Occhi verdi, un amore fa…

Ringrazio il caro amico Claudio Scarpa per averci regalato un suo vissuto così intimo, intenso ed emozionante.
Questa storia, così dolce e delicata, ha ispirato il mio editoriale, concentrato sulla necessità di riscoprire il “sentimento” che vive in sofferenza nel nostro cuore, schiacciato dal nostro inaridimento.
Grazie, Claudio!

Gerry

Come innamorarsi perdutamente agli albori dell’avvento del Beat…

Storia vera personale di Claudio Scarpa

1965, esplodeva dirompente l’estate, mentre tentavo (sperando inutilmente che in casa la cosa passasse inosservata) di farmi crescere un po’ più i capelli; una piccola conquista comunque già l’avevamo ottenuta: finalmente il barbiere non usava più quella fastidiosa ed infernale macchinetta che, passata a più riprese sulla base della nuca, praticamente ti faceva la barba anche nel… posteriore. L’antipatico barbiere usava ormai solo le forbici e quindi l’importante primo passo verso la zazzera s’era compiuto. 

Grazie a mia sorella che poteva acquistare a prezzi di saldo totale (30 lire anziché 120!!!) i biglietti per l’ingresso allo stabilimento balneare di Ostia “La Pinetina”, avevo l’opportunità di recarmi al mare da Roma ogniqualvolta lo desiderassi.

La scuola purtroppo mi risultava indigesta e, per mettere in salvo la bocciatura, i professori mi appiopparono ben 4 materie da riparare a settembre, bontà loro, ma ben meritate dal sottoscritto. Con i miei genitori indignati, ma soprattutto addolorati per quel mio scarso profitto scolastico, giunsi ad un compromesso: la mattina sarei stato libero di frequentare gli amici e di fare ciò che più gradivo, mentre il pomeriggio si sarebbe consumato il mio incubo: a casa a studiare o ancor peggio recarmi a ripetizione dal rigido Professor Sacchi. Assolati pomeriggi passati nella mia cameretta, piccola sì, ma già tappezzata alle pareti (soffitto compreso!) di foto, ritagli di giornali e riviste con immagini dei miei beniamini musicali, più un angolo dedicato alla mia squadra del cuore, l’A.S. Roma, con tanto di Pedro Manfredini in bella vista. In quel mio piccolo rifugio, ad intervalli alquanto regolari (quando era il turno della matematica, i dolori si centuplicavano) due occhiate sui libri di scuola e quattro nel cassetto alla mia destra, dove stazionava perennemente l’ultimo numero appena uscito di “Ciao Amici”. La mattina però tutto mare, tanto sole e vita spensierata!. 

Con i miei amici più fidati nelle prime ore antimeridiane ci recavamo alla stazione metro di San Paolo dove da lì partiva anche il trenino per Ostia e tutti insieme, con i biglietti acquistati da mia sorella per noi, muniti di asciugamano, pallone e il primo mangiadischi, ci dirigevamo verso lo stabilimento balneare. Un’oretta più tardi, tra le 8,30 e le 9 in punto eravamo già sul posto; ci accoglieva appena imbroccato il cancello d’entrata, l’immancabile Juke Box che già così presto sciorinava musica a tutto spiano. Da qualche mattina c’era un motivo in più che ci intrigava e allietava la nostra visione della spiaggia: una splendida fanciulla nostra coetanea che spesso, passandoci accanto, ci incrociava abbozzando un timidissimo e meraviglioso sorriso; due languidi e intensi grandi occhi verdi, viso tipo Françoise Hardy, capelli lunghi e lisci come la seta di un castano/biondo e un costumino nero che la fasciava docilmente ad esaltare il corpicino perfetto. Il juke box nel frattempo creava la nostra colonna sonora dell’estate e le canzoni si susseguivano con estrema regolarità, mentre una in particolare, molto gettonata e partecipante alla rassegna di “Un Disco per l’Estate”, sembrava parlasse vagamente di lei, dato che il testo si concentrava su una storia d’amore proprio per degli occhi verdi. Nel proseguimento del mio racconto vedremo come invece quella canzone diventerà per me non un solo vago accenno a quella ragazza, ma addirittura il fedele resoconto musicale di quella mia dolcissima, meravigliosa ed indimenticabile triste esperienza. Ogni giorno che passava e ogni mattina che andavamo al mare accresceva dentro di me il desiderio di vederla nuovamente, mi accorgevo che il vederla, ricambiare il suo sguardo dolce, l’ubriacarmi di quella meravigliosa sensazione che saliva dentro di me in modo così vertiginoso, costituivano probabilmente la cosa più bella ed intensa che mai mi fosse capitato di vivere in quei sedici anni della mia vita. 

Una sera, dopo il solito dannato pomeriggio dedicato alle ripetizioni e ai libri di scuola, presi la drastica decisione che mi portò a tradire per la prima e forse unica volta i miei fidati amici: con quattro telefonate comunicai loro che la mattina dopo non saremmo potuti recarci al mare, visto che mia sorella non aveva avuto occasione di acquistare i biglietti per lo stabilimento; passai quindi la notte nel dormiveglia con un solo pensiero fisso nella mente: mi sarei recato al mare con l’ unico scopo di conoscere e soprattutto parlare finalmente con Occhi-Verdi. Così l’avevo soprannominata, visto che di lei ancora non conoscevo neanche il nome. Giunsi in spiaggia ancor più presto del solito, preoccupandomi di stendere per bene sulla sabbia l’asciugamano proprio nei pressi dove lei generalmente si sdraiava per prendere il sole; mentre il solito juke box eseguiva diligentemente il proprio lavoro, si fecero le dieci senza che la mia Occhi Verdi comparisse all’orizzonte. Quando arrivò mezzogiorno ero stanco e sfiduciato con un peso opprimente nel cuore per non averla incontrata ed anche per il dispiacere che nutrivo per aver inutilmente ingannato gli amici. Raggiunsi la cabina e mi rivestii per recarmi alla stazione di Castelfusano dove il trenino mi avrebbe riportato a casa. Durante il pomeriggio il libro di matematica non ricevette neanche uno sguardo da parte mia, ma questo non era certo preoccupante; era invece allarmante il fatto che neanche il “Ciao Amici” appena uscito, riposto nel solito cassetto, mi interessasse più di tanto e questo mi preoccupò non poco… Insomma, ero grave!. Quella sera, con la scusa di aver mangiato sul tardi un pezzo di pizza, comunicai ai miei che non avrei cenato; mi accomodai fuori dalla stanza da pranzo sul balcone, dove era posizionata una sdraia, disertai l’immancabile appuntamento TV mentre con la tristezza nel cuore e lo sguardo perso nel vuoto del cielo blu come la pece ma rischiarato da mille stelle luminose, cercai di ricordare quel viso e quegli occhi indimenticabili; più pensavo a lei, più la sua figura sembrava frantumarsi nel mio ricordo sbiadito. Con quello stato d’animo distrattamente osservavo la luna, cercando di delinearne i contorni; ad un tratto quel ritratto immobile dell’infinito si illuminò come per incanto: una luce impazzita lo attraversò in un baleno scomparendo poi dietro l’orizzonte; in quel momento mi resi conto che avevo visto la prima stella cadente della mia vita; espressi immediatamente più per disperazione che per convinzione, l’immancabile e scontato desiderio: rivederla ancora, fosse stato anche per un’ultima volta, ma rivederla, poterle parlare e finalmente conoscerne il nome.