Intervista a Michela Fregona

Michela Fregona è nata a Belluno, dove vive.

È laureata in lettere antiche a Venezia, diplomata in flauto traverso, giornalista.

Ha pubblicato per la Postcart di Roma Tangomalia (2004) e Buenos Aires Café (premio Marco Bastianelli 2009), reportage di vite e luoghi con la fotografa Lucia Baldini.

Ha frequentato la Bottega di narrazione di Gabriele Dadati e Giulio Mozzi.

Dal 2018 si prende cura della pagina letteraria della rivista online Cultweek.

Fa parte dello staff di Scrittori a domicilio, la prima rete di presentazioni virtuali degli scrittori italiani, nata nel marzo del 2020.

Il suo romanzo d’esordio, La classe degli altri, segnalato nel 2016 dal Comitato di lettura del Premio Italo Calvino, è stato pubblicato da Apogeo Editore (Adria) nel settembre del 2019.

Insegna nelle scuole serali dal 2000.

Ne La classe degli altri racconta dieci mesi di insegnamento nelle scuole serali, nei CTP. Che cosa sono i CTP?

I Centri Territoriali Permanenti per la formazione e l’educazione in età adulta derivano dai corsi di centocinquanta ore per lavoratori, riformati alla fine degli anni Novanta. Oggi già non si chiamano più così: la riforma del 2012 li ha chiamati CPIA, Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti.

Ci si è abituati a pensare alle scuole serali come una sorta di risultanza, la fine della fine della fine dell’impero, in realtà all’interno dei CTP si sono sviluppate didattiche e idee di gestione molto avanti. Era una struttura flessibile e leggera che andava incontro alla realtà della scuola e della vita.

L’ultima riforma si è dimenticata del permanente e ha cancellato la parola formazione. Quando insegnavo al CTP, l’orientamento era inteso come una formazione lungo tutto l’arco della vita. Si trattava non per forza di insegnamenti dedicati a una certificazione, ma di un arricchimento continuo.

Nel romanzo si parla solo di corsi di terza media, ma in realtà l’offerta è molto più ricca.

Quando insegnavo al CTP – parlo al passato, perché adesso sono alle superiori serali – siamo arrivati ad avere svariate migliaia di corsisti. Per una realtà come Belluno era un successo: tutte le sere il parcheggio della scuola si riempiva come la mattina.

Il corso di terza media era addirittura sdoppiato. Ce n’era uno la mattina e uno la sera per venire incontro ai turnisti e ai diversi tipi di lavoratori. Poi c’era l’alfabetizzazione, che come la terza media c’è ancora, e che va da zero fino a C2. Alcuni corsi erano organizzati insieme all’Università degli stranieri di Siena e le persone che frequentavano prendevano una certificazione riconosciuta a livello internazionale.

E poi c’erano tutti gli altri corsi di formazione in senso ampio: corsi di inglese, di tedesco, di russo e di arabo. Ma anche corsi di innesto e potatura, di conoscenza degli alberi monumentali e di apicoltura per recuperare e tramandare conoscenze antiche del territorio.

Parla al passato perché tutti questi corsi non si fanno più?

Se ne fanno ancora, però la parte più creativa è stata decisamente ridimensionata.

Nel Nordeuropa esistono scuole serali per adulti, come la Volkshochschule tedesca e il työväenopisto finlandese. Hanno un’offerta di corsi ricchissima e sono pubbliche.

Che siano pubbliche permette costi per la frequenza estremamente contenuti.

Lavorando bene si possono ampliare le conoscenze di tutti. Avevamo corsisti che andavano dai quindici ai settantacinque anni, italiani e stranieri. Era un progetto di grande civiltà, che escludeva il pregiudizio all’interno dell’esperienza pratica.

Nel suo romanzo si incontrano molti meridionali che vanno a lavorare al nord.

La provincia di Belluno, così alla fine del mondo, fino al disastro del Vajont è stata una provincia di emigrazione: oggi i bellunesi nella provincia sono duecentomila, mentre i bellunesi nel mondo sono mezzo milione. In Argentina, per esempio, la città di Bariloche è stata fondata da una famiglia del bellunese che poi si è portata dietro mezzo paese.

