Intervista a Emanuela Mari

La protezione personale può essere potenziata e favorita anche attraverso training di gestione dello stress individuale?

Sì, certamente, è fondamentale conoscere le proprie reazioni fisiologiche a certe situazioni. Per esempio, in casi in cui vi è una forte attivazione stressogena, difficilmente abbiamo la consapevolezza di come reagirà il nostro corpo, tendenzialmente reagiamo mettendo in atto un comportamento di attacco-fuga (fight or flight), corrispondente alle due emozioni di base rabbia-paura, ma potremmo andare incontro anche al cosiddetto “congelamento” (o freezing). 

Per imparare a conoscere le reazioni automatiche del nostro corpo è importante interiorizzare taluni comportamenti che spesso possono essere definiti come automatismi; nei nostri incontri proponiamo una tecnica di psicoeducazione, che è lo Stress Inoculation Training, sviluppata come terapia di potenziamento della persona al fine di sviluppare le coping skills, ossia gli “anticorpi” per la prevenzione. Più nello specifico, per quanto attiene alle tecniche di antiaggressione, viene utilizzato per esempio il “Red Man”, una sorta di “armatura” di colore rosso in gomma compressa, con struttura semirigida in grado di assorbire qualsiasi colpo inflittogli. 

Il Red Man viene utilizzato per simulare l’aggressione perché permette di colpire con la massima efficacia e senza timore di far male all’interlocutore; consente un impatto visivo maggiore rispetto ad una semplice sagoma, avendo effetto sia a livello psicologico, quindi di impatto visivo, sia a livello di maggiore estensione di spazio su cui poter sferrare i colpi; la persona che lo indossa ha il volto completamente coperto dal casco e ne impedisce la visibilità delle espressioni facciali, rendendo più complicato sia interpretare il comportamento sia prevedere un eventuale attacco. Questo strumento oltre che nei corsi di difesa personale, viene utilizzato anche per la preparazione di alcuni reparti delle Forze dell’Ordine.

Il nuovo anno accademico ha visto nascere un nuovo Corso di laurea in “Psicologia giuridica, forense e criminologica”, Sapienza – Università di Roma nel quale è stato previsto e svolto un incontro formativo inerente il programma di “protezione personale”. Ritiene possa costituire un utile spunto per ampliare e diffondere una cultura volta alla prevenzione della violenza di genere?

Assolutamente sì. Ovviamente per motivi legati alla pandemia non è stato possibile condurre l’intervento totalmente in presenza, per cui parte degli studenti hanno partecipato a distanza e in questo caso abbiamo comunque rimodulato l’intervento in modo tale che potesse mantenere gli obiettivi salienti. Quello che per noi è fondamentale è proprio creare uno spazio di riflessione e di conoscenze personali; non vogliamo trasferire certezze e dogmi di cui noi per primi non ne conosciamo l’efficacia, ma far comprendere, attraverso l’esperienza quale sia la soluzione più adatta da adottare per ciascun individuo. Ad azione A non corrisponde sempre una reazione B, c’è una variabilità infinita sia del genere umano che delle situazioni che potrebbero venirsi a creare, ma aver innescato il dubbio, l’incertezza, il porsi delle domande in più, è certamente il miglior risultato che si possa raggiungere.Negli studi condotti, nei più svariati ambiti, è proprio l’eccessiva fiducia nelle nostre abilità a farci commettere degli errori, perché ci porta a dare una valutazione falsa e fuorviante delle nostre capacità, quello che viene definito in letteratura overconfidence bias. Un utile spunto per ampliare e diffondere una cultura volta a prevenire la violenza in genere è proprio quella di aprire la nostra mente e porci più interrogativi possibili.