Intervista a Laura Scrano

Dove, quando e come è applicabile tale ricerca/metodo? Quali beni possono essere trattati con la nuova metodologia? 

“Al momento i nostri studi sono indirizzati esclusivamente al materiale lapideo (monumenti, residenze storiche, edifici ecclesiastici e scolastici) con piani di monitoraggio e manutenzione programmati e costanti. Per ciò che riguarda la biopulizia è stata avviata anche una sperimentazione per la pulitura di reperti metallici archeologici sommersi”.

Tale nuova metodologia sostituirà completamente la precedente? 

“Nel primo periodo potrebbe essere necessario procedere parallelamente con metodi tradizionali e innovativi. In una seconda fase, potranno essere attivati piani di monitoraggio e conservazione programmati. Il nostro patrimonio monumentale è immenso e, per ogni caso, occorre predisporre un’analisi dei costi e dei benefici con piani di ammortamento decennali o ventennali, sostenuti da un contemporaneo approccio di sviluppo turistico e utilizzazione del bene”.

Qual è il contributo della tecnologia nel restauro?

“Il contributo principale è l’avvio di processi conservativi non invasivi che, in molti casi, devono seguire l’intervento di restauro tradizionale”.

Cosa è cambiato nel corso degli anni? 

“E’ sicuramente aumentata la consapevolezza del valore del patrimonio posseduto in termini di storia, di economia e di attrattività turistica, e la cognizione di un più ampio rapporto spazio-temporale negli interventi che da “eccezione” diventano “programma”.

Qual è l’approccio delle nuove generazioni al restauro?

“Le nuove generazioni sono il nostro motore propulsivo e sono molto impegnate ed interessate a questa attività, anche dal punto di vista degli sbocchi lavorativi e della scelta universitaria/professionale. Il MIUR di concerto con il Ministero dei Beni Culturali ha attivato, insieme con alcune Università, un Corso di laurea magistrale a ciclo unico in “Conservazione e restauro dei beni culturali” (abilitante ai sensi del d.lgs.42/04) di cui al D.M. 87/2009. Questo corso, della durata di cinque anni, forma e abilita alla professione di restauratore dei beni culturali attraverso un percorso ampio e strutturato che coniuga solide competenze culturali in ambito umanistico e scientifico con lo sviluppo dell’abilità manuale e con la consapevolezza dei problemi di ordine etico e deontologico relativi alla conservazione e al restauro dei beni culturali. Tutti i giovani iscritti sono impegnati in opere di restauro reale che devono essere realizzate e valutate prima della tesi di fine studio”.

Qual è oggi la situazione del recupero dei beni in Italia?

“Bisogna precisare che il patrimonio culturale e monumentale in Italia è localizzato per la maggior parte nelle città, ed è pertanto soggetto ai danni che derivano dalle emissioni dei combustibili oltre che dal deterioramento dovuto ad agenti naturali quali vento e pioggia. Il degrado pertanto è un fenomeno “prevedibile” ed è necessaria una costante verifica dello stato di conservazione dei beni e della velocità di degrado, per identificare e programmare gli interventi conservativi, manutenzione continua, precisa e puntuale, e non interventi frammentari. Il paese con il più alto numero di siti culturali deve, dunque, mettere in atto politiche preventive, piuttosto che curative, al fine di ottimizzare le risorse a disposizione. Il Ministero dei Beni Culturali, in questi ultimi anni, ha avviato un’imponente campagna volta al consolidamento, al restauro e alla valorizzazione del patrimonio nazionale. Purtroppo sono necessarie molte risorse”.

Si tratta dunque di un lavoro da svolgere con una equipe di professionisti di diversa estrazione? (biologi,medici, archeologi)

“E’ un lavoro multidisciplinare: non è possibile lavorare in “compartimenti stagni” ma è necessario condividere conoscenze e integrare competenze”.

Come ha reagito a tale innovazione la “vecchia guardia”?

“Non è stata manifestata alcuna ostilità; al contrario, accademici ed operatori del settore condividono la necessità di modificare i protocolli dei trattamenti e di utilizzare prodotti ecocompatibili che tutelino salute ed ambiente”.

Quali sono state le realtà interessate?

“Casi di studio sono stati due ponti storici situati in due realtà antropiche differenti (industriale, la prima, e agricola la seconda) della regione Basilicata: “Il ponte di San Vito” ed “Il ponte Della Vecchia”. Più recentemente, due chiese rupestri di Matera Santa Lucia alle Malve e San Pietro Barisano.

Ultimamente è stata avviata la sperimentazione per la valorizzazione de “La chiesa di S. Angelo”, in Monopoli (BA), un edificio ecclesiastico non utilizzato per il culto.

Le aree d’intervento sono innumerevoli, le possibilità molteplici e i risultati sperati, ottimali, viste le premesse. Un buon auspicio per le nuove generazioni, che potranno affrontare il loro lavoro con una diversa sensibilità e preparazione scientifica. Si tratta di orientare il loro futuro in una direzione e con una consapevolezza completamente diversa rispetto al passato. E’ un enorme passo avanti, non solo per gli addetti ai lavori ma anche per il pubblico tutto”.

Cosa significa essere un ricercatore Donna oggi in Italia?

“Essere ricercatore richiede curiosità, passione, abnegazione ed ovviamente tanto tanto studio per costruirsi le competenze. Essere ricercatore donna in Italia significa elevare tutto questo all’ennesima potenza poiché la donna deve anche confrontarsi con il sistema famiglia-figli e con tante problematiche note.

Il Censis  con il progetto “Respect” riporta che “ Le donne sono più degli uomini, studiano di più e spesso hanno risultati scolastici migliori dei loro coetanei, tanto da costituire oggi una fetta preponderante del capitale intellettuale del paese; ma…….  sono meno valorizzate sul posto di lavoro: il loro talento è dunque mortificato, con conseguenze che pesano sul vissuto delle singole donne ma anche sull’intera società, che si trova a dover fare a meno di risorse preziose”.

Il MIUR ha condotto un’indagine (15 gennaio 2019) dalla quale è emerso che nelle Università le donne rappresentano il 44% degli RTD-A, il 41% degli RTD-B, il 49% degli RU mentre si assiste ad un decremento al 38% dei Prof. Associati e ad una forte decrescita al 24% dei Prof. Ordinari”.

Come nasce la sua passione e quando? Quando decide che sarebbe diventata una studiosa ed una ricercatrice?

“La curiosità e la passione sono state emozioni sempre presenti in me, ma conservate e sopite. La scintilla è scoccata durante la preparazione della mia tesi di laurea. Un professore della Facoltà di Agraria, presso cui svolgevo la mia attività sperimentale, mi coinvolse in attività di ricerca applicata… e da allora ho deciso di seguire il flusso delle mie emozioni. La strada è stata ed è sempre irta di pericoli e difficoltà ma ritengo questi stimoli  indispensabili per la crescita”.