Intervista a Mauro Mondello

Il 6 gennaio, pochi giorni dopo il suo rientro in Europa, c’è stata la sommossa di Washington.

È stata una cosa quasi necessaria, perché ha esposto in maniera solare la realtà di Trump e dei suoi sostenitori più accaniti. Queste proteste, sfociate in una vera e propria rivolta, hanno portato tanti politici ed elettori repubblicani a dire: finora ho sostenuto Trump, finora ho condiviso le sue scelte, ma da ora in poi non lo sosterrò più. C’era bisogno di questa frattura per aprire gli occhi alla società americana, che non aveva ancora compreso la visione antidemocratica di questo personaggio.

Trump ha completamente rivoluzionato il quadro politico nazionale e mondiale: c’è un’America prima di Trump e un’America dopo Trump.

Il discorso politico si è spostato dai giornali ai social networks. Questa trasformazione si è compiuta definitivamente con la presidenza Trump, che è stato l’uomo perfetto per cavalcare il cambiamento epocale di comunicazione. Trump è diventato un modello per tutti, anche in Europa.

Trump è momentaneamente uscito dai radar, ma la sua eredità è ancora viva.

Assolutamente sì. Ci sono tre eredità di Trump.

C’è l’eredità globale, cioè il ruolo che Trump ha avuto nella trasformazione del discorso politico, che non è più legato ai fatti, ma all’esposizione mediatica che riesci a ottenere.

L’esposizione mediatica non è più filtrata dai mezzi di comunicazione, ma è fortemente legata ai social networks. Diventi tu giornale di te stesso, non hai più bisogno del New York Times, non hai più bisogno del Washington Post. Questo è un cambiamento epocale.

Prima i media avevano un ruolo decisivo. Se il New York Times si schierava con un candidato invece che con un altro, la sua presa di posizione aveva una grande rilevanza. Adesso il New York Times può dire quello che vuole e Trump prende lo stesso più di settantaquattro milioni di voti. La cosa è ancora più incredibile, se si pensa che la stampa di tutto il mondo era contro Trump. Prima dei social networks, un tale schieramento compatto dei media avrebbe portato Biden al 90% dei voti e Trump al 10%.

C’è l’eredità politica. Trump ha dato il colpo di grazia al discorso ideologico che divideva il mondo tra destra e sinistra. Non si tratta di una sua invenzione, ovviamente, ma è inevitabile che, da presidente degli Stati Uniti, abbia esposto in maniera definitiva un punto molto netto del quadro politico odierno, che si è lasciato alle spalle i concetti di destra e di sinistra.

Il vecchio discorso politico, per fare un esempio, separava il campo fra una destra sostenitrice di un’economia che guarda ai mercati e una sinistra a supporto del forte intervento dello Stato nell’economia nazionale, un quadro evidentemente del tutto ribaltato nel contesto attuale. La crescita dei partiti populisti di destra ha devastato le formazioni socialdemocratiche classiche della sinistra, che non possono più definirsi “i partiti dei lavoratori”, una classe sociale, “i lavoratori”, che di fatto non esiste oggi, non nei termini in cui siamo stati abituati a immaginarla nel secolo scorso.

Come spiega bene il professor Thomas Edsall, la politica odierna si divide su fattori culturali molto più “bassi”: in a favore o contro i “valori tradizionali”; giovani contro vecchi; rurale contro urbano; chi ha studiato contro chi non ha un titolo universitario; bianchi contro non bianchi; immigrati contro nativi; europei contro non europei.

Volendo chiudere il cerchio, Trump ha seppellito, in maniera definitiva, il discorso della destra contro la sinistra e inaugurato l’era in cui la nuova dicotomia politica vede due nuovi campi opposti: nazionalismo contro globalismo.

C’è l’eredità nazionale. Il partito repubblicano era considerato storicamente affine alla famiglia del centro-destra. Trump l’ha spostato all’estremo. Il partito repubblicano è ora un partito di destra. Non lo affiancheresti più alla CDU tedesca o ai Tories britannici, ma a AfD o a Nigel Farage. 

Come ripartirà il partito repubblicano? Tornerà su posizioni più moderate?

Difficile dirlo. In questo momento il partito è di Trump. I senatori repubblicani sono stati eletti con Trump, che ha occupato le posizioni chiave del partito. Mandarlo via da lì non sarà semplice.

Alle prossime elezioni di midterm, che si terranno tra un anno e mezzo, Trump giocherà ancora un ruolo importante e poi si vedrà. Sarà interessante capire la sua posizione rispetto alle primarie.

Una cosa è certa e non lo dico io, lo dicono tantissimi analisti, è sbagliatissimo pensare che l’uscita di scena di Trump significhi la fine del trumpismo. Il trumpismo c’è. Trump non è la causa, è il sintomo. Pensare che Trump fosse la causa e che andato via lui l’America torni a essere un Paese equilibrato dove siamo tutti contenti e non succede più nulla è sbagliatissimo.

Trump è il sintomo di un Paese in cui ho avvertito una divisione sociale profondissima, dove ancora c’è una emarginazione etnica incredibile, che da europeo è davvero difficile anche visualizzare. Ti rendi conto che il contesto di multiculturalismo nel quale viviamo in Europa, per loro è un sogno dal quale sono ancora molto distanti. Le comunità lì sono compartimenti stagni, anche urbani.

Rispetto a questo sistema il modello europeo, che ha i suoi difetti, ha un’integrazione molto più alta. Mai avrei pensato che l’Europa avesse un’integrazione multiculturale molto più alta di quella degli Stati Uniti, ma una volta che vai lì ti rendi conto che noi rispetto a loro siamo vent’anni avanti.

Trump ha giocato anche sul fatto che per troppo tempo è stato considerato un clown, un personaggio d’intrattenimento. Anche durante la sua presidenza non è stato preso sul serio. Ci si è accorti troppo tardi che quello che lui stava cercando di fare era un tentativo autoritario di governare il Paese.

I passaggi, che poi sono esplosi nei riots del Campidoglio, sono i passaggi classici di qualunque rivolta autoritaria. Gli Stati Uniti hanno dimostrato di essere una democrazia molto solida, perché non so quanti Paesi, anche avanzati, avrebbero avuto la forza di resistere all’impatto della presidenza trumpiana. Tanti Paesi europei non ce l’avrebbero fatta e Trump alla fine sarebbe presidente.

Sono convinto che un Trump italiano sarebbe riuscito a completare il percorso autoritario.

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