Il cuore di tutti noi non è guarito perché non ha ancora capito

Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, viene assassinato nella notte tra l’8 e il 9 maggio del 1978, nel corso della campagna elettorale, con una carica di tritolo posta sotto il corpo adagiato sui binari della ferrovia. Lo stesso giorno a Roma viene trovato il corpo di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse, e la morte di Moro cancella o relega in secondo piano quella di Peppino Impastato. 

Peppino viene ugualmente eletto al consiglio comunale, grazie a tutti coloro che sulla scheda elettorale, pur dopo la sua morte, scrissero il suo nome.

E’ una grande rivoluzione, una ribellione, un rifiuto di quella morte ingiusta ed infame, esattamente come lo erano coloro che decisero di cancellare la sua vita prima che diventasse “affare” troppo grande. 

Perché Peppino era principalmente un uomo di cultura, e la cultura metteva paura finanche ai potenti, allora esattamente come oggi. Non si voleva cancellare un uomo politico, ma un uomo le cui armi erano quel senso profondo della bellezza d’animo, quel gusto dell’armonia, della coerenza, dell’estetica, dell’accordo tra le cose, le parole e le visioni. La realtà vista attraverso la poesia, l’arte, la musica, la proporzione, l’ordine e l’equilibrio in ogni gesto compiuto con consapevolezza.

“Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità, si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. E’ per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza  perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”. Erano le sue parole.

Peppino andava cercando continuamente l’origine della salvezza in un momento storico in cui questa parola sembrava pura utopia e la speranza era massacrata costantemente, quotidianamente, con puntualità e precisione. 

La figura di Peppino mi riporta inevitabilmente ad una scena fondamentale per la mia vita e per il mio percorso. Primo Levi nel campo di concentramento che ridotto, come avrebbero voluto i suoi carnefici, ad un essere senza più ricordi né forma né nome comprende che la sola via per il recupero della condizione umana, è la cultura, la bellezza di un brano di Dante che ad ogni costo “deve” recuperare.

E’ un deportato di Auschwitz, chi legge, che per sopravvivere si sforza, quando ormai ogni parvenza umana sembra essere stata cancellata, si sforza di ricordare il Canto di Ulisse (dall’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri). E disperatamente cerca di recitarlo al suo compagno alsaziano Jean, seppure frammentariamente a causa dei vuoti di memoria. E torna, si che torna, la propria natura di uomini “Ma misi me per l’alto mare aperto”, misi me e non mi misi, molto più forte, più audace. “Considerate la vostra semenza: fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza”, questo verso arriva come uno squillo di tromba, come la voce di Dio. Per un momento dimentica chi è e dove si trova. E’ un verso che lo salva, è Dante, è Ulisse, è la lingua italiana, è la rima, la poesia, è l’inferno che lo salva “dall’inferno” della schiavitù e dell’ignoranza.

Peppino ha tentato di diffondere questo senso della vita e dell’essere umano. Peppino era come recitasse questi versi ogni giorno a soli cento passi dall’infamia, dalla vergogna e dal disonore. 

E smuove le coscienze e agita gli animi e crea il caos in quell’ordine immutato ed apparentemente immutabile che aveva creato chi della cultura e della bellezza aveva fatto i suoi acerrimi nemici.

Era il 9 maggio 1979 quando il Centro siciliano di documentazione e democrazia proletaria organizza la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia a cui partecipano 2000 persone provenienti da tutto il paese. Il vento del cambiamento inizia a soffiare forte ed il messaggio è chiaro “Peppino è vivo, Peppino non morirà mai”.

Due anni fa ad Assisi è stato organizzato uno spettacolo teatrale dedicato a Peppino Impastato, incentrato sull’incomunicabilità, sugli ostacoli nei rapporti umani, sulle verità difficili e scomode. Peppino aveva lottato inviando sempre un messaggio preciso, chiaro ed inequivocabile, partendo proprio dalle difficoltà familiari, con la gente, con i paesani che non erano predisposti né a comprendere né ad accettare quella idea di grandiosità e straordinarietà della sua vita in un contesto ed in un momento storico, sociale, politico difficilissimo e pieno di contraddizioni e di paure.

Ad Assisi il palco viene occupato da una enorme quantità di ostacoli, barriere, impedimenti. Perché Peppino si è dovuto muovere nella vita tra ostacoli spesso invisibili ma non per questo meno efficaci con la passione, l’orgoglio e la forza di essere figlio del sud.

Le oppressioni date dallo stato, dalla società e dalla droga nei difficili anni sessanta e settanta in un paese che richiedeva con urgenza e necessità assolute una trasformazione radicale della società e delle istituzioni, portarono Peppino a rischiare con la propria stessa vita ed a pagarne il prezzo più alto in nome di una certezza che non poteva sopportare mediazioni di alcun tipo: la purezza di pensiero è il bene più grande ed irrinunciabile.

Paul Nizan descriveva l’essere umano attraverso due tipi di persone, i liberi ed i viaggiatori “La libertà è un potere reale e una reale volontà di essere se stessi, è capacità di costruire, inventare, agire, soddisfare tutte le possibilità umane il cui dispendio da gioia, i viaggiatori sono come gli altri trascinati in ogni direzione da potenze che nessun oggetto soddisfa: l’amore senz’amante, l’amicizia senza amico, la corsa senza percorso, il motore senza movimento, la forza che mai è in atto, non oggetti, non prospettive, non occasioni. Quella che viene chiamata saggezza ma in realtà è mutilazione”

Peppino riunisce queste due figure che spaccano l’essere umano e crea la “bellezza” di una completezza senza eguali. I liberi e i viaggiatori senza alcuna mutilazione.

Strana vita la sua (direbbe Sartre) alienato, poi derubato, poi cancellato e salvato fin dentro la morte, perché diceva NO. Vita esemplare “avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita”. Perché a vent’anni lui era già un uomo di trenta, quaranta, cinquanta e sessanta, in lui hanno abitato tutti i tormenti e tutte le gioie di tutte le vite umane. Ed è così che noi vogliamo ricordarlo, come uno di noi e come noi stessi, al di là di quella “montagna di merda” che mai ci sfiorerà e mai ci sommergerà.

Per sempre con noi, in viaggio e libero. 

Link: www.casamemoria.it

www.centroimpastato.com

Lascia un messaggio

La registrazione non è richiesta.