Riflessioni sull’election day di settembre

Finalmente è arrivato il tanto atteso risultato del doppio incontro referendario ed amministrativo riunificato nell’election day del 20 e 21 settembre, il primo dopo questa lunga inedita pandemia che ancora ci attanaglia. Atteso, perché era stato caricato di significati pro o contro Conte, pro o contro il governo e il suo operato, pro o contro il Partito Democratico e la sua alleanza con il M5S.

Intanto salutiamo con piacere che, nonostante la paura del virus, gli Italiani sono andati a votare. Con oltre il 50% di affluenza alle urne, hanno dimostrato maturità, non fermando la democrazia anche in tempi così difficili, e questo è un primo fatto molto positivo che testimonia, se non un totale riavvicinamento alla Politica, nemmeno lo scollamento da questa.

In attesa di analisi più sofisticate sui flussi elettorali, possiamo registrare che la “spallata” al Governo non si è verificata e a prevalere è stato il buon senso degli Italiani. 

Al di là del numero di Regioni governate da questo o quello, per dovere di cronaca una in più al Centro-Destra, le Marche, strappata al Centro-Sinistra, dove in realtà ha prevalso il candidato di Fratelli d’Italia. Il famoso “sette a zero” di Salvini, che ne esce ridimensionato, non si è verificato.

Ma procediamo con ordine. Innanzitutto il quesito referendario. C’erano argomenti validi tanto per il SI quanto per il NO. Al di là del risibile argomento sui costi della politica, la domanda di un cambiamento è corretta anche se possiamo discutere sugli strumenti e le risposte da dare. La domanda è stata posta e voluta dal M5S che l’ha perseguita fortemente sia in Parlamento che fuori,  cavalcata poi trasversalmente, con più o meno convinzione, da tutti i principali Partiti. Evidenziamo però che gran parte della Stampa e dell’opinione pubblica, tra cui molti intellettuali ed esponenti di peso degli stessi Partiti erano per il NO, dunque il risultato, se non intestabile interamente al M5S gli può essere ampiamente riconosciuto, registrando che sarà un punto di partenza benefico di un processo di cambiamento e di revisione della legge elettorale. Non viene stravolta né la Costituzione né l’architettura istituzionale come è stato detto, anche se resta sul tappeto il problema principale che è quello della rappresentatività e della qualità dei rappresentanti in Parlamento. 

Per questo ritengo che si debba mettere mano, al di là di tutto, oltre che ai regolamenti parlamentari (pensiamo agli emolumenti, ai vitalizi, all’assenteismo) anche ad una legge che regolamenti finalmente i Partiti, il loro operato e la loro trasparenza. Un vuoto quest’ultimo, giustificabile storicamente, che tale era stato lasciato dai padri costituenti, così come quello della numerosità del Parlamento (che in realtà è solo una delle sue tante condizioni di buon funzionamento che andrebbero viste in un quadro organico, auspicando che il risultato referendario non sia un punto di arrivo ma l’avvio di un processo di riforma più ampio). 

Come ho già avuto modo di esprimermi in precedenza, i Partiti infatti, pur avendo in Italia una rilevanza Costituzionale decisiva per le sorti della vita democratica del Paese, sono tuttora delle associazioni private nonostante i tentativi fatti di una disciplina che ne garantisca il funzionamento e l’attribuzione di compiti di questa rilevanza. Si pensi a temi vitali per la vita democratica del Paese come quelli della democrazia interna agli stessi, della trasparenza, dei finanziamenti e della regolamentazione delle lobby, dei conflitti di interesse, della loro apertura e scalabilità, della selezione della classe dirigente, della leadership e della partecipazione. Quindi il tema vero è quello di passare dalla rappresentazione alla rappresentanza e dalla numerosità alla qualità.

Venendo invece al tema delle Amministrative, che dovrebbe essere ricondotto nel suo alveo più corretto che è quello della territorialità, vediamo che la tendenza generale, pur con dei distinguo (a parte il caso delle Marche come già evidenziato), è stato grosso modo quello di riconfermare le amministrazioni uscenti. Come all’epoca quello dei Sindaci, si parla oggi di un “partito” dei Governatori, effetto forse della pandemia che ha ingenerato sentimenti di stabilità e protezione. 

Se si trattava di un voto pro o contro l’operato del governo, questo si può tradurre in una sostanziale conferma, anzi un rafforzamento del Partito Democratico e della linea perseguita, in modo sornione e un po’ ambiguo, dal suo segretario Zingaretti a cui va riconosciuto che forse però non aveva scelta, badando intelligentemente più alla naturale formazione dei processi politici che non a diktat o prove di forza.

Discorso a parte merita invece la situazione per il M5S che storicamente non brilla nelle consultazioni “locali”. Intanto andranno analizzati i flussi elettorali per capire quanto è confluito nel voto “utile”, non solo con i voti “disgiunti”. Questo perché in molte regioni il M5S si è presentato in configurazione autonoma con dei propri candidati, spesso senza “referenze” né  storia politica. 

Il risultato non è stato certo brillante, in realtà per molti un vero e proprio tonfo elettorale,  ma possiamo azzardare, nemmeno poi così tanto, alcuni problemi in realtà già noti, che saranno sicuramente oggetto del loro prossimo congresso: mancanza di una struttura territoriale, di una classe dirigente amministrativa di livello ma, soprattutto di una strategia politica coerente. Sicuramente ci voleva più coraggio nel rimarcare e perseguire quanto fatto a livello centrale. Ma sappiamo bene che quest’alleanza tra PD e M5S è nata posticcia e deve trovare solide base da ambo le parti. In questo Zingaretti è stato più coerente e convinto, non sappiamo ancora quanto sincero, mentre dall’altra parte sono ancora alla ricerca di un identità tra la spaccatura dell’ala “governista” e di chi invece vorrebbe il Movimento delle origini, duro e puro.


Possiamo dire che queste elezioni si chiudono con un sostanziale pareggio tra i blocchi in campo, seppur con un rinnovato “bipolarismo” ma con un chiaro segnale “attendista” da parte dei cittadini di fatti e risultati concreti. Contestualmente alla risoluzione dei problemi interni alle varie coalizioni e nei singoli Partiti, a partire dalla chiarezza delle loro strategie, per ciò che concerne l’attuale coalizione di governo, oltre alla gestione dell’attuale pandemia che costituisce ancora un’incognita per il prossimo futuro, le sfide saranno la gestione dei progetti del Recovery Fund, strategica per il futuro del nostro Paese e le riforme, in primis la legge elettorale, che possano dar concretezza ed applicazione al risultato referendario, confermatosi a larga maggioranza.