Intervista a Simone Amendola

Come ha reagito alla delusione?

Ho ritirato le cariche emotive e per un po’ mi sono allontanato dal cinema. Mi sono chiuso con un amico attore, Valerio Malorni, in ragionamenti di fughe all’estero e insieme abbiamo creato lo spettacolo teatrale L’uomo nel diluvio. La mia ambizione in quel momento era andarmene da un Paese che per me era diventato inospitale. 

Lo spettacolo ha vinto il Premio In-box nel 2014 ed è stato finalista al Premio Scenario. Ha avuto molte repliche in tutta Italia, le ultime proprio poco prima del lockdown al Teatro delle Tosse a Genova.

Com’è il suo processo di scrittura? Cos’è per lei l’ispirazione?

Per scrivere devo essere emotivamente libero. Riesco a produrre un’opera veramente nuova più o meno ogni quattro anni. Ho bisogno di separarmi da quella precedente. Mi dico vorrei fare questo o quest’altro, tentenno, poi quando arriva la storia arriva la fame, l’urgenza di scrivere.

L’ispirazione è una dittatura: è ingovernabile, è magica, mette quasi paura. Convergono delle alchimie, ti arriva quella cosa che senti che è forte e si porta dietro un nuovo carisma. Riesci a convincere e a coinvolgere persone che magari il giorno prima non ti si filavano. 

Mi viene in mente il titolo di un film di Paul Thomas Anderson, Punch-Drunk Love, che in italiano è stato tradotto come Ubriaco d’amore. Punch-Drunk Love è un modo di dire americano e si usa quando sei innamorato e ti senti forte. L’ispirazione è così: ti accende, sei caldo, muovi le cose. 

Ti aiuta a resistere, perché la vita di chi fa arte è almeno un 50% di resistenza. Resistenza ai giudizi degli altri e ai tuoi su te stesso, resistenza alle difficoltà economiche, alle difficoltà dei rapporti.

Quali opere letterarie, teatrali e cinematografiche considera rilevanti per la sua formazione artistica?

Per la scrittura, Furore di John Steinbeck. È un libro totale, che impatta, che ti arriva addosso. Senti l’urgenza, lo stile. Senti che lo scrittore sa dell’essere umano, che ha vissuto. Senti tutto: nell’arte non si mente. 

Di Steinbeck mi piacerebbe portare in scena un romanzo breve, La luna è tramontata, che racconta dell’occupazione nazista di un villaggio norvegese e della reazione dei suoi abitanti contro l’invasore.

Per il teatro, Le serve di Jean Genet. È un’opera che mi ha molto colpito e mi ha ispirato. 

Per quanto riguarda il cinema, gli anni Novanta sono stati anni chiave per me, da Festen di Thomas Vinterberg a Hong Kong Express di Wong Kar-wai e Magnolia di Paul Thomas Anderson.

Un elenco è riduttivo. In Francofonia di Aleksandr Sokurov – un film ambientato al Louvre, un mix tra un pamphlet e un documentario – il regista a un certo punto dice: cosa saremmo senza tutta l’arte che ci ha preceduto?

Pensiamo ai ritratti, nei quali i grandi pittori hanno immortalato la complessità dei personaggi rappresentati. Quando guardo un quadro di Rembrandt mi fa male, sento tutta la storia, la vita del personaggio. E come facevano questi artisti in due dimensioni, così faccio io nei miei film: cerco di scoprire qualcosa dell’essere umano.

A quale progetto lavora attualmente?

A un film di finzione.

Lo scorso anno ho vinto un bando del Centro Sperimentale di Cinematografia per soggetti di lungometraggio. Una bella soddisfazione, perché hanno ricevuto quasi mille soggetti e ne hanno finanziati appena una decina. Grazie a questo contributo abbiamo scritto la sceneggiatura, finita proprio durante il lockdown. È un giallo, un noir, ma molto umano. 

Adesso mi confronto con la dimensione produttiva, mettendo in conto che ci vorrebbe un tempo importante anche se non si fosse nel cuore di una pandemia.

Nel frattempo tengo un laboratorio di cinema finanziato dal Tribunale della Giustizia minorile con dei ragazzi che fanno la ‘messa alla prova’ per evitare il carcere. È già la seconda volta che mi chiamano. Con questi laboratori entro in contatto con situazioni borderline, con vite segnate, e i pregiudizi e i bei pensamenti in poltrona sono spazzati via.

Durante il lockdown uno di questi ragazzi, che ha il padre e il fratello in carcere, mi ha scritto: professore come va? Mi chiamano professore. Io rispondo: stiamo in finestra. E lui mi ha scritto: professore, tutto passa.

Dette da lui, queste parole mi hanno toccato dentro.

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