Intervista a Michela Fregona

Per quanto tempo ha raccolto memorie della sua esperienza?

Ho raccolto storie per sette anni prima di avere l’idea di scrivere e poi per un anno intero ho lavorato solo sulla struttura del testo. Le due classi che vengono raccontate nel romanzo sono in realtà le classi delle classi, perché raccolgono una piccola parte di tantissime storie che ho vissuto nel giro di un lungo arco temporale.

Altri sette anni ne ho impiegati per la prima stesura.

Com’è uscito il romanzo dal cassetto?

Tra le attività del CTP c’erano anche corsi di scrittura. È stato lì che ho conosciuto lo scrittore Giulio Mozzi. Quando veniva a fare lezione a Belluno, facevamo due chiacchiere sulla strada dalla stazione fino alla scuola. Parlando con lui ho cominciato a pensare cosa fare di tutto quel materiale che non voleva più stare dentro la scatola e premeva per uscire. Ho provato a buttare giù un paio di racconti e li ho mandati a Giulio e ad Alfonso Berardinelli, che è stato mio insegnante di Letteratura italiana contemporanea all’università.

Alfonso Berardinelli mi ha detto: guardati dalla scrittura ellittica. Questo è stato il primo momento in cui ho cercato di guardare la mia scrittura da fuori per cogliere tutti gli errori possibili e immaginabili.

Invece Giulio mi ha chiamato e mi ha detto: prendo un treno e ne parliamo con calma. Strano a dirsi, ma nei dieci anni in cui ho organizzato corsi di scrittura creativa, non mi è mai capitato di sentirmi all’altezza di un’attenzione per la mia scrittura. Quando Giulio mi ha detto: prendo un treno e ne parliamo con calma, in quel momento, in quella telefonata emotivamente molto provante, ho capito che poteva venirne fuori qualcosa di più strutturato, non una serie di racconti, ma un romanzo vero e proprio.

Giulio mi ha dato alcuni suggerimenti su cose da leggere per organizzare quella massa informe. Dopo la prima stesura del romanzo, mi sono iscritta alla sua scuola di scrittura creativa, La Bottega di narrazione, ma a quel punto La classe degli altri che al tempo si chiamava Quello che verrà era già finito e mi sono concentrata su un tipo di scrittura completamente diversa, cioè un romanzo storico.

È ancora in fase di stesura?

È finito e revisionato e in cerca degli occhi che lo vogliano leggere.

In quale periodo storico è ambientato il romanzo?

È ambientato su tre piani temporali differenti tra il 1832 e il 1998, tra Firenze, Buenos Aires e l’Egitto. C’è anche un piccolo passaggio a Belluno.

Berardinelli e Mozzi sono mentori di un certo calibro, se possiamo considerarli dei mentori.

Se non sono stati dei mentori, sono stati dei demiurghi, delle pizie.

Il consiglio giusto nel momento giusto. Gli occhi che ti fanno vedere da fuori.

Tra le tantissime scritture e riscritture come ha trovato La classe degli altri la forma definitiva?

La mia idea iniziale era quella di un romanzo sociale. Era un’idea – forse poco umile, ma con molto cuore – anche risarcitoria per tutti quei bambini bellunesi che, andati via da emigranti e avendo vissuto esperienze di non accoglienza, avevano poi maturato una certa ruvidità interiore.

Ho sempre pensato ai rapporti interni alla mia famiglia, che è una famiglia ex emigranti: le asprezze affettive e i freni a mano tirati sarebbero potuti non esistere se ci fosse stata un’accoglienza diversa. Quelli che erano bambini, ragazzini, giovani donne che hanno vissuto l’esperienza dell’emigrazione, di fatto sono le stesse persone che arrivano nella scuola serale, bambini ragazzini e giovani donne con un futuro davanti.

L’esperienza di una scuola accogliente, multiculturale, rispettosa e con la curiosità e il divertimento di conoscersi per me era una sorta di parabola già pronta, che bastava leggere per renderci tutti quanti migliori. Ma non ho trovato un editore.

