Imparare a vivere nel dolore giorno dopo giorno. Storia di una mamma sopravvissuta. Caterina Villirillo

Ho affrontato la dura realtà del processo in corte d’Assise al killer di mio figlio dove gli avvocati della difesa hanno cercato in tutti i modi di infangare la mia onesta famiglia, e mi considero quasi ‘fortunata’ per aver visto comminare al pregiudicato Salvatore Gerace l’ergastolo, per ora in primo grado. Ma durante tutto questo tempo ho dovuto combattere da sola con il mio dolore, con quello dei due figli sopravvissuti senza alcun sostegno psicologico né tantomeno morale da parte di nessuna carica istituzionale.

Non ho più avuto la possibilità di lavorare anche perché, stante la situazione processuale, chiunque mi ha chiuso la porta in faccia per timore di ritorsioni da parte della criminalità organizzata.

Posso dire che se lo Stato è garantista con gli autori di reati gravi come l’omicidio, non lo è per nulla con le vittime che sopravvivono alla morte del proprio caro, in questo caso un ragazzo di soli 18 anni che da quando ne aveva 14 studiava e lavorava per aiutare me, vedova, nella gestione economica della nostra famiglia.

Vede Presidente, quando ancora la mia era una famiglia felice avevo deciso di dedicare una parte del mio tempo anche agli altri, fondando l’associazione Libere Donne che ha salvato tante ragazze da prostituzione e droga. Un modo per rendermi utile con chi soffriva e non trovava supporti istituzionali. Un modo che i miei figli hanno preso ad esempio tanto che il mio Giuseppe il 13 gennaio 2018, trovandosi davanti ad un delinquente con una pistola in pugno che si dirigeva verso di me in modo minaccioso, si è frapposto tra me ed il Gerace che, senza esitazione, ha sparato uccidendolo. ‘Voleva sterminare l’intera famiglia’ dicono i magistrati nelle motivazioni dell’ergastolo a Gerace.

Signor Presidente, il dolore è una brutta bestia che ti uccide un pezzetto alla volta. Due mesi fa sono stata colpita da ischemia cerebrale ed ho passato molto tempo in ospedale ed ora sono in rieducazione, ma non più abile a svolgere una serie di mansioni lavorative, temo per sempre. Ed al dolore e la malattia si aggiunge la preoccupazione per il futuro dei miei figli.

Come mai se i due minori hanno assistito all’omicidio del fratello, essendo già orfani di padre, non sono stati aiutati da nessuna istituzione?

Non avendo risposte dallo Stato sono entrata in contatto con altre mamme come me, il dolore ci accomuna, ed ho scoperto che per tutte noi il percorso subito dopo la morte dei nostri figli è stato identico. Nessun sostegno psicologico, nessun aiuto economico. Il gratuito patrocinio? Una bella illusione. In alcuni casi processi che durano anni e anni. E io, nonostante l’ergastolo, sono ancora in appello, e chissà quanto passerà ancora.

Oggi più di prima ho voglia di urlare a nome mio e di tutte le donne il nostro dolore e l’indifferenza dello Stato per cui noi siamo invisibili.

Signor Presidente, gli uffici preposti sul territorio per casi come il mio sono solo belle vetrine per la campagna elettorale dei politici di turno. Nessuno di loro si è fatto vivo con me, neanche i centri antiviolenza tanto decantati (e finanziati dallo Stato).

Signor Presidente, lei che rappresenta la cultura e la lingua italiana, lo sa che non esiste un termine che ci definisca? Cosa siamo noi mamme cui hanno ammazzato un figlio? Non siamo orfane, non siamo vedove, non abbiamo alcuna definizione linguistica. E così non siamo neanche vittime di reati gravi come la mafia o il terrorismo. Eppure esistiamo. L’art. 27 della nostra Costituzione sancisce i diritti di chi si rende colpevole di reati. E noi vittime di reato, quali diritti abbiamo? Non crede lei di dover intervenire con forza su questa ignobile forma di discriminazione?

Io chiedo risposte sig. Presidente, per me e le altre mamme, non siamo poi tante ma ognuna di noi gronda dolore ogni attimo della sua vita. Chiedo che lo Stato sia presente nella mia vita, quello Stato in cui ho creduto sempre fino al 13 gennaio 2018, tanto da mettermi al servizio delle forze dell’Ordine con il volontariato della mia associazione per recuperare, ad una vita onesta, giovani donne che si stavano perdendo manipolate dalla criminalità.

Sig. Presidente le chiedo di tenere in considerazione i nostri bisogni e voler essere parte attiva in un processo di cambiamento che rimetta le cose a posto per le vittime di reati gravi, affinché si realizzino le condizioni per uno Stato giusto e non discriminatorio verso chi soffre la morte di un figlio, con attenzione ai minori che restano in vita e con reali supporti ai bisogni delle famiglie che sopravvivono.  Lei non è solo il Capo dello Stato, lei è anche il custode della Costituzione ed il presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. È suo il compito di vigilare sui nostri dolorosi casi, sul mio caso facendo in modo che anche io ed i miei figli possiamo essere considerati cittadini italiani cui vengono rispettati i più elementari diritti umani.

Ci vuole più coraggio a sopravvivere che a morire in queste condizioni, calpestati da chi avrebbe dovuto proteggerci, mi dia un segno, una risposta, siamo disposte ad incontrarla con i miei figli, coloro che aspettano quella pacca sulla spalla che è mancata dal 13.01.2018″.

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