Alda Merini: “Io trovo i miei versi intingendo il calamaio nel cielo.”

Ci sono attimi nei quali ci sembra di superare noi stessi per attingere l’infinito: sensazione per me ricorrente nel leggere Alda Merini, una delle più grandi poetesse italiane del Novecento, tanto amata da Montale, Quasimodo e Pasolini.

La poesia è una ninfa incantatrice che chiama a sé, è, per Neruda, uno strano mestiere che ti cerca, è un’ombra con il tetto rotto, dove tra i  buchi ci sono le stelle. Ed è proprio in questi squarci che vibra l’arte di Alda Merini, distendendosi tra luci ed ombre, tra gioia e disperazione, riecheggiando e rifrangendosi in note musicali pulviscolari.

La gravidanza della poesia, avvertita in gioventù, ha dato luce ad un percorso artistico intenso: una poetica fatta di versi dalla forza descrittiva  implacabile che verniciano con ironia e disincanto la condizione aspra delle cose e la dimensione grumosa, tutta graffi e sobbalzi, della vita.

Il suo è un linguaggio limpido, diretto,  appassionato e tagliente, senza censure: un “canto d’emergenza di pensieri nato dal sentimento”, come scriveva Paul Celan nel 1967, in una clinica psichiatrica nei pressi di Parigi.

La sua è una voce originata da un drammatico vissuto, dalla sofferenza, dal dolore, dall’emarginazione, da un’imponderabile necessità di esprimere ciò che si sente con l’intelligenza del cuore.

Un dono eccezionale quello di Alda Merini: una mente arguta fecondata dal Divino, una Musa di quella Poesia che per Mario Luzi volava alta, cresceva in profondità, toccava nadir e zenith.

‘Una Piccola Ape Furibonda’
un mio disegno dedicato ad Alda Merini
Ritratto di Alda realizzato da Tiziano Riverso