Giovanni Impastato: trasmettere la memoria

Trasmettere la memoria, si dice: quasi che la memoria fosse un prodotto immutabile già pronto da diffondere e rimanesse immutata negli anni, nei decenni. In realtà, non è affatto così. La memoria si progetta e si produce: attraverso i ricordi dei protagonisti, di chi ha vissuto l’esperienza che si intende rievocare, ma anche attraverso i materiali di chi – con mezzi di comunicazione e con intenzioni diverse – ha voluto documentare quell’esperienza. 

E, infine, si produce anche attraverso i confronti e le sensibilità di chi, di volta in volta, “legge” quei ricordi e quei materiali e li rielabora.

Per me sono indimenticabili le parole di Giovanni Falcone:, “gli uomini passano, le idee restano e continuano a camminare sulle gambe di altri uomini”. 

Un Paese senza memoria è un Paese senza futuro. Lo sa bene Giovanni Impastato che da anni con Casa Memoria ha messo in atto un processo pedagogico costante, promuovendo gli ideali di suo fratello Peppino e di sua madre Felicia Bartolotta, donna straordinaria, diamante che brilla per il grande coraggio e la bellezza dei giusti.

Il suo è un impegno quotidiano atto a sostenere la cultura della legalità, mosso da una forza rigeneratrice di vita, idee e passioni, che diventa al tempo stesso un messaggio di speranza per andare ‘oltre i 100 passi’.

È una voce potente che testimonia la possibilità di un futuro diverso, fatto di cultura, legalità, crescita, sviluppo e, soprattutto, di condivisione.

Credo sia fondamentale raccontare il contesto, quale tipo di famiglia era la vostra. In 100 passi tu scrivi: ‘E noi ridiamo felici nel sole della mafia. Il sole che sporca tutto e che toglie l’anima, appena mostri di averne una.’ Ce ne vuoi parlare?

La nostra era una famiglia di origine mafiosa, mio zio Cesare Manzella era  il capo della cupola di Cinisi. Noi abbiamo vissuto il  periodo più intenso della nostra vita a contatto con la mafia, vivendo in maniera tranquilla, immersi in una natura splendida dove ogni giorno giocavamo con gli animali. 

Luciano Liggio era di casa, lo chiamavamo zio. C’erano queste figure patriarcali intorno a noi che ci facevano sentire protetti. Lo zio e i suoi amici erano tutti mafiosi ma per noi rappresentavano  figure importanti, di riferimento. Si preoccupavano per noi, non ci facevano mancare nulla e ci davano sicurezza. 

E’ stato un periodo importante sotto ogni punto di vista. Lui aveva un curriculum criminale impressionante. Veniva dagli Stati Uniti, con tutta una serie di agganci e parentele altisonanti ed é  stato uno dei traghettatori della mafia dalla dimensione rurale a quella urbana. 

Il 1960 fu l’anno che segnò questa svolta epocale per la mafia. Tutti gli interessi economici vennero spostati nelle città e le campagne persero interesse.