Intervista a Maurizio Gregorini

La sua è una famiglia artistica: sua madre modella, sua sorella impegnata col cinema, suo fratello che ha ottenuto l’Oscar due anni fa, il solo italiano a conseguirlo per le acconciature… dove poteva nascere un poeta se non in ambito raffinato?

“Messa così sembra si tratti di una famiglia nobiliare. Tutt’altro. Quando venne a Roma diciottenne, mia madre posò spesso per il pittore Marotta; poi l’incontro con Dinnerstein l’ha resa in qualche modo celebre (Simon Dinnerstein è un pittore noto non solo in America e in Italia, dove ha vissuto per qualche anno). Mia sorella e mio fratello da anni lavorano al cinema. E’ loro che sono conosciuti, non io. Già notorio a livello internazionale, col raggiungimento dell’Oscar, mio fratello è oramai una ‘star’. Sa che lui ed Ennio Morricone sono i due Premi Oscar di Trastevere? Buffo, no? Non amo parlare dei miei affetti, tantomeno esibirli; posso però dire che ognuno di noi ha saputo trovare il proprio equilibrio in un appagamento insolito. Sono stati per tutti anni di duro lavoro, non si ottengono comodamente riconoscimenti simili. Per mio fratello sono felice, lo meritava proprio. In breve, essere fratello di un Premio Oscar, roba mica da poco… (ride, n.d.i). L’importante è che non ci si sia montati la testa e che non ci si prenda sul serio, e per buona sorte questa è una caratteristica di famiglia che rende più leggere alcune situazioni. Abbiamo un anno di differenza ciascuno, vuol dire che nell’infanzia, prima di determinare un proprio carattere, siamo stati amici e complici tra di noi. Non è poco, glielo assicuro, e spesso mi ritrovo a pensarci piccoli, in un quartiere, Trastevere, che a quei tempi era il regno delle libertà assolute. Non vivo questi ricordi con nostalgia, ma come eventi di sorte, che ci hanno permesso di essere quello che siamo”.

Ha giovato anche la sua poesia dell’ottenimento dell’Oscar di suo fratello?

“Ah ah ah ah, che spasso. E come avrebbe potuto? Non ho mai chiesto nulla a nessuno; mai approfittato dei successi altrui. E’ nella mia natura. Non mi sono mai permesso di chiedere a mio fratello di intercedere per me nel dare uno dei miei libri a questo o a quell’altro attore/attrice. Mai. Quello che ho ottenuto l’ho raggiunto con la mia tenacia e ostinazione. Non debbo ringraziare nessuno, non sono ricattabile, in ogni senso. Pensi, Massimo Maffei, il direttore del giornale a cui collaboro, carinamente mi ha chiesto le immagini di copertina dei miei libri: voleva inserirli nella pubblicità del quotidiano, così, per affetto e stima. E’ rimasto talmente sorpreso dal mio rifiuto che quasi stavo male io per lui. Che dire?, sono fatto così. Me lei dovrebbe saperlo bene, mi conosce. Prendiamo il nostro caso: è da oltre tre mesi che ha chiesto questa intervista e ho sempre ritardato; vede? A svantaggio di promuovere la mia opera, anche con gli amici sono solito sottrarmi, una condotta sgradevole, me ne rendo conto. Ma che posso farci?”

Gregorini, cos’è per lei la poesia? In una delle sue liriche scrive ‘Nulla di che quel che accade al poeta deve andar perduto’. I versi sorgono come un ricovero, una coscienza etica del mondo. Essere poeti significa essere appagati?

“Le ripeto ciò che scrissi nella introduzione a ‘L’ergastolano in fuga’: la poesia è il canto libero dell’uomo schiavo. L’onda che si frange nel cuore della terra. Il tenebroso mare che scava la roccia. La rivelazione mai compiuta del cuore delle cose. La parola sublimata nell’unica sentenza possibile: il verso. Va da sé che poi ognuno viva a modo proprio la poesia, ma per me era questo e questo resta. Dopo aver letto, anni fa, l’intera opera di Weiss, per me fondamentale, capii una cosa che è legittima anche adesso: credo che agognare alla felicità significhi ricordare che siamo anime immortali, e soprattutto che non siamo in competizione con nessun’altra anima: ognuno di noi ha un proprio carattere e destino, vedi la tragica vicenda di Gabriele Galloni, appunto. Ora, io resto certo che le anime più evolute, progredite, tendono la mano con amore e compassione a chi non si è ancora risvegliato, a chi crede che vivere su questa terra significhi essere solo un corpo e non anzitutto spirito. Anime senzienti che ci scuotono dal sonno, dal letargo. Credo che la vera ricchezza sia dentro di noi, una prosperità divina, spirituale, quella che ci fa dire le cose per quello che sono. In altri termini: la verità, la realtà spirituale. Con ‘nulla di quel che accade al poeta deve andar perduto’, si esprime che la poesia è frutto di una verità sconvolgente e, come può ben capire -principalmente con quel che accade nel mondo oggi- la verità di rado è popolare, perché viene da dentro di noi. E’ l’essere contro di cui trattavamo prima, l’essere contro nonostante tutto: è la natura ambigua del poeta, non ci si può fare nulla. Non so se la poesia può cambiare o salvare questo mondo, ma so che se c’è un inferno, beh quello è l’ignoranza, il male e chi frequenta la poesia (così almeno dovrebbe accadere) resta lontano da meschinità simili. L’unica coscienza della poesia è la purezza, l’immortalità dell’animo, la luce violenta tanto amata da Turoldo che taglia l’oscurità dell’inesperienza. Vissuta in questo modo forse sì, la poesia può e deve elevarsi a coscienza etica del mondo”.