Emergenza Democratica

Siamo arrivati al quarto governo cosiddetto di “unità nazionale” della nostra storia repubblicana, che sarebbe più corretto denominare governo di “grande coalizione”, per la verità un po’ forzata. Iniziando da quello per la ricostruzione del dopoguerra, a quello dell’emergenza terroristica della fine degli anni ’70, passando per quello della crisi finanziaria del 2011, siamo ora a quello dell’urgenza pandemica, ossia il 67° governo dalla nascita della Repubblica, praticamente quasi un governo all’anno.

E’ evidente che il nostro sistema non funziona molto bene anzi, in quest’ultimo caso, si è parlato di fallimento del sistema e della politica. Siamo arrivati a questa soluzione anche a causa dell’emergenza sanitaria, come ci ha ben spiegato il Presidente della Repubblica dopo l’insuccesso delle consultazioni per tentare di ritrovare una maggioranza politica dopo quella sfasciatasi in Parlamento. Altrimenti ci sarebbero state le elezioni, comunque a meno di tre anni dalla fine della legislatura e dopo due cambi di governo (Conte 1 e Conte 2). Adesso siamo al terzo, con Draghi.

Il problema è che in Italia le emergenze sono ormai una costante e che non c’è mai nulla di più definitivo del provvisorio, cosa intollerabile per una democrazia che dovrebbe ormai essere matura.

Certamente ci sono le tre famose emergenze da affrontare, quella sanitaria, economica e sociale, a cui andrebbe però aggiunta anche quella democratica che, non da oggi, ha portato il Paese allo sfacelo e a questa situazione disastrosa per l’Italia. 

La necessità dell’uomo della “provvidenza” è una costante della nostra storia, a partire da quello più famoso che abbiamo tutti nella nostra memoria. Nei momenti più critici “c’è sempre la spinta alla ricerca del “salvatore” o del “supereroe”. Si tratta di una considerazione generale di antropologia sociale, senza voler ovviamente fare nessun accostamento tra le diverse situazioni.

Ci sono sicuramente ragioni storiche e sociologiche che sarebbe lungo qui approfondire, anche se sarebbe auspicabile che un giorno si aprisse finalmente un dibattito pubblico. Un vero sistema democratico dovrebbe infatti basarsi su un sistema che funzioni di poteri ripartiti e contrappesi.

Senza scendere nell’agone politico delle diatribe in atto e senza facili dietrologie, da sinceri democratici, pensiamo che occorrerebbe affrontare, un volta per tutte, i seguenti nodi politico-istituzionali per correggere il sistema in senso più moderno, maturo, stabile e credibile:

1) una legge elettorale che garantisca stabilità e rappresentanza, evitando trasformismi e distorsioni;

2) una legge che regolamenti la vita democratica interna dei partiti, la loro trasparenza e le loro fonti di finanziamento anche nei rapporti con lobby e fondazioni e favorisca la selezione e la formazione della classe politica anche in affiancamento con istituti pubblici, sul modello delle grandi Écoles;

3) una seria e severa legge sui conflitti di interesse a tutti i livelli, che sono quelli che inquinano i pozzi della vita democratica e politico-istituzionale.

Certamente sono riforme che avrebbe dovuto fare la politica negli anni ma, che per interessi di parte (non a caso siamo il paese dei Guelfi e dei Ghibellini, dei Montecchi e dei Capuleti, dei Fascisti e dei Comunisti), non si è mai riusciti a fare e, questo, è il vero fallimento della Politica nel tempo.

Ci sarebbero poi altri punti imprescindibili, come la lotta alla corruzione, alle mafie e al malaffare, quello della lotta all’evasione fiscale, il cui presupposto dovrebbe essere la riforma del sistema fiscale, la riforma della Giustizia, più volte tentata invano ma senza risultati. Punti che sarebbero però subordinati ai precedenti, per ottenere buone riforme nel vero interesse del Paese.

Finalmente sta entrando prepotentemente anche l’Ambiente, che riguarda il futuro del pianeta. A tale riguardo, scendendo di livello dagli alti orizzonti strategici che ovviamente sono importantissimi per l’umanità, sarebbe bello vedere dei cambiamenti dal basso, vicini alla vita dei cittadini. Nelle città il verde pubblico è sempre di meno e mal curato. Gli angoli di campagna stanno sparendo, creando una situazione senza soluzione di continuità tra le città. Tra questi faraonici progetti di transizione ecologica, è possibile iniziare dal basso ripiantando almeno gli alberi che vengono abbattuti nei quartieri per vari motivi ? E’ una questione di civiltà. Dovrebbe essere stabilito un principio che per ogni albero abbattuto ne venga ripristinato subito un altro, sia per evitare il depauperamento ambientale sia quello patrimoniale. Andrebbe fatta, inoltre, una severa legge per salvaguardare gli spazi di verde pubblico e tutelare le campagne dall’aggressione del cemento e dell’industria. E’ veramente desolante vedere questi angoli di storia e di vita sparire, occupati da squallidi palazzoni o improbabili capannoni industriali che stanno divorando il verde e il paesaggio attorno alle città. Una seria riqualificazione ambientale dovrebbe partire innanzitutto dai luoghi di vita, dai quartieri delle città fino alle campagne, secondo principi di tutela del paesaggio e dei beni culturali come peraltro già sancito nella nostra Costituzione ma regolarmente disatteso.

Ci sarebbero poi da affrontare gli enormi problemi della Scuola e dell’Educazione, di fondamentale importanza per una democrazia. Da ultimo, ma non meno importante, andrebbero rafforzati gli istituti e gli strumenti che incentivino ed aiutino la partecipazione ed il coinvolgimento dei cittadini alla vita democratica a tutti i livelli, che sono il vero sale della Democrazia.

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