Intervista a Valentina Morelli

Valentina Morelli è figlia del mare. Nonostante un dio beffardo l’abbia fatta nascere a Modena e crescere a Milano, dopo la laurea in architettura è tornata alle sue origini e per vivere ha scelto il mare brusco e laborioso di Genova. Ogni giorno lo guarda dalla finestra, mentre accarezza i suoi gatti e il vento le porta dalla campagna profumo di elicriso e alloro.

Ha esordito con la raccolta di racconti Mara conta i passi (I sognatori, 2013) e ha collaborato con la rivista letteraria Cadillac. Ha da poco pubblicato il romanzo Un avanzo di troppi risvegli con CasaSirio editore.

Com’è nato il tuo rapporto con la scrittura?

Sono molto emotiva. Più sono coinvolta, meno sono in grado di esprimere quello che provo: la timidezza, la rabbia, la vergogna prendono il sopravvento e non apro bocca o straparlo.

La scrittura è il mio modo preferenziale d’espressione: mi dà il tempo e la freddezza necessari per scegliere le parole, per esprimere con esattezza il mio pensiero.

Prima di scoprirti scrittrice sei stata – e sei ancora – una grande lettrice.

I libri sono il mio rifugio, la mia fonte di sapere e di svago.

Casa mia è sempre stata piena di libri. Da piccola pescavo a caso tra quelli dei miei. Mi piaceva Pirandello e per molto tempo mi sono rifiutata di leggere libri per bambini: godevo dello stupore dei grandi nel vedermi immersa ne La ragazza di Bube di Cassola o in Metello di Pratolini.

La narrativa per ragazzi l’ho recuperata dopo: ho letto tutto Roald Dahl, sono impazzita per Harry Potter e per i romanzi di Philip Pullman e Eoin Colfer. 

Sono tantissimi gli autori e le autrici che amo e che ho amato. Vado a fasi. Al liceo adoravo D’Annunzio e per molto tempo ho letto solo classici. Delitto e Castigo resta uno dei miei romanzi preferiti in assoluto. Ho avuto la fase sudamericana (da Marquez a Cortàzar), la fase distopie e ucronie (Orwell, Dick, Huxley), la fase horror (Stephen King – L’ombra dello Scorpione è uno dei pochi libri che ho riletto – e Clive Barker) e quella dei racconti (Carver, Hempel, Keret, Bender, Munro). La fase americana è culminata in un amore incommensurabile e ineffabile per David Foster Wallace. 

E oggi?

Oggi leggo quasi esclusivamente libri di autori contemporanei, spesso pubblicati da editori indipendenti. Il tempo materiale di Giorgio Vasta (Minimum Fax, 2008) è uno dei libri che porterei sull’isola deserta.

In questi giorni sono sedotta da Questo bacio vada al mondo intero, di Colum McCann (Rizzoli, 2011). Lo sto centellinando: temo molto il momento dell’abbandono.

Dopo i libri, la subacquea è la tua altra grande passione.

Quando ero alle prime armi, seguivo un forum frequentato da persone con grande esperienza che raccontavano esplorazioni di relitti a ottanta metri di profondità, mentre io starnazzavo a sei metri con l’affanno e la paura di morire. Avevo così iniziato a descrivere le mie avventure da neosubba in tono tragicomico e la cosa era piaciuta. Mi hanno proposto di collaborare con la rivista Scubazone e per un paio d’anni ho tenuto una rubrica che si intitolava Scubalibre.

Nello stesso periodo avevo un blog: c’era un po’ di tutto, racconti subacquei, recensioni di libri, riflessioni.

Come sei arrivata da queste prime esperienze alla scrittura di un romanzo?

Un giorno un amico mi ha chiesto perché non provassi a pubblicare qualcosa. Alla mia risposta schiva, mi ha provocato: “Sei una fifona! Scrivere per se stessi è come masturbarsi. Non c’è niente di male, ma scopare è un’altra cosa.”

Avevo da poco letto di un concorso letterario indetto da un piccolo editore leccese. Ho scritto un racconto senza pensarci troppo e l’ho spedito.

