Mamma, cosa significa arrendersi? Non lo so, siamo donne.

‘Il coraggio di riprendersi la vita.’

Incontro con Paola Borboni, una giovane, bellissima, vecchia attrice tornata in palcoscenico nel gennaio di quest’anno.
Ida Farè – Marzo 1979

Paola Borboni mi riceve nel suo camerino al teatro Nuovo. E’ sdraiata su un divano a cornice, vestita di una vestaglia verde pisello. Sottolinea e ripiega una serie di riviste che riportano qualcosa sul suo ultimo spettacolo, sulla sua vita, sul suo strano destino. (Ha perduto il giovane marito Bruno Vilar in un incidente d’auto, l’estate scorsa). I suoi occhi sono azzurri e vivi, dal capo le pendono due treccine color sale e pepe, le sue guance sono lisce e chiare, è una giovane bellissima vecchia attrice. Parla con voce modulata, allenata da 62 anni di recitazione. Mi siedo davanti a lei un po’ indecisa, fumando automaticamente una sigaretta. Mi dice che sono maleducata, non le ho nemmeno chiesto il permesso. Sono un po’ imbarazzata, ma poi mi accorgo che il suo fare brusco e diretto è mescolato a una grande dolcezza.

«Recito dal 1916, c’era già la prima guerra mondiale a farmi compagnia. Ho lavorato tutta una vita, cara. Mi devo arrangiare, se no cosa succede di tutta questa gente?».

Si riferisce ai lavoratori della compagnia, che insieme a lei hanno allestito “Harold e Maude”, uno spettacolo che pare fatto su misura per lei.

Mi sento un po’ più sollevata, le spiego che la voglio intervistare per “Effe”, una rivista femminista che lei non conosce, e aggiungo come lei, la sua persona, la sua storia, incuriosiscono e piacciono molto alle donne giovani.

“Ero bella, molto, ero intelligente, molto, avevo talento, molto. Ho dato molto fastidio.”

«Le donne, se hanno voglia di vivere, devono sacrificarsi — mi dice — devono avere una pazienza infinita. Chi è impaziente non può nemmeno avere coraggio, se vuole andare avanti, oltre la giovinezza…

Solo l’ultimo fatto mi ha sconvolto, la morte di mio marito. Ecco, non avrei dovuto avere la felicità che lui mi ha dato. Eravamo dei parenti che vivevano sotto lo stesso tetto. Ora la sconto con altrettanta infelicità. Speravo di superare anche quest’ultima cosa, invece no».

Mi butto in una domanda difficile, non vorrei offenderla o disturbarla ma, mi sembra che proprio questo suo sopravvivere a un uomo tanto più giovane, è, anche se doloroso, una conferma di quello sconvolgimento dei canoni tradizionali della donna (della vecchiaia e della giovinezza) che lei rappresenta.

«No. Capisci; c’è un errore di natura. Io avevo 42 anni più di lui, è morto lui, non è logico. Io sono ordinata, e questo mi dà disordine. Sono io la più forte. E’ demoniaco, non mi piace.. Non mi piace il fatto che io abbia vinto restando al mondo al posto suo. E’ come quando ti avvicini alla fiamma. Bruci. Io amo la vita, ma non fino al punto di essere contenta nel vedermi distrutta quel poco di pace e di gioventù che mi era venuta vicino».

Mi parla ora della sua carriera e della sua vita, senza modestia, da grande attrice, ma anche senza falsi pudori. «Ero bella, molto. Ero intelligente, molto. Avevo talento, molto. Ho dato molto fastidio.
Quando mi mancava il contributo di una persona, in teatro sapevo sempre sostituirla, sapevo fare da sola. E quando vedevo gente importante mi mettevo in disparte.
Ho amato tanto il mio lavoro. Più di tutto. Avrei potuto scegliere la via della comodità e della ricchezza. Invece ho sacrificato la mia fortuna perché ho voluto sempre fare di testa mia.
Ho tenuto in piedi una compagnia per sei anni con il mio denaro.
Anche ora lavoro senza essere pagata, ci sono diciotto persone tra attori e tecnici che non possono essere traditi.
Ecco, io sono rimasta attaccata a questa pena e a questa gioia, per 63 anni e non sono sempre stati rose e fiori… Per fare l’attrice ci vuole fascino, morbidezza, attrazione fisica morale e psichica. Ma ci vuole anche molta generosità per essere una e cento persone. E poi molta fantasia».

