Sulle orme di Danilo Dolci

In questo numero speciale, dedicato all’eroe civile Peppino Impastato, vogliamo rievocare un’ altra grande figura centrale del Novecento, poco ricordata e celebrata, il sociologo/poeta/educatore/attivista politico Danilo Dolci, il cui rapporto, sia pure sporadico, lasciò un segno importante nella formazione politica e morale di Peppino.

Triestino di nascita ma in “autoesilio” in Sicilia dove si trasferisce nel 1952 tra Palermo e Trapani, teatro delle sue proteste e lotte non violente per un’umanità affamata di diritti e attanagliata dalla mala gestione politica e dalla mafia.

Vogliamo ricordare che nel 1943 arrivò a Roma dalle montagne abruzzesi, dove si era rifugiato quale renitente alla leva per la Repubblica Sociale Italiana, di cui aveva rifiutato la divisa come antifascista e, precedentemente, oppositore del regime.

Nel 1950 si avvicina alla comunità Nomadelfia, fondata da don Zeno Saltini a Fossoli, vicino Carpi, fondata su valori sociali e di fratellanza ispirati alla cristianità delle origini. Senza ripercorrere tutte le varie e complicate tappe di questa comunità, è da sottolineare che Nomadelfia è un neologismo modellato dai due termini greci nomos e adelphia, e significa dove la fraternità è legge, tema della fratellanza caldo e attuale ancora oggi, da quando fu posto a tema dalla Rivoluzione Francese del 1789, oggetto tra l’altro, dell’ultima enciclica di Papa Francesco “Fratelli Tutti”. A oltre 230 anni dai quei fatti, possiamo dire che la libertà è stata faticosamente raggiunta (forse in Occidente ed altre parti del mondo anche se in forte declino) ma, si aspetta ancora per l’eguaglianza e la fraternità.

Ideali cari a Danilo Dolci che si batté in azioni non violente, tra cui i numerosi digiuni, proteste, atti di disubbidienza e scioperi (famoso il suo sciopero alla rovescio, perché si lavorava) per il lavoro, l’educazione, il cibo, le strade, l’acqua e le libertà civili e democratiche a favore di contadini, braccianti e pescatori di quelle poverissime zone della Sicilia, denominata allora con disprezzo l’Africa d’Europa. Azioni che gli valsero l’appellativo di “Ghandi italiano”, condiviso con altre grandi personalità come il filosofo e politico Aldo Capitini che organizzò tra l’altro, per la prima volta nel 1961, la Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli da Perugia ad Assisi.

Danilo e, successivamente Peppino, furono tra i primi a capire, il valore dell’informazione libera in un periodo in cui la stessa era monopolio dello Stato. Danilo Dolci fu infatti il primo a creare in Italia una radio libera, la “Radio dei poveri cristi”, per denunciare la situazione dei terremotati del Belice. Durò solo 26 ore, ma il brivido della voce che nel 1970 diffuse per la prima volte nell’etere da Partinico fu enorme: “Qui parlano i poveri cristi della Sicilia occidentale… “.

A distanza di 7 anni (nel 1976 arrivò intanto una sentenza della Corte Costituzionale  che consentiva la liberalizzazione delle trasmissioni via etere alle radio locali), Peppino Impastato fonda a Terrasini una radio libera, “Radio Aut”, quale mezzo per diffondere le denunce contro le angherie ed i soprusi della mafia e dei suoi potentati locali.

Entrambi erano convinti della libertà e pluralità dell’approccio comunicativo come crescita democratica e dell’uso, allora della radio, come potente mezzo di denuncia e di lotta politica ma anche come strumento di informazione, coinvolgimento e partecipazione delle popolazioni locali.

Peppino conobbe Danilo ai tempi del liceo e ne raccontò sul giornalino “L’idea socialista” da lui fondato, la Marcia della protesta e della pace, organizzata da Danilo Dolci nel 1967 per lo sviluppo sociale ed economico di quella parte della Sicilia, a cui partecipò insieme a molti gruppi di contadini e lavoratori. La colonna partì da Partinico ed aveva in testa, oltre a Danilo Dolci, molte altre figure di spicco del mondo intellettuale e artistico tra cui l’architetto e urbanista Bruno Zevi, il pittore Ernesto Treccani e l’antropologo Antonino Uccello (altra grande figura di intellettuale siciliano).

E’ interessante notare questa presenza di figure del mondo artistico ed intellettuale; entrambi infatti amavano il bello e l’arte, oltre che come interesse personale, avevano capito che si poteva comunicare anche con questa ai fini della denuncia della lotta politica o, più semplicemente, per coinvolgere ed educare.

Danilo Dolci era anche un poeta riconosciuto, amava la musica e la letteratura; Peppino Impastato costituì, tra l’altro, nel 1976 il gruppo Musica e cultura, che svolgeva attività culturali ed organizzava mostre fotografiche sul territorio per sensibilizzare e coinvolgere alla partecipazione. 

Per entrambi la musica, la letteratura e l’arte erano viste come dimensioni sociali in cui esprimere l’etica dei doveri morali e civili o, più semplicemente in modo mazziniano, i Doveri dell’Uomo, da affiancare necessariamente ai diritti, di cui sono il rovescio della medaglia. 

L’etica dei doveri e l’impegno civile è il grande insegnamento che ci lasciano con la loro testimonianza, pagata come nel caso di Peppino Impastato, con la propria vita.

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