Bruno Bozzetto: un Visionario dal Cuore Bambino.

Per Marcel Proust ogni lettore, quando legge, legge se stesso. Allo stesso modo l’opera di un artista, un quadro, un film, sono specchi che riflettono l’autore. Cosa ne pensi?

Sono d’accordo. Soprattutto esaminando i miei primi film. Successivamente la cosa è diventata a livello inconscio.

Disegnando il Signor Rossi, per esempio, disegnavo me stesso, ma non solo, disegnavo anche mio padre, figura importantissima nella mia vita. Essendo figlio unico, per me era un padre, un fratello, un amico. Inoltre, mi faceva da manager e seguiva la parte commerciale del mio lavoro.

Mi sono accorto che, a volte, riflettevo persino la figura di mia madre. Alla fine, si cerca sempre di esprimere quello che si conosce meglio. Ci si interroga su quale reazione si potrebbe avere di fronte ad una determinata situazione.

Penso che un’opera sia all’80% lo specchio dell’autore e del suo mondo. Ci sono sempre dei  riflessi.

C’è quindi una quota autobiografica e generazionale, oltre a quella di pura invenzione, nei personaggi e nelle situazioni che si creano.

Il Signor Rossi quest’anno ha compiuto 60 anni. Come nasce questo tuo personaggio?

Andavo spesso a Londra per imparare la lingua inglese e rimasi molto affascinato dalle  pubblicità e dalla filmografia britanniche. La grafica e lo stile ne sono stati sicuramente influenzati. ‘Un Oscar per il signor Rossi’ (1960) è stato il primo film che ho realizzato con questo personaggio e dopo un po’ di tempo mi sono reso conto che, inconsciamente, avevo fatto la caricatura di Nino Zucchelli, creatore e direttore del Festival di Bergamo, a cui avevo inviato un mio film, ‘La storia delle invenzioni’, che venne scartato alla selezione. Zucchelli era un uomo pelato e con i baffetti, talmente piccolo di statura, che veniva soprannominato in dialetto ‘ferma usc’ (ferma-porte)! Per quel concorso furono scelti alcuni film che ritenevo davvero brutti e decisi quindi di girare un corto proprio su questa storia.

Infatti il Signor Rossi lavora come un pazzo per realizzare un film da proporre ad un Festival Cinematografico.

Sì, e quando vede la sua opera rifiutata, si ribella, reagisce, prende la pellicola, la calpesta, la taglia, la rimonta, la ripresenta al festival e vince addirittura l’Oscar!

Che carattere impulsivo!

In questo rispecchia tantissimo di mio padre Umberto. Se in un negozio c’erano persone in coda prima di lui, resisteva tre minuti e poi si innervosiva ed usciva borbottando. Capitava, a volte, che commettesse un’imprudenza guidando, non rispettando uno stop, ma se glielo facevi notare lui ti rispondeva: ‘Ma sì! Guarda che hanno sbagliato a mettere qui uno stop!’ Mio padre in questo rispecchiava in toto il Sig. Rossi!!! Infatti nel film ho spesso inserito gag prese dal mio quotidiano. Una volta eravamo nella nostra casa a Campiglio e mio padre doveva far passare dei fili di un impianto all’esterno. Sai cosa ha fatto? Ha fatto un buco e ha risolto così la faccenda…puoi ben immaginare quanto freddo entrasse in casa dopo quell’intervento!

Era un uomo davvero pratico!

Era molto pratico! Pensa che quando decise di farsi costruire una casa, all’architetto disse in maniera categorica: ‘Per l’estetica lascio fare a lei, ma io voglio che tutto sia comodo, pratico e funzionale!

Voleva evitare un risultato in stile barocco! Parlando di stile, non mi piace ‘ingabbiarti’ e definire quale sia il tuo, ma credo che un tuo tratto distintivo possa essere l’essenzialità.

Io amo la sintesi. La semplicità è la base del mio lavoro, i miei modello sono disegnatori come Saul Steinberg, dal tratto elegante e pulito. Mi infastidisce tutto ciò che è in più. Infatti penso che ora stiamo vivendo in un mondo barocco. Al cinema si è storditi dai colori, dalle scene, dalle inquadrature, dai rumori, dalla musica. Io amo l’essenziale.

Quindi ti piacciono i film di Woody Allen.

Assolutamente sì! Trovo che Allen sia geniale. Lo reputo uno dei più grandi registi contemporanei.

In un’intervista ha detto che la sua infanzia era fatta di grandi amori: il Cinema, la Magia e la città di New York. Tre mondi che lo hanno accompagnato per tutta la vita. Il Cinema ha accompagnato la tua, come hai iniziato?

Si è trattato di un caso. L’amico Attilio Giovannini, professore universitario di Cinema che aveva collaborato con i fratelli Pagot, durante una vacanza con la sua famiglia a Taranto, passeggiando sulla spiaggia, mi domandò: ‘Bruno ma tu non hai mai pensato di fare un lungometraggio a disegni animati?’ Ho pensato fosse pazzo perché al massimo avevo realizzato dei corti di 10 minuti con grande fatica! Non ci avevo mai pensato, perché lo consideravo un progetto enorme e fino ad allora lo aveva fatto la Walt Disney. Mi sembrava ridicolo mettermi in competizione con loro. Era come mettersi in competizione con chi va sulla Luna! Però l’idea mi stimolava molto e ho cominciato a riflettere. Sicuramente non avrei mai realizzato una fiaba per bambini, perché non mi interessava, e, continuando a ragionare, ho pensato ad un film western, genere che ho sempre amato molto.

Ho immaginato e sviluppato il tutto come una parodia, perché i western allora erano delle favole: si sapeva subito dall’inizio chi era l’eroe, chi era il cattivo, chi avrebbe vinto e chi sarebbe morto. Si ripeteva sempre uno stesso cliché. E quindi mi è venuta l’idea di ‘West and Soda’, dove ci siamo divertiti con tantissime gag e a giocare con le varie inquadrature, senza pensare troppo alla storia.

E’ stato veramente un film innovativo per quei tempi, dove regnavano Cenerentola, Biancaneve, Pinocchio e le altre fiabe Disney! Ed è stato un successo! Ma davvero ti nascondevi per vedere quanta gente entrava a vedere il tuo film?

E’ vero. Lo proiettavano all’Arlecchino a Milano in via San Pietro all’Orto e mi nascondevo dietro una colonna dall’altro lato della strada, per vedere se davvero la gente fosse disposta a pagare un biglietto per vederlo. Interrogavo la cassiera per sapere le reazioni degli spettatori. Adriano Celentano l’andò a vedere tre volte in una settimana!

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