Intervista a Mauro Mondello

Lei è bravissimo a fare understatement.

[ride] Non penso di essere molto modesto, anzi, sono molto cosciente delle mie capacità, solo che se guardo gli altri, la gran parte ha alle spalle un’organizzazione o un’istituzione di peso, come la giornalista nigeriana Stephanie Busari, che lavora per CNN Africa e che la rivista New African ha inserito per la seconda volta tra le cinquanta personalità più importanti del continente, o la tedesca Katrin Hett, senior political affairs officer all’ONU. Io queste situazioni alle spalle non ce l’ho, sono un freelance.

Si deve riconoscere una certa lungimiranza dei responsabili della fellowship nello scovare quelli che lei chiama outsiders e che noi chiameremmo hidden champions.

Nella storia di quanti sfruttano al massimo le opportunità e i contatti della fellowship viene fuori che quelli che funzionano meglio sono proprio gli outsiders: Naval’nyj è arrivato come blogger; Evan Mawarire è arrivato da un movimento popolare ed è pastore protestante di una piccola parrocchia di Harare.

Comunque sì, loro sono molto bravi a fare la selezione. Se c’è una certezza che le candidature le guardino bene è la mia selezione, ma non perché io sia bravo, ma perché è molto facile scartare una candidatura come la mia proprio perché alle spalle non ho nessuno. Per prendere me, ti devi leggere bene la statement letter, devi andare a vedere quello che faccio, se invece guardi solo la candidatura, dici: vabbè, questo è un freelance e lo scarti.

Quali erano le sue attività come world fellow?

Quest’anno la nostra la vostra esperienza è stata molto diversa da quella degli altri anni, perché con la pandemia il Campus era chiuso e quasi tutte le attività in persona erano bloccate. Il world fellow è una specie di star che ha sempre inviti a parlare alle lezioni o alle cene. Quest’anno no. Tutto quello che abbiamo fatto attinente al programma formale della fellowship l’abbiamo fatto su zoom. Su zoom partecipavamo alle lezioni di cui eravamo assistenti o lecturers e poi partecipavamo sempre su zoom a convegni, conferenze e talks. Ci sono state delle manifestazioni che abbiamo fatto in presenza, però molto poche. Le attività di persona sono state limitate all’interazione con gli altri componenti della cohort.

Il Maurice R. Greenberg World Fellows Program nasce da un’idea molto molto precisa che non è strettamente collegata a quello che la fellowship ti insegna dal punto di vista formale. L’idea è: ti portiamo a New Haven per quattro mesi, ti paghiamo bene per stare qui e per prenderti il tuo tempo per interagire con le persone che vuoi tu, che possono essere i tuoi colleghi, gli studenti o i professori.

È difficile che un professionista trentenne o quarantenne, in crescita e che sta lavorando molto, abbia la possibilità di fermarsi quattro mesi per pensare a quello che vuole fare. Loro ti pagano per fare questo. 

In più ti mettono in un ambiente super stimolante, con professionisti che vengono tutto il mondo, con professori che portano il fellow dentro l’ambito accademico. Questa è la forza straordinaria della fellowship.

Ultimamente ha pubblicato, tra gli altri, su Avvenire, La Stampa e Aspenia. Sono aumentate le sue collaborazioni dopo la partecipazione al programma?

Il lavoro non è aumentato, si è sviluppato, perché una parte importante degli articoli pubblicati nell’ultimo periodo arriva da una zona del mondo che di solito non copro, gli Stati Uniti. Sono soprattutto interviste, perché non ho il titolo giornalistico per proporre un pezzo di analisi sulla politica americana. Per fare un’intervista non si ha necessariamente bisogno della competenza specifica, si ha bisogno della conoscenza dei fatti.

Qui mi ha aiutato la fellowship, perché tutte le persone che ho intervistato mi hanno risposto di sì dopo cinque minuti. Non ho la controprova, ma mi sento di dire che non sarebbe stato così facile se non avessi potuto firmare Yale world fellow e scrivere dall’email di Yale.

Una parte importante delle interviste che ho fatto, soprattutto all’inizio, è stata a personaggi che insegnano a Yale, come John Negroponte, uno dei diplomatici americani più importanti degli ultimi decenni, e John Podesta, giurista e politico democratico, ora entrambi senior fellows al Jackson Istitute di Yale, o Emma Sky, diplomatica con una grande esperienza in Medio Oriente e direttrice del programma.

Questa è una cosa molto bella, hai la possibilità reale di interagire con queste persone, che sono contente di parlare con te in quanto world fellow. Questa cosa ti dà anche una carica di fiducia in te stesso, perché accorgerti che queste persone ti trattano da pari a pari è una cosa che ti realizza e ti dà una tanta autostima, che è fondamentale quando lavori da indipendente.

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