Sono passati altri sei o sette anni in cui l’Italia è cambiata, in cui i governi sono cambiati, in cui populismo, fascismo e razzismo sono diventate realtà all’ordine del giorno.

Sono partita con un romanzo sociale, ma quello che è uscito alla fine è un romanzo politico sulla scuola, perché la scuola è un luogo politico, è lì che si forma la nuova cittadinanza.

In effetti il primo livello di lettura del suo romanzo è la semplice fruizione delle storie più o meno felici degli studenti, c’è però un secondo livello di lettura, più politico, in cui lei individua mancanze e responsabilità dello Stato.

Se ci fosse la convinzione di quanto sia forte la scuola come agente di cambiamento sociale, la società avrebbe delle chances concrete di cambiare.

Alla fine come l’ha trovata la casa editrice?

Del manoscritto si è innamorata una bravissima agente letteraria che l’ha proposto a varie case editrici. Oggi mi rendo conto che il momento storico non era giusto. Si doveva passare attraverso il tempo della crudeltà per fare uscire questo romanzo. La cosa si è arenata dopo il settimo no.

Nel 2016 ho mandato il romanzo al Premio Calvino [premio letterario per scrittori esordienti, ndr], che quell’anno ha avuto un boom di partecipazioni con più di seicento manoscritti. Il mio è stato selezionato non nella decina finalista, ma dalla giuria dei lettori insieme ad altri venti. È stato un segnale importante, perché ero rimasta scottata del fatto che il libro non riuscisse a uscire. È stato qualcosa di più di una pacca sulle spalle.

L’anno dopo ho scritto un saggio su I miracoli di Val Morel di Dino Buzzati per la rubrica Come sono fatti certi libri del blog Vibrisse di Giulio Mozzi. Il saggio è stato notato da una professoressa dell’Università di Padova, Saveria Chemotti, che l’ha fatto leggere a Cesare De Michelis con l’idea di pubblicarlo su Studi noceventeschi [rivista di storia della letteratura italiana contemporanea, ndr]. Il saggio è piaciuto anche a lui, che ha dato il via libera alla pubblicazione.

È stata una connessione importante, perché poco dopo De Michelis è morto e ho incontrato a casa di Giulio, per una serata in cui è stato fatto un ricordo di De Michelis, proprio Saveria Chemotti, che per lungo tempo ne era stata collaboratrice.

Sono andata a Padova a trovare Saveria, che era stata così generosa, a distanza, con il mio testo. Mi ha chiesto se avessi ancora altre cose da farle leggere. Senza molta speranza, le ho mandato il manoscritto de La classe degli altri e tempo una settimana mi ha telefonato e mi ha detto: questo libro bisogna pubblicarlo. Io ero talmente frastornata, talmente scottata, che ho fatto la telefonata più ridicola della mia vita. Totalmente non cosciente ho risposto: ci penso un attimo. Metto giù e mi fermo un momento. Ma perché hai messo giù? Ma sei cretina? L’ho subito richiamata e ho risposto: sì, assolutamente sì!

Poi è stato un fulmine: Saveria mi ha portato ad Apogeo editore a marzo 2019 e il libro è uscito dopo cinque mesi.

A quel punto non c’era molto bisogno di editing.

Dopo il Calvino ho fatto leggere il manoscritto allo scrittore Edoardo Albinati, amico e collega di galera – nel senso che ci siamo conosciuti nel carcere di Padova a uno dei convegni organizzati da Ristretti orizzonti. Edoardo ha fatto un editing su una ventina di pagine a campione e poi mi ha spiegato come secondo lui si poteva continuare.

Ho fatto altre sette revisioni e il romanzo che era Quello che verrà è diventato La classe degli altri

La storia della pubblicazione è un romanzo in sé.

Una fatica! Non è stata lineare per niente!

La mia paura era: Qui giace Michela Fregona, grandissima autrice postuma.

Non sarò grandissima, ma per lo meno non sono postuma!