Pablito

Da “Il Bar Sport di Repubblica.it

di Fabrizio Bocca

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Fu una coincidenza  magica quella che unì un nome molto comune a un calciatore straordinario. Ci fu un periodo nei formidabili anni 80 in cui tutti ci sentivamo un po’ Paolo Rossi. Un nome comune e un fisico non eccezionale, la caduta e la rinascita, l’idea che le grandi imprese fossero possibili per tutti. Paolo Rossi è stato grande non solo per i tre gol al Brasile, ma soprattutto per questo. C’è stato un anno, il 1982, in cui eravamo tutti un po’ Paolo Rossi.

Non aveva muscoli, era mingherlino, nel calcio dei robocop di oggi ne sono rimasti rarissimi esemplari, ma era il più agile e soprattutto il più furbo di tutti. Paolo Rossi era il più classico rapinatore d’area, cioè uno che per fiuto e sesto senso intuisce prima degli altri dove spunterà il pallone da una mischia per metterci un piede, uno stinco, la testa, qualsiasi parte del corpo buona per fare gol.

Un nome comune diventato un nome unico, come un timbro, un marchio, un sigillo reale: Pablito. Fu Enzo Bearzot a darglielo in Argentina. Bearzot per Paolo Rossi diventerà quasi un secondo padre. Molti anni dopo, deposte le armi entrambi e indossati i panni dei reduci, sarebbe andato più volte a trovarlo. Il Vecio voleva conoscere le cose della sua famiglia, come crescevano i figli. Erano molto di più di un ex ct e di un ex centravanti. Bearzot se lo era portato insieme a Cabrini ai Mondiali del ‘78 in Argentina, l’iniezione di giovani aveva creato una nazionale nuova, brillante, divertente. All’improvviso dopo anni bui c’era un’Italia che tornava a crescere, che scaldava il cuore.

Paolo Rossi era già una star, aveva fatto gol a valanga in B col Vicenza e si sarebbe ripetuto eccezionalmente anche in serie A con una squadra che portava sulle maglie e nell’intestazione il nome di Lanerossi. Di quel Vicenza fu l’icona e il simbolo. E quasi un oggetto di proprietà del presidente Giussy Farina che ne manovrava i trasferimenti da un club all’altro, facendolo rimbalzare dal Perugia alla Juventus. A volte lucrandoci sopra, a volte scandalizzando il paese intero. Come quando “alle buste” soffiò Paolo Rossi alla Juventus per 2 miliardi e 612 milioni: era la stessa estate di Argentina ‘78. Farina paragonava Rossi alla Gioconda, e trovava più che legittimo fare follie per lui.

Per caso o per scelta precisa Paolo Rossi aveva un nome così diffuso e aveva talmente tanto successo da indurre a fare marketing di lui stesso. Il Perugia con Rossi all’attacco mise la scritta della pasta Ponte sulle maglie, e fu una prima volta anche quella. Proprio col Perugia gli capitò il brutto incidente di incontrare un maneggione,  Massimo Cruciani che insieme ad Alvaro Trinca fece esplodere il primo sconvolgente, enorme calcioscommesse del 1980, e pagò la sua leggerezza con due anni di squalifica. Il paradosso è che Paolo Rossi li avrebbe scontati tutti, pur essendo andato in depressione e rischiato di lasciare il calcio anzitempo.  Poi facendo tre gol al Brasile, due alla Polonia e uno alla Germania, e trascinando l’Italia alla vittoria del suo terzo Mondiale, avrebbe permesso che si facesse un’amnistia e così gli altri videro interrotta la propria squalifica molto prima.

A tirarlo fuori dal tunnel ci aveva pensato prima Boniperti riportandoselo alla Juventus, dove era già arrivato da ragazzino, e poi Bearzot che lo rimise nel gruppo azzurro nonostante Paolo Rossi avesse concluso la squalifica da appena un mese e giocato giusto tre partite coi bianconeri. Prima del Brasile il Mundial ’82 era stato una sofferenza, come per tutti. La storia di lui e Cabrini sui giornali, la goccia di troppo per cui l’Italia entrò in silenzio stampa. I gol pesanti nella fase decisiva del Mondiale, contro avversari fortissimi, hanno fatto di Pablito un pezzo di storia del nostro sport.  E forse non solo quello. Molti ricordano il presidente Pertini che riporta la squadra a Roma sull’aereo, pochi il piccolo particolare che era andato a fare visita alla nazionale la mattina stessa della partita, chiacchierando con i giocatori e passeggiando con loro. Oggi nessuno lo farebbe più. “Credo che due personaggi della statura di Bearzot e Pertini non li avremo più” ha ripetuto spesso.

In quello stesso anno, il 1982, tornò a vivere dopo la squalifica, vinse il mondiale, ebbe un figlio e vinse il Pallone d’Oro. Una bella canzone di Venditti – “Giulio Cesare” – dice “Paolo Rossi era un ragazzo come noi”. Non è il Pablito che tutti pensano, ma un altro (un ragazzo morto negli scontri politici di quegli anni), anche se l’autore un po’ ci giocò. Le cassette di Venditti accompagnarono il Mundial di Rossi e Venditti fu una delle prime persone a festeggiare il Mundial insieme ai reduci dalla Spagna, fra cui anche Paolo Rossi. Dopo aver partecipato a Mixer di Gianni Minà, Pablito salì insieme a Tardelli sulla macchina di Antonello, che cominciò a correre per Roma.  Ogni volta che lo ritrova glielo ricorda: “Oh, se non siamo morti quella notte…”

Paolo Rossi avrebbe smesso a poco più di trent’anni. Al calcio aveva dato non solo i gol ma anche entrambe le ginocchia. In meno di dieci anni aveva attraversato una vita intera, si sentiva appagato e felice così. Senza bisogno di andare a cercare altri ingaggi chissà dove. Sapeva che non avrebbe più ritrovato un 1982.

Figlio di un impiegato in un’azienda tessile a Prato, grande tifoso di Coppi e della Fiorentina, che da bambino lo portò a vedere il Santos di Pelè, Pablito ha sempre condiviso con la gente quello che ha fatto. Non c’è persona che non lo ringrazi, che non voglia ricordare insieme a lui la nostalgia di quel tempo, ormai lontano un terzo di secolo. Scrisse Gianni Brera: “Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi. Il terzo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri”.

Nel 1982, durante la guerra in Libano, i giornalisti italiani, per evitare che  sparassero loro addosso, attaccavano sul parabrezza della macchina, il cartello “press”, la bandiera italiana e un poster di Paolo Rossi.