Abissi d’Acciaio

Più o meno in questo periodo dell’anno, ma nel 1954 uscì in Italia “Abissi d’Acciaio” che è il primo libro della serie dei “Robot”. 

In quel mondo immaginato da Isaac Asimov la terra è completamente diversa da come lo era e anche da com’è ora. Si racconta di un futuro ancora lontano, ancora 3.000 anni.

Giusto per chiarezza, da questo punto in poi racconterò qualcosa del libro che non vorrei assolutamente “spoilerare”. Se avete intenzione di leggerlo – come vi consiglio – saldate direttamente al paragrafo non “in corsivo”.

Nel mondo immaginato da Asimov, si vive in spazi sempre chiusi. In megalopoli costruite soprattutto sotto la crosta terrestre. 

Appunto negli Abissi d’Acciaio. 

Le città sono entità autonome per la produzione di energia e di viveri, tanto da essere come delle città-stato sovrappopolate.

La Società è costituita in realtà da un insieme elevatissimo di persone che sono costretti in spazi ridotti e per questo hanno sviluppato un grande senso della “privacy”, anche se hanno messo in comune quelli che all’epoca (e ancora oggi) consideriamo gli spazi più “intimi” delle nostre case: le cucine e i bagni.

I cittadini sono tutti impauriti di andare all’esterno delle proprie città, come affetti da una enorme e profondissima agorafobia. 

La vita quotidiana è in simbiosi con i robot positronici che però non sono utilizzati come lo sono nei mondi esterni.

Sì, perché gli umani si sono divisi non solo in città sulla Terra, ma hanno colonizzato anche altri pianeti e lì vivono in modo completamente diverso, dando origine ad una cultura completamente diversa, ad uno stile di vita completamente diverso.

Perché tutto questo preambolo?

Perché mi sono domandato cosa resterà di questo momento nel futuro, cosa ricorderanno i giovani, quali conseguenze ci saranno nella vita quotidiana anche a livello culturale. Una vera lettura del futuro in base a quello che stiamo vivendo ora.

Che mondo ci sarà nel nostro futuro? Può essere davvero come quello descritto da Asimov? E’ questa la strada che stiamo percorrendo per arrivarci?

Nel 1950 il mondo era uscito dalla seconda guerra mondiale ed era entrato in una nuova era fatta di crescita ma anche di crescenti paure: nel 1952 gli USA sperimentarono una bomba ancora più potente di quella esplosa su Hiroshima e Nagasaki a chiudere definitivamente la II Guerra Mondiale e ad aprire l’era atomica. Nel 1953 anche l’Unione Sovietica sperimentò la propria “Bomba H”, sancendo una escalation agli armamenti. La guerra fredda. Nel 1957 l’Unione Sovietica aveva inviato nello spazio lo Sputnik1, primo oggetto antropico a superare l’atmosfera e ad entrare nel cosmo.

La genesi del libro avviene in quel clima di profonda e crescente paura, e anche di grande speranza nelle potenzialità nell’industria e nel sapere dell’uomo.

Ora come all’epoca una paura ci chiude in casa: non la paura della guerra che possa polverizzare l’intera popolazione terrestre, ma la paura dei contagi di un virus che colpisce ogni giorno sempre più forte.

Sperimentiamo quotidianamente uno spazio sempre più ampio dato alla “remotizzazione” delle relazioni sociali ed una accelerazione di alcuni processi che immaginavamo già anni fa, come lo Smart Working.

Un pò per “deformazione professionale” quelle strade le speravo e ora che le vedo realizzate ne sono contento: abbiamo una maggiore connettività e si riescono ad avere strumenti per aumentare la nostra efficienza nel lavoro.

Ma allo stesso tempo, ancora di più ci mancano gli spazi reali, lo stare all’aria aperta, avere la possibilità di fare una passeggiata in un parco o avere il conforto di un abbraccio.

A seguito della “prima ondata” c’è stato infatti un ritorno all’utilizzo degli spazi verdi all’aperto, delle biciclette per il trasporto o anche dei monopattini elettrici, che sono una alternativa all’uso dell’autovettura per i piccoli spostamenti.

Mi immagino che, come sempre accade, siamo ad un bivio dove la nostra cultura può chiudersi, la nostra quotidianità ingrigirsi ma, essendo un inguaribile ottimista, penso che invece ne verrà fuori rafforzato il lato umano che non sarà più lasciato al caso, ma anzi sarà cercato.

Mi piace pensare che fra un anno, quando questa emergenza sarà rientrata anche se non completamente risolta, potrò tornare qui a scrivere un articolo per raccontare le persone che sui mezzi pubblici escono dal proprio isolamento, dalla propria “bolla”, per poter parlare con il proprio vicino di posto. 

Per raccontare della spinta a migliorare la propria qualità della vita.

Del resto, l’idea di cantare dai balconi era proprio quello di far sentire ai propri vicini, spesso sconosciuti, che non erano soli. In modo festoso. L’idea era quella di non rinchiudersi nel proprio appartamento e poi, nel futuro possibile, nel proprio abisso d’acciaio.