Intervista a Nadia Kuprina

Nadia Kuprina nasce a Mosca al tramonto dell’epoca sovietica.

Nel 1991 si trasferisce a Stoccolma con la famiglia. Frequenta il liceo corale Kungsholmens Gymnasium e il conservatorio Kungliga Musikhögskolan, dove consegue il diploma come cantante lirica.

Nel 2004 prosegue gli studi di canto presso il Conservatorio Giovanni Battista Martini di Bologna. Infine nel 2005 si stabilisce a Torino.

Si divide tra didattica della musica, canto, pittura e la famiglia.

Nel 2013 appare come solista ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino.

Com’è stata la sua infanzia a Mosca?

Sono cresciuta in una grande famiglia e ho avuto un’infanzia felice.

Negli anni Ottanta la vita culturale a Mosca era molto intensa. Con i miei genitori andavo al Teatro musicale per l’infanzia Natalija Sac, che aveva l’intero cartellone dedicato ai bambini con spettacoli di teatro, danza e canto. 

Mia madre è pittrice e mi portava alle mostre e agli eventi culturali nei musei di arte contemporanea. Faceva parte di un gruppo di artisti d’avanguardia che creavano vestiti come opere d’arte ed esibivano le loro opere in performances che assomigliavano a delle sfilate di moda.

Anche se in famiglia non c’era nessun musicista, ho sempre avuto la passione per la musica fin da bambina. Le prime lezioni le ho prese dalla maestra di musica delle elementari, che era anche insegnante di pianoforte. 

Per quale motivo la sua famiglia ha lasciato l’Unione sovietica?

Mio padre è fisico ed è stato invitato a Stoccolma per un progetto di alcuni mesi a giugno del ’91 [poche settimane prima del fallito colpo di stato che, nel tentativo di salvare l’integrità dell’Unione sovietica, ne accelerò il collasso, ndr]

La mia infanzia è finita bruscamente con il nostro trasferimento. Abbiamo visto in TV il nostro Paese che crollava.

Ci è stato possibile tornare a Mosca solo dopo quattro anni: la città era irriconoscibile. Con l’apertura delle frontiere nessuno si interessava più alla produzione artistica russa e le istituzioni scientifiche, che erano tutte statali, erano crollate. Amici e parenti hanno dovuto reinventarsi il lavoro per sopravvivere.

Eravamo partiti con l’idea di stare via al massimo un anno e alla fine i miei sono diventati cittadini svedesi. Nei miei documenti di allora c’è scritto paese di nascita: non più esistente.

Com’è stato l’inserimento nella realtà svedese?

Mi è servito un anno in mezzo. Non solo per la lingua. Venivo da un mondo totalmente diverso. In tutta franchezza, guardavo i miei coetanei con un po’ di superiorità, mi sembravano ragazzi viziati che avevano tutto, mentre ero abituata a non avere niente, ma ad andare a teatro e ai concerti.

Dopo qualche mese sono entrata nel coro di ragazze della chiesa di San Matteo. Mio papà aveva letto un annuncio, ha chiamato e ha preso appuntamento per me. Mi ha mandata da sola. Allora non sapevo assolutamente parlare lo svedese, conoscevo solo un po’ d’inglese. Ho cantato in russo e il direttore mi ha preso. È stata una grande gioia e una grande possibilità per conoscere la musica e la cultura svedese.

La coralità svedese ha risvegliato in me ancora più fame di musica. Ho scoperto il Liceo Corale. Ho studiato come una pazza per prepararmi per l’esame di ammissione e ce l’ho fatta. Allora a Stoccolma ce n’era solo uno, adesso ce ne sono due o tre. Era come gli altri licei, ma c’era in più un’ora di coro al giorno con la propria classe. Fare musica insieme, cantare insieme crea condivisione, crea un ambiente unico che mi sembra non esista in nessun’altra realtà.

Sotto Natale in Svezia è molto sentita la festa di Santa Lucia, che è la festa corale per eccellenza. Sospendevamo le lezioni per due settimane e ci radunavamo in grandi saloni, qualche volta anche negli stadi, a fare prove su prove per una settimana e poi concerti concerti concerti per un’altra settimana.

La voglia di continuare con la musica è cresciuta e a vent’anni sono entrata al conservatorio di Stoccolma per studiare canto. Lì ho conosciuto mio marito, arrivato da Torino con una borsa di studio. Dopo un po’ di tempo che eravamo insieme era evidente che uno dei due avrebbe dovuto trasferirsi, o lui a Stoccolma o io a Torino.

Alla fine è stata lei a trasferirsi.

Nonostante il mio amore per la coralità e la musica svedese, c’era un lato russo che pativa per i rapporti sociali. Ho cercato in Italia qualcosa che assomigliasse alla mia famiglia russa: persone spontanee e un po’ folli.

Ho fatto un anno di Erasmus a Bologna. Non era Torino, ma eravamo più vicini. L’ambiente era molto diverso da quello svedese, ma era fantastico dal punto di vista musicale e professionale e ha ribaltato le mie idee sulla musica.

Mi sono trasferita a Torino nel 2005. Mi sentivo sicura con l’italiano e da allora insegno musica ai bambini e ai ragazzi.

Oltre all’insegnamento fa anche concerti?

Sì. Quest’anno, a settembre c’è stata la felice finestra tra un lockdown e l’altro e abbiamo organizzato diversi concerti con l’ensemble Brú all’interno del festival internazionale MITO SettembreMusica. È stato una specie di miracolo poter tornare di nuovo a cantare per un pubblico. 

Come descrive la sua voce?

Sono un soprano lirico leggero.

La musica che si adatta meglio alla mia voce e per la quale mi sento più portata è la musica da camera. In Svezia e nel Nordeuropa, la musica da camera ha un grande grande valore e si fanno tantissimi concerti, mentre in Italia è una nicchia, perché il pubblico è abituato all’opera lirica.

Non hai ma pensato a una carriera nella lirica?

Una carriera nella lirica significa una vita molto nomade, perché un anno hai un contratto con un teatro e l’anno dopo sei già in un’altra città e a determinare la mia permanenza a Torino è stata anche la scelta di avere una famiglia. 

Ci racconta la sua esperienza ne La grande bellezza di Paolo Sorrentino?

La colonna sonora del film è stata scelta con grande sensibilità musicale e ci sono diversi brani corali, tra cui I lie di David Lang. Sorrentino l’ha fatto eseguire al Torino Vocalensemble diretto per l’occasione dal maestro Carlo Boccadoro. Non facevo parte del gruppo, ma conoscevo dei membri e siccome serviva una voce solista mi hanno chiesto se volessi andare a Roma due giorni per registrare. Sapevo solo che era per un film, nient’altro. Era l’estate del 2012. Lasciare i figli piccoli e andare a cantare a Roma non mi sembrava vero e non ho avuto nessun dubbio ad accettare.

È stata una specie di fiaba cantare quella musica bellissima sul set e quando sono andata al cinema, mi sono vista in primo piano all’interno di quest’opera d’arte. A me il film è piaciuto moltissimo, lo considero una gioia per l’occhio ed è stato incredibile farne parte.