L’incontro con Barry McGuire

Dopo di questo mi fu proposto di partecipare alla commedia musicale Hair; io accettai perché credevo che con quella avremmo potuto trovare alcune delle risposte alle domande che avevo sottoposto con Eve Of Distruction; ma in quel nostro stile di vita di allora era radicata in noi l’auto-distruzione; mi resi conto che in pochi anni avevo perduto più di una quindicina di amici per overdose o per malattie sessuali che potevano trasmettersi da un individuo all’altro. Così decisi di abbandonare New York per tornarmene in California, sempre con l’obiettivo di trovare risposte, finché ad un certo punto fui costretto a rinunciare. Capii presto che bisognava vivere sempre il momento attuale, senza voltarsi indietro e senza troppo pensare al futuro, ho pensato a Cristo non tanto come religione ma come essenza della vita e mi sono reso conto che lui stesso aveva vissuto in questo modo; il passato non conta e il domani verrà consumato al momento opportuno. Nel profondo del mio essere quindi si crearono dei conflitti e dopo aver letto una moderna storia di Cristo riflettei molto giungendo così alla conclusione che se Lui predicava di amare il tuo prossimo come te stesso, era proprio questa la risposta alle domande della mia canzone: se fosse stato possibile realizzare queste parole, il mondo non avrebbe più avuto bisogno di lotte, di guerre né tantomeno di militari. Se tutti fossimo stati in grado di prenderci cura degli altri, i Governi, gli Avvocati e le Carceri non avrebbero avuto bisogno di esistere. E’ sorprendente: siamo tutti fratelli di sangue, è la falsità ripetuta che ci divide; pensare che io sono diverso da te, o che i Mussulmani sono diversi dai Cristiani o dai Buddisti; oppure che il Bianco è diverso dal Nero, questa becera diversità del pensiero umano oggi ci ha portato davvero all’autodistruzione. In questo momento sono convinto quindi che il verbo di Cristo, di là delle varie interpretazioni che la gente dà a queste parole (spesso queste s’interpretano sempre affinché le risposte siano come ognuno vorrebbe che siano…) e al di là dell’indotto cattolico imperante, sia il solo modo per evitare che il mondo si autodistrugga. La risposta quindi c’è, ma immagino sia maledettamente difficile che la massa metta in atto questo pensiero. Bisognerebbe che troppa gente rinunciasse a troppe cose che gli piacciono e che gli sono comode; conoscendo l’essere umano purtroppo questo non si avvererà mai. 

– Hai spiegato il concetto in maniera assolutamente nitida e condivisibile ma a questo punto ti chiedo: non credi che lo stesso John Lennon, dopo circa cinque anni dalla tua canzone, con Imagine abbia voluto esprimere gli stessi tuoi intenti cercando di dare le risposte alle quali tu stesso sei giunto? E quindi: è tutta un’utopia o possiamo sperare che una possibilità ci sia ancora?

– E’ molto probabile che Lennon avesse in mente alcune cose in comune con la mia canzone, è anche vero che apparentemente lui sembri dare delle risposte, ma descrive tutto questo come un sogno fantasioso e perciò irrealizzabile. Si spera sempre di ottenere il massimo usando gentilezza e pacatezza ma ormai siamo consci del fatto che il mondo non ascolta questo tipo di preghiera anzi, spesso con sarcasmo inopportuno riesce a riderci sopra e a convincere gli altri che chi pronuncia parole di pace e di speranza sia un pazzoide visionario, molto pericoloso e assolutamente da non prendere in considerazione. Devo purtroppo dirti che con l’attuale clima politico, specialmente qui negli States (anche se la nuova presidenza lascerebbe qualche speranza, ma non ci credo troppo) ed anche religioso che stiamo vivendo negli ultimi tempi, temo che solo se Cristo, in un futuro non troppo lontano, non decidesse in qualche modo di tornare e di instradare l’uomo sulla giusta via, tutto il mondo intero sarà sempre più sottoposto e soggiogato dalla globalizzazione militare e da intenti poco reali e dannatamente concreti; a trionfare sarà così ancora una volta chi avrà in mano lo scettro del comando.

Alquanto preoccupante ma risposta esaurientissima! Torniamo alla tua carriera artistica; volevo che ricordassi quando, con il gruppo dei Minstrels, partecipaste ai Festival di Sanremo. Hai ancora dei ricordi di quelle avventure italiane?

– Ah! Amico mio, ad essere sincero i miei ricordi relativi a quegli eventi sono realmente molto confusi; mi cogli praticamente impreparato perché posso assicurarti che durante la mia vita mi sarà capitato di ricordare o di parlare di quella esperienza un paio di volte al massimo. E’ molto probabile che ti deluderò, però in sincerità quello che ricordo più nitidamente sono quei meravigliosi e gustosissimi piatti di pasta che divoravamo giornalmente; nel tuo paese siete dei grandi maestri in questo e sono convinto che sapreste offrire ogni giorno un tipo di pasta cucinata in modo diverso, se questo vi venisse chiesto. Ricordo anche delle bellissime giornate soleggiate e un’atmosfera molto spensierata, al di fuori della manifestazione. All’interno di questa, invece, avvertivamo che tra i cantanti del vostro paese regnava una spropositata tensione che noi non riuscimmo mai a capire né a comprendere, perché la nostra conoscenza della vostra lingua era in sostanza zero totale e poi anche perché da noi ogni festival è un evento gioioso. Da noi, alla fine, non ci sono né vincitori né vinti; ognuno sale sul palco e canta la propria canzone, raccoglie gli applausi, se meritati, e tutto si risolve in pochi minuti. Noi invece ci ritrovammo su quel palco pieno di fiori totalmente impreparati per vari motivi: il numero degli elementi del nostro gruppo era notevole e in pratica quasi non c’era spazio per tutti noi, quando iniziammo a suonare e a cantare ci rendemmo subito conto che l’acustica di quel teatro era inesistente, non riuscivamo bene a sentire le nostre voci e i nostri strumenti quindi era davvero un’impresa riuscire ad offrire una prestazione degna dell’avvenimento. Se poi a tutto questo ci aggiungi che nessuno di noi capiva una sola parola della vostra lingua e che ci avevano consegnato dei foglietti con la pronuncia in inglese delle parole italiane capirai che pastrocchio ne uscì fuori. Assolutamente non eravamo in grado di capire ciò che stavamo cercando di cantare e quindi l’interpretazione, quando non capisci le parole, diventa amorfa e priva di sentimento. Se per uno scherzo beffardo ci avessero consegnato un testo infarcito di parolacce o di epiteti contro qualcuno, noi li avremmo cantati candidamente allo stesso modo, con quello stesso sorriso sulle labbra che mostravamo. Capimmo solo che per gli italiani quello era un avvenimento totalmente eccezionale e lo spettacolo avrebbe dovuto continuare comunque, qualunque cosa fosse mai accaduta.