Giovanni Impastato: trasmettere la memoria

Peppino credeva molto nell’aspetto culturale come lotta alla mafia. Di grande rilevanza è stato il circolo ‘Musica e Cultura’. Ce ne vuoi parlare?

Peppino canalizzava tutta l’arte per lanciare messaggi ben precisi, facendola diventare un mezzo di comunicazione potente. Peppino ha sempre fatto cultura, prima con il circolo e poi con Radio Out. Organizzava concerti, laboratori teatrali, mostre fotografiche, cineforum.

La sua grande forza è stata quella di riuscire a coinvolgere anche il mondo femminile di allora. Donne e ragazze che vivevano in un contesto dominato dalla cultura mafiosa e patriarcale. Il loro coinvolgimento fu un vero e proprio scandalo per tutto il paese! Erano donne impegnate, che studiavano e che affrontavano argomenti scottanti per quei tempi, come il divorzio, l’aborto, la contraccezione e la violenza sulle donne.

C’è una testimonianza precisa che afferma che uno dei primi movimenti femministi si formò proprio all’interno del Circolo Musica e Cultura.

Nel 1977 fonda Radio Out. 

Gli ultimi due anni della vita di Peppino sono stati tutti dedicati a Radio Out e alla sua attività politica. Attraverso l’etere sfida la mafia usando l’arma dell’ironia. Con la trasmissione ‘Onda Pazza’ sbeffeggia tutti quanti, dai mafiosi ai signorotti locali, sindaco compreso. Gaetano Badalamenti diventa Tano Seduto…. 

Peppino voleva sconfiggere quella cappa di paura e di omertà che regnava a Cinisi ma nella notte tra l’8 e il 9 maggio del ’78 lo hanno barbaramente assassinato, prima colpendolo con delle pietre in un casolare e poi trascinandolo sui binari della ferrovia dove lo hanno fatto saltare col tritolo, pensando erroneamente che la sua voce non avrebbe avuto eco.

Che rapporto avevi con tuo fratello? Condividevi le sue ideologie politiche?

Lo seguivo in tutto, condividevo le sue idee. Ma non riuscivo ad accettare il fatto che lui affrontasse di petto la mafia. Temevo il suo scontro diretto, il suo fare nomi, cognomi, e misfatti. Non avevo il suo stesso coraggio, avevo paura per me e per lui. I 5 anni di differenza tra me e lui ci facevano appartenere a due generazioni diverse e, soprattutto, a quei tempi le differenze si sentivano maggiormente. Era pesante portare avanti quel tipo di battaglia ma Peppino lo ha fatto con molto coraggio, con molta intraprendenza e con molta spregiudicatezza.

Io lo incolpavo di essere stato la causa di tutto quello che era avvenuto all’interno della nostra famiglia, dei contrasti susseguiti. Quando mio fratello fondò il giornale ed iniziò ad attaccare direttamente i mafiosi, mio padre non tollerava che venissero ‘toccati’ i suoi amici e quindi lo ripudiò. Dopo le suppliche di nostra madre rientrò in casa, ma fu solo una parentesi perché alla fine Peppino se ne andò definitivamente e fu una vera tragedia per tutti quanti.

Come reagì vostra madre Felicia a questa profonda lacerazione? 

Mia madre Felicia si rendeva conto che Peppino aveva ragione, condivideva le sue scelte. Ma si trovava in una situazione complessa: era moglie di un mafioso e, allo stesso tempo, era madre di un militante antimafia. Mia madre era di cultura cattolica mediterranea e credeva molto nei valori della famiglia, impartiti dai suoi genitori. Per questo motivo non ha mai abbandonato il marito, malgrado fosse mafioso. Lo ha rispettato fino alla fine. 

Ma questa donna, quando è stata costretta a fare una scelta, non si è schierata dalla parte di nostro padre, dalla parte della mafia, ma si è schierata dalla parte di suo figlio, dalla parte della legalità, dalla parte della giustizia. Cercava di proteggerci in tutti i modi. Pensate cosa poteva significare tutto questo in una Sicilia degli anni Sessanta, Settanta.  

Nostra madre ha avuto il coraggio di  sostenere il figlio, di essere solidale con lui, nonostante la  paura. Dopo la sua morte ha fatto delle scelte importanti ed è diventata determinante nella ricerca della verità sull’omicidio di mio fratello.

Ha rifiutato la logica della vendetta personale propostale dalla mafia. Lei ha detto no: ‘Non voglio vendetta ma voglio giustizia.’  

Ci sono voluti più di 20 anni prima di ottenere giustizia. È stata una lotta tipo Davide contro Golia ma alla fine avete vinto e i mandanti e gli esecutori di questo delitto sono stati condannati. Avete dovuto combattere contro l’indifferenza, contro il depistaggio, contro i collusi, in una totale latitanza dello Stato. Come avete fatto?

È stato un lungo capitolo della nostra vita fatto di inerzie, ritardi, silenzi e disinformazione.

Il nostro obiettivo è sempre stato quello di ridare dignità alla figura di Peppino e non ci siamo mai fermati fino al riconoscimento della verità. Abbiamo continuato su questa strada nonostante  le Istituzioni, lo Stato ci sbattevano le porte in faccia. Lo volevano far passare come terrorista prima e dopo come suicida. Ma era tutta una montatura. Non potevamo tollerare quelle menzogne che sporcavano l’immagine di Peppino. 

Nostra madre ci ha sempre trasmesso la forza per andare avanti. Era una donna intelligente, raffinata, ironica e molto coraggiosa, con una grande carica umana. Ci diceva: ‘Vedrete che un giorno qualcuno ci darà ragione.’ Ci ha creduto fino in fondo e, grazie alla sua tenacia, siamo arrivati ad una svolta. Col tempo, anche i giornali ne hanno cominciato a parlare. Ci sono state delle circostanze favorevoli che ci hanno aiutato e abbiamo continuato a combattere affinché fosse fatta giustizia.

Un incontro molto sentito ed emozionante è stato quello tra nostra madre e il giudice  Rocco Chinnici, che fu poi ucciso. In seguito fu una sua allieva, Franca Imbergamo, a raccogliere il  testimone e a riprendere l’inchiesta, riuscendo a chiudere le indagini con il rinvio a giudizio degli assassini. Altri incontri importanti sono stati quelli con il giudice Caponnetto, con il giornalista Mario Francese, il primo a occuparsi della storia di Peppino scrivendo che non era né un attentato terroristico né un suicidio, ma bensì un assassinio mafioso. 

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