Si lamenta poi della TV e mi dice che sono appena venuti due ragazzi di una televisione privata che l’hanno fatta arrabbiare. Detesta la TV così come le sigarette.

«La TV assorbe il teatro, vedi. Il pubblico si è abituato a stare seduto comodo con l’apparecchio davanti, senza i pericoli della strada. E’ una forma di difesa del cittadino che vuole distrarsi senza problemi. Tutto rientra nell’ordine delle cose, «Quando una ragazza mi dice che vuole fare l’attrice io le rispondo: tenta, cara. Se avessi avuto una figlia le avrei detto di fare la ballerina. E’ una vita molto sacrificata, ma ti dà tanta soddisfazione, una vita piena di ordine e di pulizia».

Le domando qualcosa sulle donne, sui loro problemi, sul loro movimento. Ne esce un’immagine singolare che non so quante donne condividano, ma che racchiude un certo interesse. ‘soltanto tu puoi darti il corano e la pazienza, soltanto tu puoi decidere che non ti abbattano.’

«Gli uomini dipendono da noi. Dobbiamo fare di loro quello che vogliamo. E’ l’istinto materno che li domina sempre.
La donna è sempre la madre dell’uomo, colei che lo usa.
Tutto questo poi diventa amore e sessualità. Ma lui non può mai competere con noi: noi lo guardiamo e lo conosciamo, lui ci guarda e non ci conosce mai. Io penso che le donne non conoscano la loro forza.
Questo nuovo movimento che le ha portate alla ribalta ha un po’ diminuito la loro forza, perché le ha messe alla ribalta, le ha scoperte. Facendosi conoscere troppo le donne hanno perso il loro potere misterioso, una forma di elezione che andrebbe custodita e tenuta segreta.
Però guarda che io non sono arretrata: penso solo che questo potere della donna esiste e che non va distrutto. Per il resto penso che il movimento femminista abbia ragione, Gli uomini sono delle SS. Io ho conosciuto tanti mariti SS.

Madonna, bastava che la moglie facesse un gesto inconsulto e guai! Adesso ci stanno un po’ più attenti. E poi c’è un’altra cosa; secondo me la donna che lavora, lavora due volte.
Io non mi sono mai sposata prima, non ho mai avuto una famiglia (se non quando ero vecchia e mio marito era un po’ anche mio figlio) proprio per questo.
E’ stato questo che mi ha fatto scegliere l’indipendenza.
Questo è vero: la donna lavora due volte. I famigliari scaricano su di lei il loro sadismo e sono contenti di vederla impicciata in un numero incredibile di cose. Così lei si sacrifica per non mollare e non fare vedere che è stanca. Io voglio così bene a queste donne, quando le vedo, la sera, con quei faccini così stanchi.
Io amo le donne.

Mi sono sposata tardi, al di fuori della bellezza, e della giovinezza che non avevo più. L’ho fatto quando non avevo più niente da dare se non un po’ di nome, ma a lui cosa gliene poteva importare? Ho ceduto a quest’affetto».

Mi interessa parlare con lei della vecchiaia, per una donna. Provo a dirglielo, un po’ timidamente, e forse aspettando la ricetta, la segreta soluzione di un problema che lei sembra avere risolto così bene. Ma lei gioca sempre in “corner”, mescola tutto e esce di traverso.

«A me non è importato mai di non essere più giovane. Quando ho compiuto 50 anni, mi sono messa a ridere. Oh, guarda, mezzo secolo, mi sono detta. Del resto se non volevo morire dovevo invecchiare. Vedi, mio marito è morto e non è invecchiato.

Però quando non hai più la giovinezza ti devi mettere in disparte. Non puoi più gareggiare, e se lo fai la vita ti dà calci. A meno che tu non abbia una tale intelligenza da riuscire a trovare la maniera di buttare la tua lancia. Io ho sempre avuto da lavorare: ricorda che questo è il momento in cui il lavoro difende la donna.
Io mi sono sposata per morire.

Io l’ho sposato perché mi chiudesse gli occhi, perché cosa vuoi a 72 anni, quando mi sono sposata , io, una donna non è solo vecchia, ma moritura. La cosa orrenda è che poi è morto lui e io non finirò mai di piangerlo. Io conoscevo tutte le sue virtù (lui non beveva, non fumava).
Gli altri conoscevano solo i suoi difetti.
Ci hanno preso in giro per un’anno e mezzo quando ci siamo sposati.

