Brexit, il momento della verità

Nelle ultime settimane si è vissuto  uno scenario che ha fatto presagire ciò che avrebbe potuto accadere all’inizio del 2021, con notizie di code ai porti inglesi aggravate dall’interruzione cautelativa da parte della Francia di alcune rotte commerciali e di una corsa per la scorta di materie prime e componenti industriali. Preoccupazione è stata anche manifestata riguardo possibili schermaglie tra navi da pesca. Il Ministro della Difesa Ben Wallace aveva precedentemente dichiarato che in caso di no-deal, quattro pattugliatori della marina militare britannica erano pronti a intervenire per scoraggiare l’accesso delle imbarcazioni da pesca straniere nella zona economica esclusiva. Sebbene l’accordo sia stato raggiunto, e potrebbe entrare in vigore in via provvisoria già a partire dal 1 Gennaio 2021, complicazioni potrebbero verificarsi nel settore alimentare dove le catene di approvvigionamento, già messe a dura prova dalle misure sanitarie in vigore, potrebbero essere soggette a procedure di sdoganamento troppo lunghe e provocare il deterioramento dei prodotti deperibili prima dell’arrivo a destinazione. La reintroduzione delle procedure doganali, e il volume di procedure amministrative generato dall’uscita dal mercato unico lasciano prevedere un aumento dei prezzi al consumo e dei costi di produzione industriale, nonché problematiche significative in un settore chiave per l’economia del Regno Unito come quello della finanza.

C’è il timore che, a pochi giorni dallo scadere dei termini e con la consapevolezza di ciò che avrebbe potuto significare l’entrata in uno scenario di no-deal, Downing Street abbia ceduto alla tentazione di accettare un accordo di compromesso. Nei prossimi giorni, nel quadro della procedura di ratifica, il testo dell’accordo sarà sottoposto a un processo di revisione da parte degli esperti giuridici delle due parti. Condizioni troppo sbilanciate a favore dell’UE potrebbero provocare le proteste della frangia più estremista del partitito conservatore britannico, il quale si aspetta una Brexit in piena regola e senza compromessi.

Nel Regno Unito non si è mai nascosto un certo disagio nel far parte dell’UE, e il lento trasferimento di sovranità verso Bruxelles legato al processo di integrazione ha trasformato questo disagio in insofferenza. Sebbene il governo britannico stia tentando di mascherare le responsabilità di questa caotica operazione, esse sono da attribuirsi totalmente alle scelte della destra pro-Brexit. A partire dal raggiungimento dell’accordo i toni precedentemente aspri delle discussioni si sono moderati, ma un indicatore del radicalismo che ha accompagnato i britannici nel negoziato è stato la minaccia di impiegare la marina militare per impedire l’ingresso delle navi spagnole, francesi e olandesi in acque dove pescano da secoli.

Per capire come il Regno Unito sia arrivato a questo punto bisogna fare un balzo temporale indietro di trent’anni e fare riferimento al personaggio politico che ha caratterizzato maggiormente il processo evolutivo del partito conservatore britannico. Nel 1988 Margaret Thatcher, nel famoso discorso pronunciato al Collegio Europeo di Bruges (Belgio) e conosciuto come Il Discorso di Bruges, getta le basi dell’euroscetticismo britannico mettendo in guardia dal fenomeno della ‘concentrazione di potere al centro di un conglomerato europeo’.  Sebbene solo due anni più tardi la Thatcher sarà costretta a dimettersi per contrasti con alcuni membri del propio partito legati alla sua opposizione a una maggiore integrazione nell’allora Comunità Economica Europea, il suo retaggio di orgoglio nazionalista e anti-europeista è ancora oggi chiaramente visibile nel partito politico che esprime il governo del Paese e che ha gestito il negoziato. I suoi successori, sostenitori della Brexit, hanno abbracciato cosi tanto la politica del radicalismo da portare il Regno Unito nella situazione in cui si trova ora. Il governo conservatore in carica fornisce al popolo un’idea capziosa di sovranità, ma non ha ancora dato risposte a coloro che subiranno le conseguenze del ritiro degli investimenti o del trasferimento delle multinazionali (vedi Condivisione Democratica, numero di Novembre 2020).

Al momento il Regno Unito é impegnato a fronteggiare la crisi sanitaria legata al COVID-19 che ha già messo in crisi un buon numero di settori industriali. Londra dovrà trovare una strategia per reagire al meglio alle conseguenze di una Brexit aggravata dagli effetti economici e sociali della pandemia e dovrà intervenire nella propria pubblica amministrazione per ricostruire in fretta le professionalità nei settori che sono stati finora gestiti da Bruxelles. Inoltre dovrà accelerare la conclusione di accordi bilaterali con i propri alleati e partner commerciali. Effetti negativi prolungati di questa transizione sui sudditi di Sua Maestà, potrebbero favorire ulteriormente i movimenti indipendentisti che avevano ripreso forza in opposizione al referendum del 2016 per l’uscita dall’UE e che nel 2020 sono stati rinvigoriti da una gestione della crisi sanitaria considerata fallimentare. Un mancato accordo avrebbe colpito negativamente entrambe le parti, ma c’è unanimità nell’affermare che gli effetti sarebbero stati decisamente più marcati al di là del Canale della Manica, dove un mercato di dimensioni ridotte rispetto a quello del club dei 27 avrebbe avuto più difficoltà nell’assorbire lo shock di assestamento. La sfida dei prossimi mesi sarà quella di mettere in pratica le nuove regole che sono state scritte nel testo dell’accordo e soprattutto, di vigilare affinché le soluzioni trovate salvaguardino efficacemente gli accordi di pace tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord.  Un negoziato così ricco di ostacoli ha portato l’opinione pubblica globale a riflettere su tutta una serie di questioni e, tra esse, a interrogarsi sull’opportunità di un’isola irlandese ancora divisa e sotto l’autorità di due Stati. Probabilmente non assisteremo a un vero e proprio momento della verità  né oggi né il 1 Gennaio 2021, ma, negli anni a venire ci sarà un lento processo di adattamento, il cui successo sarà determinato dalla capacità del Regno Unito di reagire a questa grande sfida che ha avuto il coraggio o l’incoscienza di intraprendere.