Cause ed effetti della Brexit. Il fenomeno dell’euroscetticismo e la possibile uscita dell’Italia dall’UE

Le ragioni della Brexit

Gli argomenti usati per la campagna a favore della Brexit sono stati molteplici, ma quelli che hanno fatto maggior leva sulla popolazione sono stati la riconquista della sovranità nazionale e il controllo dei confini britannici. La perdita di sovranità nazionale ha avuto luogo gradualmente nel corso del tempo e non è un caso che l’UKIP (United Kingdom Independence Party), un partito dichiaratamente nazionalista, abbia cavalcato questa retorica populista già dagli anni Novanta. Il controllo dei confini va considerato come una battaglia legata al controllo dell’immigrazione, che è rimasta in costante crescita dall’ultimo allargamento dell’UE avvenuto nel 2004 e ha toccato picchi molto elevati durante gli anni della crisi economica e finanziaria. La questione dell’immigrazione non è da attribuire solo a un sentimento di xenofobia. Essa poggia piuttosto su ragioni economiche, legate al lungo periodo di austerità imposto dai governi conservatori e al pregiudizio che l’aumento degli stranieri provenienti da Paesi meno ricchi riduca le opportunità lavorative, gli stipendi e la qualità dei servizi pubblici, un preconcetto che ha fatto leva particolarmente sulle fasce di reddito medio basso in Inghilterra e Galles.

Gli oppositori della Brexit invece hanno portato avanti una campagna basata sulle forti probabilità di recessione economica, sull’aumento dell’inflazione dovuto all’indebolimento della moneta e su un generalizzato impatto negativo nell’ambito degli affari e degli scambi commerciali. Questo tipo di argomentazioni prettamente di natura economica non hanno fatto alcuna presa sugli elettori appartenenti agli strati di popolazione più umili e con un basso livello di istruzione.

Sebbene il fenomeno dell’euroscetticismo non sia nuovo e certamente non sia limitato al Regno Unito, lo scenario economico lungamente sfavorevole, unito alle carenze dei meccanismi volti a far fronte alle crisi politiche in tempi rapidi, ha fatto crescere la sfiducia verso Bruxelles. Soprattutto i cittadini dei Paesi più periferici percepiscono le Istituzioni dell’UE come lontane e inadeguate a risolvere i loro problemi quotidiani. Nel caso dell’Italia, il disagio legato al lento impoverimento di alcuni strati sociali è stato sfruttato dai partiti populisti e anti-europeisti, i quali hanno utilizzato gli argomenti della crisi migratoria del 2015 e della mancata risposta all’SOS lanciato  a marzo di quest’anno, durante il picco della crisi sanitaria, per mettere l’UE sotto accusa. A onor del vero va detto che, rispetto alla vicenda della crisi sanitaria, l’UE non ha voce in capitolo in tema di salute pubblica. La competenza in quest’ambito appartiene totalmente ai singoli Paesi Membri. Da qui la difficoltà per la Commissione Europea di sbloccare la situazione che si è venuta a creare non appena l’emergenza ha cominciato a manifestarsi in Europa. Parigi e Berlino hanno deciso unilateralmente di interrompere l’export del materiale sanitario lasciando cadere nel vuoto le richieste di aiuto inviate dal Governo italiano. È dovuto quindi intervenire il Commissario Europeo al Mercato Interno Thierry Breton, peraltro di nazionalità francese, nel ruolo di mediatore e avocandosi poteri che in parte non aveva.

I limiti dell’UE vanno ricercati nell’incapacità di risolvere le problematiche economiche e politiche con i mezzi che le sono conferiti dai Trattati. Il processo di integrazione, sebbene abbia fatto grossi passi in avanti, soprattutto negli anni Ottanta e Novanta con la firma dell’Atto Unico Europeo e del Trattato di Maastricht, ha visto una grossa battuta di arresto legata alla mancanza di volontà politica dei Paesi Membri di fornire alle Istituzioni europee i poteri necessari per far fronte alle crisi in maniera unitaria.

La recente mancanza di solidarietà di alcuni Paesi europei ha portato alcuni esponenti politici italiani delle aree populiste a lanciare l’Italexit. L’iniziativa è avvenuta nonostante Roma abbia concluso con l’UE un accordo multimiliardario per gli interventi di recupero dalla pandemia. Questa spinta a lasciare il blocco sembra essere stata alimentata, in parte, dalla Brexit. Ad agosto, Euronews ha riferito che tra gli elettori dei cosidetti “quattro grandi” dell’UE (Francia, Germania, Italia e Spagna), i sondaggi avevano rilevato che gli italiani erano “i più favorevoli a lasciare l’UE tra cinque anni qualora la Brexit si rivelasse vantaggiosa per il Regno Unito”.

L’eventuale abbandono dell’Italia contribuirebbe ad indebolire l’UE non solo dal punto di vista economico, ma vedrebbe anche il club dei 27 impoverito di un retaggio culturale e politico che ha contribuito a formare le radici su cui si posa l’odierna UE. Uno scenario di questo tipo potrebbe essere fatale non solo per il futuro dell’Italia ma anche di tutto il progetto di integrazione Europeo.