Intervista a Simone Amendola

Simone Amendola (Roma, 1975) è cineasta e drammaturgo. Nel 2010 si fa conoscere con il documentario pluripremiato Alisya nel paese delle meraviglie. Nel 2013 realizza con l’attore Valerio Malorni lo spettacolo L’uomo nel diluvio. Nel 2014 riceve il Premio Solinas per la sceneggiatura e nel 2016 il suo documentario Zaza, Kurd è presentato nella sezione MigrArti al 73° Festival di Venezia. Nel 2019 presenta il film Nessun nome nei titoli di coda alla Festa del Cinema di Roma. I testi delle sue sceneggiature sono raccolti nel volume Teatro nel diluvio (Editoria & Spettacolo, 2019).

Nessun nome nei titoli di coda, la sua ultima opera, è uscito al cinema qualche giorno prima del lockdown.

Il film era stato presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma a ottobre 2019 ed è uscito al cinema il 5 marzo 2020. Partito da una sala a Roma sarebbe andato poi in una decina di sale in altre città italiane. Stava andando bene, volevano già prolungarne di dieci giorni la programmazione, ma il 9 marzo è cominciato il lockdown e i giochi sono finiti. Il film ha ripreso a camminare quest’estate, ha girato varie rassegne, arene e festival. Per un documentario di lungometraggio il percorso di base sono i festival. Nella televisione italiana non c’è molto spazio per queste opere ed è comunque raro che riescano ad arrivare in sala, nonostante siano film a tutti gli effetti, documentari narrativi che non a caso vengono raggruppati sotto l’etichetta di ‘cinema del reale’. 

Il protagonista di Nessun nome nei titoli di coda è Antonio Spoletini, un capo-comparse di più di ottant’anni. Lui dice di essere più vecchio di Cinecittà: infatti Cinecittà è nata il 17 aprile del ’37 e lui è nato il 17 marzo del ’37. Antonio lavora ancora, ha un’agenzia di casting. Erano cinque fratelli e tutti e cinque erano sia comparse, sia cacciatori di volti e figurazioni. Hanno lavorato praticamente con tutti. La battuta che Antonio fa solitamente è: chiedetemi con chi non ho lavorato, faccio prima. Visconti, Fellini, Pasolini, Antonioni, Rosi, Leone, Bertolucci, Bellocchio, Scola e la generazione successiva, da Calligaris a Tornatore, Piccioni, Calopresti, Benigni, Troisi e Verdone. A chiunque abbia fatto un film negli ultimi settant’anni Antonio ha dato del tu. Nei film faceva una parte o procurava le persone. Non ha lavorato solo con i grandi nomi, ha fatto anche peplum e western.

Ai tempi della Hollywood sul Tevere, tra gli anni Cinquanta e Sessanta, per i peplum servivano anche tre o quattromila comparse al giorno, a scena. Il bisogno di comparse ha creato una forma di emigrazione da varie regioni d’Italia. Sapendo che avrebbero lavorato per sei mesi o un anno, le comparse cercavano una sistemazione vicino agli studi e il quartiere di Cinecittà è nato così.

Il mio film incontra lo Spoletini di oggi, lo segue nel suo lavoro mentre fa i casting per I due Papi di Fernando Meirelles e su altri set. Piano piano si passa dal personaggio pubblico alla dimensione interiore. Scopriamo che arrivato a ottant’anni sente il bisogno di lasciare un segno e si mette alla ricerca di una pizza, cioè della pellicola di Roma di Fellini del 1971, nel quale lui e i suoi fratelli hanno fatto un cameo. Se io trovo questa pizza e la lascio i miei nipoti, dice Antonio, avranno per sempre la prova che gli Spoletini hanno fatto il cinema!

Il meccanismo narrativo è molto ben congegnato.

Quello che cerco di fare quando scrivo delle opere di finzione, è di avvicinarle alla realtà il più possibile, di renderle credibili, mentre quando faccio un documentario (e parto dalla realtà) faccio il percorso inverso, cerco di costruirlo in maniera avvincente come un’opera di finzione. Se non racconti una storia e sei solo un osservatore, l’opera può essere anche interessante, ma è più per gli addetti ai lavori, perché lo spettatore vuole Il viaggio dell’eroe. La narrazione è la forma che raggiunge più persone.

Nessun nome nei titoli di coda è da una parte un documentario sul cinema e su quelle parti che compongono il cinema che non vengono mai raccontate, dall’altra è un film su una persona che rappresenta ognuno di noi e che, come ognuno di noi, fa i conti e tira le somme di quello che ha realizzato e che non ha realizzato.

Il film incarna anche un paradosso: il protagonista è una comparsa!

Protagonisti delle sue opere sono spesso comparse della vita reale, figure che non trovano spazio nelle narrazioni correnti, come in Alisya nel paese delle meraviglie.

Con Alisya siamo a Cinquina, nell’estrema periferia romana, in una vera e propria banlieue.

Cinquina per la società non esiste. Cinquina esiste solo quando succedono cose plateali. Io sono riuscito a raccontarla, ma ci sono entrato in punta di piedi, altrimenti mi sarebbe stata inaccessibile, né sarei riuscito a liberarmi dai preconcetti.

Il film è costruito come una matrioska: abbiamo all’interno la storia di una coppia, lei bianca lui nero, che hanno una bambina, e all’esterno il quartiere multietnico.

Cinquina rappresenta il cammino di sviluppo della società italiana. È specchio della società italiana. Quando ho girato il documentario, il quartiere, i suoi spazi e i suoi abitanti li conoscevo già. Li avevo frequentati facendo dei laboratori per strada con i ragazzi.

Lascia un messaggio

La registrazione non è richiesta.