Tutti insieme appassionatamente

CHE NE SO DI PEPPINO IMPASTATO

FRANCESCO CABRAS

Regista, fotografo

Che ne posso sapere io di Peppino Impastato. Di cosa significhi crescere in un contesto dove la libertà di espressione, il lavoro, la comunicazione e i rapporti umani sono ostaggio di una organizzazione criminale che amministra la vita e la morte della comunità solo per accrescere i propri interessi. Cosa ne so di un contesto sociale peggiore di una dittatura dove chi non si allinea viene identificato come traditore o nemico dagli stessi componenti della sua famiglia. 

E’ un incubo la cui veridicità posso provare a immaginare solo tramite la lettura di testi, la visione di film, di opere teatrali, e attraverso l’ascolto di testimonianze dirette e indirette. Cioè grazie a quel complesso insieme di sistemi che narra o rappresenta l’esperienza esistenziale percepita e  immaginata; in una parola, grazie alla cultura. 

Insomma, senza inoltrarsi nei labirinti delle definizioni, io, come milioni di altri nati e pasciuti in ambienti apparentemente lontani anni luce da quello della Cinisi di Peppino Impastato, sono venuto a sapere dell’esistenza della malavita organizzata grazie ai racconti di mio padre che mi spiegava i film di Francesco Rosi visti in televisione e in sala, grazie agli articoli dei giornali, ai libri di Sciascia e ai documentari di Gianni Bisiach.  Più recentemente anche grazie a Marco Tullio Giordana, a YouTube e al web ovvero grazie a tutti quelli che hanno speso parte del loro tempo comunicando la loro esperienza agli altri, che fosse sotto forma di inchiesta, cinema, poesia, arti varie, saggi o romanzi. 

E questo effetto domino, virtuoso e invincibile come un virus risanante, ci può salvare la vita. Lo aveva capito perfettamente Impastato che insieme alla sua attività giornalistica di denuncia era un geniale aizzatore culturale che insieme ai suoi sodali diede vita a circoli di cineforum, di teatro e di musica.

Sembra tutto facile visto ora ma era tutto impossibile nella società in cui vivevano quei ragazzi. Hanno realizzato l’impossibile, o meglio, ci hanno mostrato che la categoria dell’impossibile è uno spauracchio come può diventarlo la stessa mafia. L’impossibile si nutre della paura così come la mafia, le cui proprietà più potenti sono l’omertà, il ricatto, la corruzione, la violenza e la povertà. Cinque condizioni o comportamenti antropici che possono essere ridimensionati solo da altre due concretezze altrettanto, squisitamente umane: la cultura e il rispetto delle leggi. 

Come rispetto delle leggi si debba intendere un principio semplice ma costantemente disertato dalla nostra fragile natura che la madre di Peppino Impastato ha sempre preteso e sintetizzato in una frase perfetta “no vendetta, si giustizia”. Queste parole hanno il potere di porre fine a uno dei meccanismi più letali e seduttivi del congegno-mafia, cioè la faida, che sia interna o esogena.  Ogni cammino di consapevolezza, individuale e collettivo, ha nell’esperienza culturale le sue tappe rigeneranti. Impastato le ha vissute senza paura e le ha condivise, là dove sembravano non esistere se le è inventate. 

Nella trasmissione pirata Onda Pazza di Radio Aut c’era il medesimo estro lessicale, l’ingenuità e il divertimento brado che avremmo trovato nei futuri libri di Benni, nella Tele Vacca di Benigni e Monni, sulla rivista Il Male, fino al mafioso di Corrado Guzzanti, con in più il vero sprezzo del pericolo, visto che gli obiettivi della sua satira erano assassini vicini di casa. Anche in questo Impastato è stato un pioniere.

Non è bastato ovviamente ma è stato molto, Cinisi oggi ha ancora a che fare con l’istituzione mafiosa, come tutta l’Italia in dosi diverse, ma nella casa di Tano Badalamenti dove probabilmente fu deciso il suo omicidio, dal 2017 c’è la biblioteca comunale e la nuova sede di Radio Cento Passi, l’erede di Radio Aut. Solo un anno prima buona parte del paese aveva festeggiato i cento anni di Procopio di Maggio, il più vecchio capomafia locale, a due passi dal municipio fuochi d’artificio e visite dagli Stati Uniti si erano susseguite tutto il giorno.

Dunque che ne possiamo sapere noi di Peppino Impastato e delle vite che crescono sotto l’ombra velenosa delle cupole? Grazie al veicolo della cultura, per quanto il significato di questa parola sia sempre più delicato, ne possiamo sapere molto. Attraverso i frutti della cultura possiamo riconoscere la natura mafiosa in ogni attitudine bullistica, in ogni prepotenza o menefreghismo, in ogni rinuncia nell’affermazione della legge e del rispetto, in ogni connivenza con ciò che facciamo finta non ci riguardi. Possiamo vedere che la natura antropologica della mafia è un connotato che fa parte della nostra personale fisionomia quotidiana, e di quella di ognuno, in dosi estremamente variabili senz’altro. 

Solo la cosiddetta cultura ci insegna come la vita ci ponga indistintamente delle scelte che interagiscono con gli enzimi del comportamento mafioso; dalla destinazione dei nostri rifiuti, mozziconi di sigaretta compresi, al nostro voto. Grazie a persone come Peppino Impastato, persone non supereroi,  possiamo allora capire che Cinisi non è un paese lontano nella geografia, nella civiltà e nel tempo, ma è il nostro paese, è la nostra cultura, volubile e trasformabile anche in base alle nostre scelte.

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