Intervista a Mauro Mondello

Mauro Mondello è un reporter freelance e documentarista. Si occupa principalmente di geopolitica, conflitti, diritti umani e migrazione, con un focus su Europa Orientale, Russia, Caucaso e Mondo Arabo, prediligendo il formato del reportage sul campo.

È fondatore e direttore della rivista di approfondimento Yanez.

Nel 2020 è stato selezionato per il Maurice Greenberg World Fellows Program dell’università di Yale.

Come nata l’idea di partecipare al Maurice R. Greenberg World Fellows Program?

Era uno di quei pomeriggi che da freelance ti capitano spesso, in cui non vuoi fare niente. Era la mia prima settimana a Porto, nel novembre del 2019. Ho digitato su Google una cosa tipo most prestigious fellowship in the world. Mi è comparso come secondo o terzo risultato il Maurice R. Greenberg World Fellows Program.

Di solito, preparare l’application per questa tipologia di fellowship è un processo che per qualunque candidato dura settimane. Si preparano la statement letter, il curriculum, le lettere di referenza, mentre io, tanto facevo questa cosa per passare il tempo, che ho fatto tutto in quaranta minuti. Ho mandato l’application come quando cammini, vedi davanti a un bar Superenalotto e dici: ma sì, dai, giochiamo la schedina, te la metti in tasca, te la dimentichi e poi vinci. È andata esattamente così.

Le reference letters da mandare erano tre. Per gli altri candidati arrivavano dai governi, dalle grandi organizzazioni, una delle mie l’ha scritta un mio grande amico in qualità di… mio grande amico. 

L’estemporaneità della mia candidatura è stata molto apprezzata.

Come avviene la selezione dei candidati?

Hanno tre criteri. Primo, quello professionale. Cercano delle rising stars nella propria area di competenza. La prima caratteristica che devono avere i candidati è un curriculum professionale di una certa importanza, ma anche delle ambizioni e delle prospettive in crescendo.

Secondo, il criterio geografico ed etnico. Hanno delle quote per continente, per etnie e per sesso e infatti se tu guardi le cohorts di ogni anno ci sono sempre bianchi, neri, asiatici, africani e sudamericani. Sono sempre molto attenti a prendere in considerazione le quote e anche per questo la tua candidatura si deve incastrare bene in queste logiche. Probabilmente una delle mie fortune è stata che la mia candidatura funzionava bene perché non c’erano tanti giornalisti dagli altri continenti e c’era uno spot libero in Europa.

Il terzo criterio è la statement letter. Cercano persone che abbiano delle idee molto chiare su cosa intendono fare con le potenzialità e i contatti che ti dà questa fellowship. L’ottanta per cento delle persone che passano da questo programma prosegue in carriere importanti. Andiamo da Naval’nyj che partecipò al programma nel 2010 da blogger che stava cominciando a protestare contro Putin e che da lì comincio la sua scalata a leader dell’opposizione russa, a Julio Guzman, candidato alle prossime elezioni presidenziali in Perù e world fellow del 2017.

Quest’anno ero con Evan Mawarire che è il punto di riferimento dell’opposizione in Zimbabwe. Evan ha fondato il movimento No Flag, dietro a cui si è compattata l’opposizione popolare che ha portato alla caduta di Mugabe. Mawarire è considerato da molti uno dei candidati più probabili alla presidenza dello Zimbabwe, quando l’attuale presidente Emmerson Mnangagwa cadrà.

I profili sono sempre molto alti e poi se tu guardi le tutte le cohorts c’è quasi sempre un outsider, che in maniera molto evidente quest’anno ero io.

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