“Te lo faccio vedere io se sono una fifona!”

Concorso vinto, primo contratto firmato, racconto pubblicato.


E poi?

Mi sono resa conto che quello che scrivevo poteva interessare a qualcuno che non fosse mia madre o i miei amici.

Ho sentito però che l’istinto, la familiarità con la parola scritta non fossero abbastanza e mi sono messa a studiare. Ho seguito corsi di scrittura creativa alla Holden di Torino, all’Officina Letteraria di Genova e quelli di Minimum Fax a Roma. Il mio modo di leggere, prima ancora del mio modo di scrivere, è completamente cambiato: cerco di capire come gli scrittori riescano a ottenere un determinato effetto, faccio caso al ritmo, alla scelta del vocabolario, alla struttura. Appunto gesti, dialoghi, intere frasi.

Nel mio blog, nel post Leccare la farina, Murakami e Mozart, ho descritto questa nuova forma di lettura con una similitudine: anziché mangiare la torta e godere del gusto pieno dato dall’accordo degli ingredienti, leccavo la farina:

Lecco la farina. Smonto la magia, convinta che il sacrificio serva a carpire i segreti della scrittura. 

È una bellissima immagine.

Frequentare i corsi di scrittura mi ha anche permesso di conoscere come funziona il mondo dell’editoria, di imparare a muovermi.

Il tuo romanzo Un avanzo di troppi risvegli si regge su solide fondamenta.

Ho cominciato a scrivere dopo due anni di studio. Volevo capire, scoprire, imparare qualcosa di cui non sapevo nulla e che mi incuriosiva: la vita nel carcere. 

Ho conosciuto (virtualmente) ex carcerati, ho letto libri, contattato associazioni. Solo quando il quadro mi è stato più chiaro ho costruito la storia. Uno dei due protagonisti è un ex carcerato: le sue manie, le sue idiosincrasie e l’atteggiamento nei confronti degli altri sono le stesse di chi il carcere l’ha vissuto per davvero.

Di cosa parla il libro?

I personaggi principali sono Saro e l’ex carcerato. Le loro storie si alternano finché, a un certo punto, si intrecciano.

Saro è un ragazzo di un quartiere popolare di Catania. Da generazioni la sua famiglia ha una macelleria equina e questo sembra essere anche il suo destino. Saro però odia la carne di cavallo e sogna di fuggire da Catania con Agata, la ragazza dai capelli di lava e dalla risata d’argento che gli ha rubato il sonno.

L’ex carcerato è un uomo senza nome, poverissimo e profondamente segnato dagli anni di galera. Affronta un lungo viaggio da Milano a Catania per mantenere una promessa.

Come sei arrivata a pubblicare con CasaSirio?

Per scoprire nuovi autori e nuovi editori, giro le fiere editoriali, soprattutto il BookPride, che si tiene un anno a Milano e uno a Genova. Nell’edizione milanese del 2017 conosco Martino Ferrario, il direttore editoriale di CasaSirio. Mi innamoro della casa editrice, dei loro libri, del loro entusiasmo e del loro approccio pop. E quando l’anno dopo, nell’edizione genovese, Martino m’invita al contest Se la tua storia vale, la saprai raccontare anche da ubriaco, non ci penso due volte, partecipo e grazie alla tequila, che scioglie tutte le mie inibizioni, vinco. 

Torno a casa barcollando, pensando che l’indomani avrei proposto a Martino il manoscritto. Qualche casa editrice aveva già mostrato interesse per il manoscritto, ma io aspettavo qualcuno che se ne innamorasse perdutamente.

Il giorno dopo però, senza la tequila, l’antica vergogna ha il sopravvento e mi disintegra la lingua. È stato Martino a dirmi: E allora? Me lo dai ’sto manoscritto?

Che cosa fai oggi?

Sono sepolta sotto libri su Rom e Sinti. Mi fa male tutto l’odio che gli si riversa addosso da secoli.

Chissà, forse da tutto questo studio un giorno uscirà un romanzo.