda col nome di Bellezza, ma non è così. Dario era divertentissimo e odioso all’unisono; avere un caratteraccio che non le dico, però era capace di farsi sempre perdonare. Gli ho voluto molto bene. Ma cgi mi manca è Giangiacomo Ladisa, un ragazzo, un poeta, divertentissimo. Un aristocratico d’altri tempi. Generosissimo. Non ci crederà, ma quanto ho riso con lui. Era di una ironia spiazzante”.

Lei gli ha scritto una biografia…

“Non proprio. Accadde questo. Un giorno mi invita a cena in un ristorante trasteverino annunciandomi di volermi parlare. Era un vero signore: mica ti telefonava per comunicarti qualcosa, ti invitava a cena, in locali ottimi. Arrivato mi disse subito che era intenzionato a scrivere la sua esperienza teatrale di vent’anni. Ora, lei mi conosce e sa in che maniera io svincoli sempre da impegni simili. Gli proposi di chiedere a Veneziani, amico comune; mi rispose che no, voleva me, gli piaceva il mio modo di scrivere. Così, per slegarmi senza offenderlo, risposi che di tempo non ne avevo e che comunque la mia partecipazione al progetto gli sarebbe costata parecchio: chiesi settemila euro, pensando che a tale istanza si sarebbe di certo rifiutato. E lui che fa? Tira fuori il libretto di assegni e mi compila l’anticipo. Insomma, mi sono rovinato colle mie proprie mani. Fu un anno di lavoro intenso: le registrazioni in audiocassetta per il materiale, le prime stesure e le cassazioni che vi apportava… più che altro fu un anno in cui ero sempre fatto (ride di gusto, n.d.i.): Ladisa era solito fumare una quindicina di canne al giorno, un atto per me insolito; fatto sta che, seduti vicino, finivo anch’io per respirare passivamente quel che fumava, di ottima qualità, indubbio. Ne risultava che il più delle volte uscivo di casa sua così strafatto, tanto da comprare una bottiglia d’acqua e sostare in macchina per oltre un’ora a smaltire la botta. Spesso qualcuno di passaggio si accostava alla automobile incuriosito dalla musica alta e dal mio ridere incessante. Ma detto ciò, scoprii in quella occasione chi era Giangiacomo e come era considerato dagli altri. Dovetti intervistare varie persone per il progetto, e ognuna di loro possedeva un’ammirazione, una stima impensabili. Sa, Ladisa è stato il primo attore a portare Koltés sui palchi italiani, e lo fece in modo egregio. Come me, sapeva quello che voleva e come lo voleva, un comportamento che ci ha legato profondamente. Era così spassoso. Tra gli intervistati c’era Ugo Gregoretti; aveva firmato la regia di alcuni suoi spettacoli. Gli premeva che intervistassi lui per primo; Gregoretti in quei giorni non stava tanto bene, e Giangiacomo era intimorito che potesse morire. Per cui ogni giorno mi telefonava per accertarsi che avessi stabilito l’incontro. Pensi un po’, è morto prima Ladisa che Gregoretti. Strana la vita, no? Ad ogni modo sono appagato di aver partecipato alla realizzazione di ‘Con gli occhi celesti. Vent’anni di teatro indipendente’; ha fatto bene a volerlo, ad insistere, di lì a breve, senza immaginarlo, sarebbe morto. Mi manca, mi manca la sua cultura, la sua intelligenza, la sua umile superiorità nello sviluppare ogni progetto. Passare del tempo con lui era come immergersi in una fantastica lettura d’esistenza poetica e di intelligenza viva. Di persone dotate e pensanti come lo è stato Ladisa ce ne sono poche, purtroppo. Se n’è andato giovane ed è poco ricordato, soprattutto dagli amici poeti. Anche questo è imbarazzante, deludente”.

L’Italia è tuttora la nazione dei poeti?

“Da come sono trattati, direi di no. Stiamo scivolando verso un regime dittatoriale, inutile girare la faccia altrove, e alle dittature i poeti non piacciono; veda la vicenda di Garcia Lorca o di Reinaldo Arenas, tanto per fare un esempio. A differenza della contraddittoria Russia che i poeti li ama per davvero (sa che molti russi che vivono in Italia una volta alla settimana si incontrano per leggeri i loro poeti e facendolo si emozionano a tal punto da farsi scendere le lacrime sul volto? Un evento che è solito ripetermi la mia amica scrittrice Barbara Alberti), o dell’ambigua America che li osanna visceralmente, noi i poeti li vogliamo innocui, votati al silenzio. Ovviamente mi riferisco alla poesia di qualità, non alle scarse profondità che molti si apprestano a scrivere dichiarandosi tali. Le faccio io una domanda: perché in gran parte del mondo l’impegno dei poeti viene, ad esempio, preso in considerazione dai compositori contemporanei e messo in musica? Abbandoniamo le minuscole splendide possibilità regalateci da Angelo Branduardi colla sua “Confessioni di un malandrino” di Esenin (adattata per l’occasione dal poeta Franco Fortini) o col suo “Dieci ballate su liriche di William Butler Yeats”, o con le belle interpretazioni di Alice su versi pasoliniani, senza tralasciare la Ferri colle sue interpretazioni di Pasolini (‘Cristo al Mandrione’, “Il valzer della toppa’ -tanto per fare un esempio-, anche se per Gabriella Pasolini scriveva testi e non poesie, interpretati pure da Laura Betti e Maria Monti), o le stesure musicali di Giovanni Nuti sui testi della Merini interpretati anche da Milva o, ancora, l’impegno inconsueto svolto per Garcia Lorca da Iva Zanicchi e Marisa Sannia: la prima nel 1975 realizza un elleppì titolato ‘Io sarò la tua idea’, testi liberamenti tratti da immagini poetiche lorchiane amabilmente adattate da Camillo Castellari, non un esercizio intellettualistico, bensì l’ascolto si sensazioni tratte da liriche di ardue definizioni, nutrite di purissime simbologie, ovviamente in italiano; la seconda un CD imbattibile, “Rosa de papel”, cantato in spagnolo e reverente verso per verso dell’opera di Lorca; pensi che per conseguirlo -tale era il desiderio della Sannia- evitò di fare controlli di routine su di sé: ne conseguì che il tempo per incidere questo gioiello fu lo stesso periodo che il cancro si prese per ucciderla: se questo non è amore verso i poeti, la poesia… una cosa assai rara, certo. E ad ogni modo, tornando a noi, per quale ragione in Italia nessuno musica opere come John Zorn ha realizzato su Walt Whitman per “On Leaves of grass”? Klaus Schulze ha musicato Georg Trakl, Philp Glass un ciclo di canzoni basate sulle poesie e sulle immagini di Leonard Cohen (il “Book of longing”)… intendo dire non una canzone su una poesia, ma CD interi sull’opera poetica. Perché accade nel resto del mondo e da noi no? Semplice rispondere, sebbene i poeti abbiano le ‘antenne attive sui possibili accadimenti del mondo’ a noi di quello che i poeti dicono non ci interessa. Un vero peccato per la nostra Nazione”.