Intervista a Lorenzo Monfregola

Lorenzo Monfregola è un giornalista freelance, si occupa principalmente di geopolitica, Germania e violenza politica. Scrive per Aspenia, Il Tascabile, Eastwest e altri. Vive e lavora a Berlino.

In un suo tweet di alcuni giorni fa accenna alla svolta di Orbán sul recovery fund e a un investimento di più di cento milioni di euro in Ungheria della Daimler per costruire uno stabilimento che produrrà un SUV elettrico. Una semplice coincidenza?

La parte più importante è che il governo ungherese parteciperà con oltre quaranta milioni di euro al progetto. Un investimento della Daimler in terra magiara non è di per sé una novità. In molti recenti articoli si legge come il settore automobilistico sia il vero legame tra Germania e Ungheria e il vero custode dei loro rapporti.

Non conosciamo i dettagli delle trattative. Sostenere che non sarebbero avvenute senza l’accordo sul recovery fund mi pare comunque un po’ semplicistico. Sicuramente è stato scelto di ufficializzare l’investimento dopo l’accordo.

La proiezione verso Est dell’industria tedesca è una chiave dell’allargamento a Est dell’Unione Europea ed è anche la chiave dello sviluppo dei Paesi dell’Europa centro-orientale, che sono entrati a far parte della filiera produttiva tedesca o a questa si sono agganciati.

Tecnicamente è positivo che ci siano questi legami. Se non ci fossero, ci troveremmo di fronte a Paesi che fanno parte dell’Unione Europea ma non hanno motivo di cercare compromessi. Qualsiasi dibattito interno all’Unione Europea dimostra invece che l’unica strada sia quella del compromesso. O si trova un compromesso o, ogni volta, salta tutto. Per fortuna ci sono questi legami economici, in cui la Germania fa però quasi la parte del propulsore, del motore immobile, e questo, a sua volta, può essere molto stabilizzante, ma anche molto rischioso.

Ultimamente si sta diffondendo l’impressione che all’interno dell’Unione Europea il prossimo campo di battaglia, più che i diritti civili e la qualità della democrazia dei Paesi membri, sarà la svolta sulla regolamentazione ambientale. L’accordo sul recovery fund raggiunto in questo momento sembra suggerire che la Germania risparmi forze per il confronto decisivo verso Est sulle questioni ambientali. Sono questioni che ridefiniranno l’economia europea, dossier che, se gestiti bene, potranno lanciare l’Unione Europea in una nuova era economica, ma che, se gestiti male, potrebbero addirittura trasformarsi in uno svantaggio competitivo nel confronto con i grandi players globali.

Come viene definita la priorità dei diritti ambientali su quelli civili?

Non verrà mai definita e mai verbalizzata. È piuttosto una differenza di ritmo e di urgenza nella Realpolitik. Sui diritti civili, all’interno di una Realpolitik del compromesso, c’è chi pensa che le cose potranno essere fatte lentamente, senza dare degli aut aut. La negazione dei diritti civili caratterizza un nucleo della propaganda dei partiti di governo in Ungheria e Polonia, li identifica profondamente. Nel momento in cui si fa uno scontro sui diritti civili con questi partiti di governo, si va allo scontro totale perché, una volta perso il loro appello al tradizionalismo, questi partiti perderebbero il senso stesso del loro potere in patria.

Non è una cosa bella, ma è chiaro che ci sia chi pensa che sui diritti civili ci si debba quindi muovere più tranquillamente e senza strappi concreti. Mentre sull’ambiente non si può andare troppo lentamente: se non si decide al più presto, se non si coinvolgono fin da subito tutti i ventisette Paesi dell’Unione Europea nei prossimi passaggi, fra dieci o quindici anni, ci sarà un blocco continuo per tutta l’Unione Europea su delle scelte ambientali strutturali.