Intervista a Giuseppe Cesaro

“Siamo noi l’anima delle cose. La fragilità è bellezza. Ed è infinitamente più ricca della solidità. Che, spesso, è pura apparenza”.

La musica, la bellezza, la famiglia, le parole, la forza: “le vite” di Giuseppe Cesaro. Incontro inconsueto ed informale con un grande protagonista del nostro tempo. 

Finanze, agricoltura, cultura, stampa, editoria, musica, tecnologia, comunicazione, scrittura. In ognuno di questi ambiti compare il nome di Giuseppe Cesaro, al fianco di uomini come Claudio Baglioni, Luca Zingaretti, Giulio Tremonti, Gianni Fontana e molte altre autorevoli personalità con le quali ha contribuito nella gestione della comunicazione su differenti livelli. Giornalista, scrittore, curatore, editor, ghostwriter, graphic novel, un vero e proprio artista della parola di cui si “serve” per comunicare al meglio ogni tipo di espressione artistica ed innovativa. Guardare avanti con un bagaglio “antico” rivisitato e corretto alla luce delle nuove forse espressive di cui spesso è stato proprio lui creatore, ispiratore, innovatore e pioniere. Lo abbiamo incontrato per i lettori di Condivisione Democratica per sentire le “mille e una vita” di un uomo “Obelix”, caduto nel paiolo della pozione magica delle parole. Un ringraziamento speciale per averci fatto conoscere una parte di se più intima e riservata che ci ha aiutati a comprendere meglio una delle personalità più interessanti e poliedriche del nostro paese. 

Quanto è difficile o facile diversificare la propria attività professionale?

“Onestamente, non lo so dire. A me è venuto naturale. Sarà che sono cresciuto in una casa-biblioteca (mio padre aveva anche un appartamento-emeroteca, nel quale raccoglieva tutti i quotidiani e i periodici degli anni ’60 e ‘70) e ho respirato quel po’ d’aria che riusciva a farsi largo tra tutte quelle parole. Credo mi sia successo qualcosa di simile a ciò che è successo a Obelix. Da piccolo, lui è caduto nel paiolo della pozione magica del druido Panoramix, io, in quello delle parole. Più fortuna che merito. Il merito, se c’è stato, è stato quello di averle ascoltate – cercando di coglierne senso, valore e bellezza – e di non aver mai smesso di provare a metterle una dopo l’altra nel modo meno banale possibile. Per rispetto. Loro, innanzitutto. E di chi potrebbe leggerle”.

Di certo c’è un filo conduttore tra tutte le sue professionalità. Qual è?

“Le parole, appunto. Vivo di parole e grazie alle parole. Di loro è lastricata la mia strada. Mi hanno permesso di avere una famiglia, pagare l’affitto, crescere e far studiare all’estero i miei figli. Non mi sembra poco. Ma non è stato facile. I libri danno la vita ma non di che viverla. A meno che uno non sia Camilleri o Eco. E io sono né l’uno né l’altro. E, così, devi avere anche un “lavoro vero”, come lo chiamava mio nonno. Infatti, da più di trent’anni, faccio il giornalista. Un lusso, lo ammetto. Soprattutto in tempi come questi. Non è stato facile ma è stato bello. E lo è ancora. Ogni volta che la pagina – libri, quotidiani, blog o “semplici” comunicati stampa – si riempie di te e dei tuoi pensieri, la sensazione è impagabile”.

Un uomo che crea così tanta “ampiezza” nella sua vita di certo porta con se una storia che parte dalla famiglia. Ci racconta la sua infanzia?

“Infanzia serena, adolescenza dura e dolorosa oltre gli standard. La personalità di mio padre sovrastava persone molto più grandi e importanti di me (per il nostro Paese, almeno) e la lotta tra noi era decisamente impari. Conviverci, soprattutto da ragazzo, è stato difficilissimo. Un confronto infuocato. Appassionante ma infuocato. I nodi si sono sciolti solo molto tempo dopo, pochi anni prima della sua morte. La perdita di una sorella quando ero un bambino e la malattia devastante e la morte di mia madre subito dopo, hanno fatto il resto. Mi hanno salvato i libri, la musica, il mio amico Fabio (Bianchini, uno dei più grandi talenti musicali in circolazione: peccato che lo conoscano in pochi!), la nostra fantastica cover-band beatlesiana e, soprattutto, le nostre canzoni. Le scrivevamo, arrangiavamo, suonavamo, cantavamo e registravamo insieme, in una stanza di casa sua (era il mio dirimpettaio), durante nottate indimenticabili, nelle quali inseguivamo il sogno che il mondo si accorgesse delle nostre melodie e delle nostre parole. Questo non è mai accaduto, purtroppo. Le canzoni, però, sono ancora qui, belle come allora. Bellissime, anzi. E niente e nessuno ci toglierà mai le emozioni che ci regalano ogni volta che le ascoltiamo”.

Ghostwriter, uomo ombra che porta luce dovunque e qualsiasi cosa tocchi. Perché scegliere di essere un uomo fantasma?

“Non esageri, mi accontento di combattere il buio. Se, poi, qualche piccolo lampo riesce a rischiarare qualche momento, angolo, sguardo o pensiero, allora è un piccolo miracolo. “Il mondo – scriveva Terence Rattigan – è un posto talmente buio che persino una piccola fiammella è la benvenuta”. Se davvero ho contribuito ad accendere qualche fiammella, ne sono davvero felice. Non si sceglie di diventare ghost, lo si diventa. Nostro malgrado. L’ambizione di chi scrive, è la visibilità. Non fosse così, i romanzi uscirebbero anonimi da sempre. Mi ci sono voluti vent’anni prima di riuscire a firmare un mio libro con il mio nome. Perché? Perché, oggi, l’editoria cerca volti noti – televisivi, soprattutto – più che bravi autori. Alla faccia giusta, poi, si affianca la penna giusta et voilà: il gioco è fatto. Recensioni e critiche esaltanti e persino qualche premio importante. Ma nessuno sa che sei tuo. Ed è doloroso vedere i propri figli portare il cognome di qualcun altro. Mi consolo pensando che è un po’ come darli in affido a famiglie più “facoltose”. Saranno in grado – mi dico – di garantire loro un futuro migliore di quello che saresti in grado di garantirgli tu. Ma sono sempre figli che non sanno che esisto e che chiamano papà qualcun altro”.