Ma io ero felice e mi divertivo: mi bastava vederlo girare per casa. Pensa che non ho mai avuto una casa fino a 72 anni. Ma adesso basta parlare, io ho bisogno di pace».

Faccio per andarmene, ma suona il telefono, poi arriva una sarta, poi una che deve stirare il vestito.
Le chiedo qualcosa del suo spettacolo, prima di andarmene.

«Ma cosa vuoi, io lo recito e basta. L’ho fatto per levarmi dal mio dolore. Ma non ci sono riuscita, mi è rimasto, ancora più grande. Perché io ho fatto uno sforzo e tutto quello che si fa contro un senso preciso di ordine, certe volte è un danno.
Io ho cercato un po’ di pace nel lavoro, ma non ci sono riuscita.
Sto bene sola, così posso pensare. Soltanto tu puoi darti il coraggio e la pazienza; soltanto tu puoi decidere che non ti abbattano».

Ci salutiamo, le prometto di mandarle il numero di “Effe” con la sua intervista.
Dice che lo aspetta senz’altro e mi dà il suo indirizzo. Poi si volta e mi chiede qualcosa di me, dove lavoro, se ho dei figli.

«Povera figlia — mi dice — quanto ti costa la tua indipendenza!».

Appena fuori mi accendo una sigaretta.

Una vita per il lavoro

Paola Borboni nasce nelle prime ore del 1° gennaio 1900, e con una punta di civetteria rimpiange di non,essere nata qualche ora prima, per essere indicata come l’Ultima attrice dell’Ottocento. Praticamente figlia d’arte (il padre era impresario teatrale) debutta a Milano con la compagnia di Alfredo De Sanctis, nella commedia di Shalom AschDio della vendetta
Ha diciassette anni e questa sua prima recita coincide con il suo primo successo. Nella prima parte della sua carriera è attrice brillante.
Il lavoro «più famoso» di questo periodo è Alga marina di Carlo Veneziani, in cui lei appare nelle vesti di una sirena. Attraverso varie compagnie, arriva, nel 1935, a mettere in scena Come prima meglio di prima di Pirandello. In questo periodo è già direttrice di compagnia e attrice di successo. Di Pirandello rappresenterà anche Vestire gli ignudi e La vita che ti diedi.

Pur rimanendo sempre fondamentalmente attrice di teatro, Paola Borboni recita anche per il cinema. Vivere del 1936, Nina non far la stupida del 1937 fino a Giorno di nozze del 1942.
Nel 1967 le viene assegnato il Premio dell’Istituto del Dramma Italiano, in occasione dei cinquant’anni di attività teatrale al Sant’Erasmo di Milano, con la commedia Farfalla, farfalla di Aldo Nicolai.
Subito dopo si impegna a Torino con La casa di Bernarda Alba di Garcia Lorca.
Nel luglio 1968 il primo momento critico della sua carriera: durante un recital al teatro Mentana di Verona (in questa occasione le viene offerto il Premio Renato Simoni) l’attrice ha un vuoto di memoria.
Lo spettacolo viene sospeso.
Nel settembre dello stesso anno dichiara che presto tornerà alle scene. L’incidente era dovuto soltanto ad affaticamento.

Nella primavera del 1970 interpreta, al teatro Valle di Roma, La professione della Signora Warren di G. B. Shaw.
Riscuote un notevole successo nel 1972 a Milano, in un recital con brani di diversi autori contemporanei Luna lunatica. 
E’ dello stesso anno il suo matrimonio con l’attore e poeta Bruno Vilar.
Nel 1974 prende parte per la prima volta ad una rappresentazione «aera.
E’ l’Addolorata in uno spettacolo che si tiene nell’ambito delle manifestazioni del «Settembre Artistico» a Caserta Vecchia.
Nel 1976 prende parte alla lavorazione del film Nerone di Pingitore e Castellacci.
Novembre 1976: Paola Borboni esordisce nel cabaret, a Milano; con lei recita anche il marito.
Un anno dopo mette in scena, come regista teatrale, la Lina Cavalieri Story, con Michael Aspinall. Con lo stesso lavoro inaugura a Roma il teatro Parnasoagli inizi del 1978.

Dopo un periodo difficile, seguito all’incidente automobilistico in cui ha trovato la morte il marito, è tornata in teatro nel gennaio di quest’anno con «Harold e Maude», in cui interpreta la parte della deliziosa Maude che a ottant’anni insegna la vita a Harold.

Fonte: Archivio Effe Mensile Femminista Autogestito