Un nuovo futuro per Sara.

“Un giorno la paura bussò alla porta.
Il coraggio andò ad aprire e non trovò nessuno.”
Martin Luther King

Le mani, le sue manine piccole completamente nere come il suo viso, la maglietta a righe l’unico elemento familiare in quel vorticoso andirivieni di persone intorno a me.

I poliziotti continuavano a parlarmi concitati, percepivo la loro agitazione la loro stanchezza e il loro dolore fisico era visibile.

Una dottoressa al telefono cercava disperatamente una camera iperbarica nei vari ospedali, l’altra era sopra di lei, le parlava, la rassicurava perdendosi nei suoi occhi blu.

La salita l’ho fatta correndo disperatamente, sono inciampata due, tre volte continuando a rimanere in piedi, urlavo con le mani protese in avanti, ma le mie urla erano silenziose.

Avevo capito tutto già prima, al telefono, quando disperata la mai bambina mi diceva quello che aveva visto e che non riusciva più a respirare per il l fumo e non voleva morire.

A sette anni e mezzo non hai idea di cosa sia la morte se non in senso astratto ma lei lo urlava, me lo urlava con forza e con consapevolezza, mentre in una fredda serata d’inverno nel traffico delle ultime compere natalizie, mi gettavo con la macchina nei tornanti di una via di periferia buia, incrociando guidatori che suonavano i clacson delle loro auto ininterrottamente, non capendo cosa stessi facendo, persone inconsapevoli della mia disperazione ma testimoni della mia follia.

E in quei momenti, in cui non capivo più nulla, la mia bambina aveva comunque la forza di continuare a chiamarmi, nonostante la linea continuasse a cadere, urlandomi la sua disperazione dicendomi di andare a prenderla, pregandomi di fare presto perché stava morendo, nel luogo dove doveva essere al sicuro, la nostra casa e con la persona che doveva proteggerla, il suo papà.

Emma si è salvata, siamo rimasti in tre, io, lei e Leonardo, mio figlio più grande che allora aveva 12 anni.

Quel pomeriggio quando sono uscita di casa per portare il grande a calcio ho perso la mia vita, la nostra vita, magari monotona ma comunque bellissima, una vita che non esiste più, la nostra casa non esiste più,

il loro papà non esiste più, sì per scelta, una scelta devastante che non trova ragioni, una scelta che si stava portando via anche Emma.

Sono rimasta con i calzoni che avevo addosso quella sera, una maglietta e un cappotto, nient’altro.

E’ faticoso parlare di quello che ci è successo, ma l’unica consapevolezza che questa brutta storia mi ha lasciato è che nei momenti peggiori della vita dentro di noi cresce una forza che ci fa ricominciare.
E a quelle donne e a quegli uomini che si trovano in difficoltà e non vedono una via di uscita io urlo loro di non mollare, neanche per un secondo, perché abbiamo delle risorse dentro di noi che a volte ci permettono di fare miracoli.

E io, i miracoli, li ho fatti davvero, ho lottato da sola contro una burocrazia devastante, sempre da sola ho affrontato montagne che sembravano

insormontabili, un passo dopo l’altro.

Mi buttavano giù, ma io risalivo.

Hanno fatto di tutto per scoraggiarmi, ma dopo tre anni ho vinto io.

In questo percorso di risalita non sono mai stata sola, sono stata fortunata, ho avuto accanto persone che mi hanno aiutata, mi hanno dato il loro sostegno. Quando si è abituate ad essere indipendenti, se ci si deve fare aiutare sotto ogni punto di vista, soprattutto per il lato economico, è difficile mettere da parte la propria dignità.

A piccoli passi, sono uscita da questo momento buio. Sono rinata. Con grandi sacrifici mi sono costruita un nuovo futuro. Con ore e ore di studio mi sono guadagnata un nuovo lavoro.

Dopo un periodo di pressioni costanti e di grande responsabilità, ora sorrido.

Lo faccio con le mie amiche, una più forte dell’altra, che in questi anni mi sono state vicino e piano piano si sono fatte carico del mio dolore, se lo sono preso pezzettino dopo pezzettino, piano piano se lo sono caricato sulle loro spalle togliendolo a me. E’ incredibilmente come questi ultimi anni siano stati, nonostante tutto i più belli della nostra vita, lo sappiamo, ce lo diciamo, ci guardiamo e con gli occhi lucidi sorridiamo, e sono proprio gli occhi a sorridere.

Siamo riuscite a trasformare questo dolore con e anche attraverso l’arte, che dopo la fine degli studi artistici non abbiamo mai lasciato, abbiamo creato “arteA4” un’associazione culturale che progetta laboratori di arte contemporanea per bambini, che ci ha fatto sognare e che continua a darci grandissime soddisfazioni.
Bisogna crederci fino all’ultimo giorno, perché queste cose avrei detto succedono solo nei film, ma la vita va sempre vissuta, fino all’ultima briciola.

Sara Simoncelli

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