Si emigrava in Germania, Svizzera e Austria, ma anche in Belgio per lavorare nelle fabbriche e nelle miniere. L’emigrazione stagionale bellunese è ancora composta soprattutto da gelatai e gelatieri. 

Dopo il Vajont, anche senza avere in realtà un piano prestabilito, gli incentivi e gli sgravi fiscali hanno attirato moltissime realtà produttive. Negli anni Ottanta Belluno è diventata il distretto dell’occhiale. Il boom ha attirato persone e servizi. C’è stata un’inversione di tendenza solo con la crisi finanziaria del 2008, che ha fatto saltare quelli meno formati.

La protagonista del romanzo non ha una vita privata, è tutta rivolta verso l’esterno, verso il lavoro.

È una scelta voluta. È molto facile quando ci si occupa di contesti sociali estremi e complessi cadere in una visione semplicistica o pietistica, che è peggio ancora. 

La voce, che è anche uno sguardo, è quella di un’insegnante, che non ha né nome, né corpo. È un tramite. La mia volontà era di non prendere una posizione e non far prendere una posizione precostituita a chi leggeva il libro, ma spingere affinché ognuno facesse le sue deduzioni.

Invece il personaggio di Cecco, collega della protagonista, rappresenta un punto di vista morale sulle vicende.

Gli altri personaggi portano se stessi dentro il meccanismo. Che poi è anche quello che succede normalmente all’interno di un contesto scolastico: si insegna quello che si è.

Cecco è un po’ l’alter ego della protagonista. Contrariamente a lei, ha un corpo, ha una maniera di stare dentro gli spazi, ha anche la libertà e le intemperanze per prendere una posizione, per giudicare.

Come sono diventate un romanzo le esperienze da lei vissute?

È stata una lunga elaborazione.

Ho cominciato a raccogliere storie, frammenti di temi, fotografie e oggetti in maniera inconsapevole, perché sentivo che erano importanti per me, ma anche perché avevano qualcosa da dire al di fuori di me.

Ha aiutato molto la mia gavetta giornalistica. Ho cominciato a lavorare nei giornali a diciannove anni facendo la cronaca bianca. Fare la cronaca bianca in una città piccola come Belluno vuol dire essere dappertutto e capire come leggere quello che ti sta intorno. È stato un allenamento ad ascoltare come le cose potessero parlare oltre il fatto in sé.

A un certo punto ho avuto l’intuizione che, finché le storie rimanevano dentro la scatola, non ci sarebbe stato né immaginario, né narrazione del mondo che passava attraverso il CTP. Significava la rinuncia alla possibilità di vedere quello che la cultura e la società italiana erano diventate.

L’Italia è sempre stato un Paese commisto di culture. Faccio sempre l’esempio della Sicilia, che è una terra in cui tantissime civiltà si sono avvicendate.

L’esempio della Sicilia è veramente ben scelto, perché tutti i siciliani sentono l’appartenenza alla loro isola.

Per quanto riguarda il cambiamento nella società, ci sembra che gli italiani siano rimasti negli anni Novanta, invece è passata una generazione e la società è completamente cambiata. Manca la narrazione della trasformazione della società.

Basta entrare in una classe oggi, anche del mattino. Le cose sono estremamente cambiate rispetto a vent’anni fa, però anche se noi entriamo in una classe di vent’anni fa le cose erano estremamente cambiate rispetto alla classe di vent’anni prima.

È come se non ci fosse idea che dagli anni Settanta alla fine del secolo sia stata compiuta un’enorme impresa, quella della scuola di massa. Lo sforzo colossale di portare all’alfabetizzazione e poi a un diploma ha cambiato il tessuto sociale italiano. E quando le basi erano state poste per questo allargamento, proprio nel momento in cui ci sarebbe stato bisogno di più supporto, sono stati tolti gli investimenti. È stato micidiale. Anche il nostro immaginario si è fermato.

Le classi del nostro immaginario non esistono più se non nei licei buoni delle grandi città.

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