Riflessioni: spettacolarizzazione del dolore e mancanza di empatia

Questi mesi estivi hanno portato con sé tanta voglia di ritrovare la libertà che avevamo dovuto confinare durante i mesi del lockdown. Tuttavia, i contenuti dei palinsesti televisivi e delle testate giornalistiche ci hanno continuamente ricordato che, pur nella ritrovata libertà, siamo ancora nel pieno di una pandemia ed è necessario “non abbassare la guardia”. Nei mesi appena trascorsi, molti di noi sono rimasti chiusi dentro le mura domestiche e ci si è abituati a seguire quel che accadeva in Italia e nel resto del mondo attraverso lo schermo e ancor di più attraverso i “social”, che ci hanno permesso di mantenere i contatti non solo con il mondo esterno ma anche e soprattutto con le persone. Quanti di noi si sono augurati un cambiamento, anche e soprattutto nelle relazioni umane? 

Moltissime sono le riflessioni che, al riguardo, potremmo fare. Tuttavia, quel che mi ha fortemente colpito negli ultimi mesi, anche a livello emotivo, sono stati alcuni eventi che hanno occupato gran parte dell’attenzione mediatica e che mi hanno fatto riflettere su quanto questa società sia sempre più attratta dalla cosiddetta “spettacolarizzazione del dolore” e dalla mancanza di “empatia”. 

Il 3 agosto giunge la notizia, già di per sé dolorosa, della scomparsa di Viviana Parisi e del piccolo Gioele. Le ricerche vengono presto attivate, dopo il ritrovamento dell’autovettura incidentata nei pressi della galleria sull’autostrada Messina-Palermo. Saranno necessari diversi giorni prima del ritrovamento dei loro corpi senza vita. Da quel momento sono iniziate le ricostruzioni di quanto accaduto e che, ad oggi, resta ancora da chiarire anche se, forse, non si conoscerà mai la verità e, in ogni caso, si tratterà di una verità ricostruita. 

Quel che più mi ha colpito è stata l’attenzione data al racconto di quanto era accaduto e la maratona del susseguirsi delle notizie, anche da parte di trasmissioni che con l’informazione non hanno nulla a che fare, nonché la ricerca di ogni minimo dettaglio che potesse aggiungere qualcosa, minuto dopo minuto. Le immagini, ripetutamente trasmesse, di Daniele Mondello, marito di Viviana e padre di Gioele, sono state una stretta al cuore. Un uomo distrutto dal dolore, che in quei momenti sarebbe stato opportuno rispettare. E che, invece, è stato freneticamente oggetto di continue domande, atte a scavare nella vita privata sua e di sua moglie.

Fermo restando il dovere di cronaca, viene da chiedersi se questo sia davvero “fare informazione” o dare in pasto al pubblico il “dolore altrui”, un dolore che non è proprio, mancando di rispetto nei confronti di chi quel dolore lo sta provando e dovrà elaborarlo. Un dolore intimo e personale, che diviene dolore pubblico attraverso tutti i canali di comunicazione. Ma pubblico in che senso? Non riesco a pensare ad una reale “partecipazione” empatica, ma, piuttosto, mi sembra di vedere una ricerca spasmodica di dettagli, talvolta anche raccapriccianti, pur di tenere incollati gli spettatori davanti allo schermo. 

Siamo davvero diventati così manchevoli di empatia, al punto da non sentire dentro di noi il dolore immenso che, in quei momenti, prova chi ha perso gli affetti più profondi della propria vita? Siamo davvero diventati spettatori così cinici da non comprendere che in certi momenti il silenzio è l’unica forma di rispetto che è possibile donare a chi sta soffrendo?