Intervista a Mauro Mondello

In Ungheria è accaduto proprio così. Lei crede che per i suoi fini Trump abbia polarizzato la politica e la società?

La polarizzazione, secondo me, non arriva con Trump. La polarizzazione già c’era negli Stati Uniti. A Yale ne ho discusso a lungo con un politologo greco, Stathis Kalyvas. Secondo lui la polarizzazione non è necessariamente una cosa cattiva. Alla fine, la polarizzazione sono semplicemente idee differenti. Il problema è quando la polarizzazione politica si trasforma in polarizzazione sociale e poi in violenza. Questo è un problema che la politica deve gestire.

La polarizzazione politica c’è sempre stata: io la penso in un modo, tu la pensi in un altro, ne discutiamo e poi la sintesi si sviluppa nel processo democratico delle elezioni.

Il problema è quando la polarizzazione politica si trasforma in polarizzazione sociale facendola poi inevitabilmente sfociare in un contesto fisico. Questo è un problema per me diverso, che attiene di più allo sviluppo delle società.

Di suo la polarizzazione nella politica è una cosa importante, perché se non c’è polarizzazione vuol dire che c’è pensiero unico. Se consideriamo che l’antitesi della polarizzazione è il pensiero unico, evidentemente la polarizzazione è una cosa buona.

Cosa pensa della scelta di Tony Blinken, già vice di John Kerry durante il secondo mandato Obama, come nuovo Segretario di Stato?

Blinken è stimatissimo dall’establishment diplomatico americano, è la scelta che ci si aspettava da Biden nell’idea generale di far tornare gli Stati Uniti un Paese di cui puoi fidarti. L’idea principale dell’amministrazione Biden è quella di ricostruire la fiducia, soprattutto quella degli alleati europei. Una delle primissime cose che ha fatto l’amministrazione Biden è stato bloccare il ritiro delle truppe americane dalla Germania deciso da Trump.

Con Blinken si torna nella tradizione atlantista che segue la traiettoria obamiana del multilateralismo nelle decisioni.

Possiamo dunque aspettarci una politica estera di stampo obamiano, anche se poi gli obiettivi geopolitici americani sono sempre gli stessi e sono indipendenti da chi siede alla Casa Bianca. In un recente articolo su Aspenia lei ha parlato delle sfide geopolitiche dell’amministrazione Biden sul “fronte orientale”. Queste sfide esistono da decenni.

Da Kennedy in avanti gli obiettivi della politica estera americana sono sempre stati gli stessi, qualunque fosse il presidente. Differenti sono stati gli approcci, più multilaterali quelli dei democratici e più diretti quelli dei repubblicani, ma gli obiettivi sono rimasti uguali.

Se c’è un’area in cui Trump ha fatto meno danni che altrove è la politica estera. Ad esempio quello che ha fatto con la Cina alla fine non è stato completamente negativo, perché ha aperto uno spazio di manovra che era necessario aprire e di cui beneficia l’amministrazione Biden. Anche l’assassinio di Qasem Soleimani [il capo della Forza Qods iraniana, ndr] ha portato dei risultati, perché ha dimostrato che l’Iran forse tutta questa grande minaccia non è: gli iraniani hanno promesso fuoco e fiamme e non è successo assolutamente niente.

Paradossalmente ha fatto più Trump che Obama in Medio Oriente. Obama ha fatto tanti discorsi, ma niente di concreto e ha delle responsabilità estremamente chiare nella Primavera araba. Ad esempio, Obama, nel mezzo delle proteste, andò a fare un discorso a piazza Tahrir al Cairo e promise democrazia. Tantissimi egiziani decisero di partecipare alle proteste dopo il discorso di Obama. Ma Obama, dopo quel discorso che ammaliò gli egiziani, scomparve. La presidenza Obama ha una responsabilità diretta nel caso dell’Egitto e indiretta nel caso della Siria e dello Yemen.

Trump invece, con gli accordi di Abraham tra Israele e gli Emirati Arabi, ha conseguito un risultato storico. Si è sempre pensato che per risolvere il conflitto palestinese bisognasse far comunicare Israele e la Palestina, l’amministrazione Trump ha preso discorso dall’altro lato e ha cominciato a far parlare il blocco arabo con Israele.

L’ultimo successo diplomatico americano fu all’epoca dell’amministrazione Clinton [con l’incontro a Camp David del Primo Ministro israeliano Ehud Barak e il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese Yasser Arafat nel 2000, ndr].

Trump iniziò riconoscendo Gerusalemme come capitale di Israele. 

Quella fu una mossa avventata.

Quali saranno le priorità dell’amministrazione Biden in politica estera?

La priorità assoluta sarà l’accordo con l’Iran. Uscire dall’accordo sul nucleare è stato un errore gravissimo di Trump. Era un accordo che funzionava bene e non c’era nessuna necessità di uscire. Gli Stati Uniti proveranno a rientrare, ma non sarà semplice perché il mondo nel frattempo è cambiato.

Altre priorità saranno i rapporti con la Cina e il rientro nell’accordo di Parigi sui cambiamenti climatici.

E poi ci sarà la Turchia. La Turchia è diventata, in partnership con la Russia, il player di riferimento in Medio Oriente. Se gli Stati Uniti non intervengono, il Medio Oriente è perso. Mi aspetto quindi qualche azione diplomatica più decisa in Turchia.

La Turchia è arrivata a toccare anche gli interessi italiani in Libia. Dopo la caduta di Gheddafi si è riaccesa la rivalità tra italiani e francesi per il controllo della Libia. Adesso sono arrivati anche i turchi, anzi, sono ritornati, perché fino al 1912 la Libia era una provincia dell’impero ottomano.

Fino agli ultimi quattro o cinque anni la Turchia era un Paese che garantiva stabilità ed era l’alleato di riferimento della NATO nella sua area. Evidentemente, ora non è più così. La Turchia adesso non solo non è più un elemento di stabilità, al contrario è un elemento di profonda instabilità e, con Putin alle spalle, ha anche inaugurato la novità assoluta di diventare un attore attivo nella dimensione geopolitica. È sempre stata attiva intorno i suoi confini, ma mai ad ampio raggio.

Sulla Libia non credo che noi italiani avremo un grande aiuto da parte degli Stati Uniti.

La Libia è un territorio estremamente complicato e secondo me gli Stati Uniti non intendono assolutamente mettere le mani in quella zona e si affideranno il più possibile agli alleati europei, che però hanno dimostrato di essere diplomaticamente inadeguati per gestire la situazione. Quindi la Libia rimarrà molto a lungo un grande caos.

Va detto che Obama ha una responsabilità enorme in quello che è accaduto in Libia. Tutto nasce nel 2011 con la decisione francese, nel mezzo delle primavere arabe e senza l’autorizzazione della NATO, ma con il supporto sottobanco degli Stati Uniti, di bombardare la Libia e di eliminare Gheddafi. In quel momento nasce il caos.

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