Una Domenica di Febbraio

La Desolazione e la Bellezza.
L’involuzione e l’evoluzione.
Dai Fasti al declino.

E’ una giornata terribilmente mite (sento già voci fuori campo che mi ricordano che io, polentona, non potrò mai capire l’efficacia psicologica della bella giornata) e direi un po’ troppo per l’unico mese all’anno che in genere fa freddino.

Passeggiata fino alla metro, il sole scalda ma, a quanto pare, in maniera totalmente soggettiva visto che vedo felpe o piumini, sciarponi di lana o colli nudi, prendo un caffè in un bar vuoto e senza sorrisi, e scendo nella metro.
Viaggia poca gente, mancano i turisti, siamo pochi e mascherati, la maggior parte attaccata al cellulare.

Silvia mi aveva chiesto in che punto esatto ci dovevamo incontrare “sai, Termini è grande”, in effetti lo è ma in questo momento storico direi che si può essere decisamente approssimativi. Ci accordiamo di vederci davanti alla biglietteria principale, “Guarda, possiamo anche non accordarci sul punto, non sarà difficile trovarci”.

Salendo dalla metro vedo la parte commerciale semideserta, i viaggiatori non ci sono e i negozi aperti sono pochissimi, qualcuno ha chiuso del tutto e le poche persone che girano hanno espressioni desolanti, come la mia del resto.

L’aspetto davanti ad una biglietteria completamente vuota e decidiamo di prendere qualcosa in un bar nella Terrazza Termini; a parte la musica di sottofondo, il silenzio è piacevole ma opprimente, nell’aria c’è la pesantezza del momento che si legge nei volti dei dipendenti, svogliati e distratti.

Decidiamo di fare due passi all’interno della stazione e poi usciamo dall’entrata principale per fumarci una sigaretta ed aspettare un’altra amica che ci deve raggiungere. Il vuoto e il sole mi fanno venire in mente le domeniche d’agosto, poi ci ripenso e mi rendo conto invece che normalmente ad agosto Termini è affollata, con un via vai continuo di turisti e viaggiatori, adesso non c’è niente di normale, ormai da troppo tempo. I taxi sono tutti fermi, per fortuna i tassisti chiacchierano e imprecano e questo brusio rompe il silenzio.

E’ un anno che siamo in questa situazione e ancora mi turba molto, probabilmente è anche una cosa sana, adattarsi va bene ma abituarsi no.

Arriva Paola e ci spostiamo da Termini, passeggiamo per via Cavour, per distrarmi dalla desolazione alzo gli occhi e osservo i palazzi, “quando vai in giro, alza sempre gli occhi, i dettagli sono importanti”, mi diceva mia madre. Passiamo davanti alla Basilica di Santa Maria Maggiore, adesso sì che sembra una giornata di agosto, il piazzale è vuoto, alcuni senza fissa dimora bivaccano e i gabbiani sono padroni assoluti.

Arriviamo all’appuntamento in orario, ci aspetta una visita guidata alla basilica di San Pietro in Vincoli prima e a quella di Santa Prassede dopo.
I luoghi di culto sono esclusi dalle limitazioni, per fortuna non sono penalizzati come i musei, e quindi ne approfittiamo per immergerci nella bellezza e nella storia.

Il gruppo è al completo, siamo in tanti, c’è anche Raffaella, e io sento il calore dei miei affetti che, in questo momento, non è un dettaglio.

Roberta, bravissima archeologa e guida turistica, ci accompagna all’interno. Ero stata in questa Basilica parecchie volte ma avevo desiderio di spiegazioni più dettagliate.
La basilica è bellissima e silenziosa, come è giusto che sia in questo caso.
Nessuno sta pregando, ci siamo noi e un altro gruppo che come noi cerca di riempire la noia di una quotidianità senza svaghi.

Roberta è precisa e chiara quando spiega, ho già fatto molte altre visite con lei, da ottobre ho visitato talmente tante chiese che, se bastasse questo per avere un posto in Paradiso, potrei dire che il mio è assicurato.

Ci parla della storia della Basilica, della tomba di Papa Giulio II, degli affreschi, della struttura e delle navate, siamo tutti con gli occhi per aria, è talmente bella che non sappiamo dove girarci.

Arriviamo finalmente da Lui, eccolo, bello e solenne, il Mosè se ne sta lì da secoli, illuminato ad intermittenza grazie ad una monetina.
Roberta ci spiega ogni dettaglio, la storia della scultura e della tomba, ci parla di Michelangelo e dei committenti, ci spiega ogni singolo dettaglio.
Osservo il volto del Mosè, adesso so perché è girato dalla parte opposta dell’Altare e soprattutto perché ha quell’espressione adirata, il motivo è storico ma, secondo me, anche attuale.

Mentre scendo nel reliquiario, dove si conservano le Catene di San Pietro, improvvisamente l’organo a canne inizia a suonare, sembra quasi un regalo divino per la nostra visita o meglio mi piace pensarlo, non è un suono che amo molto quello dell’organo ma in questo momento mi arriva molto piacevole, forse anche mistico.

Finita la visita ci muoviamo verso la nostra seconda tappa, Santa Prassede.
Attraversiamo, passeggiando piacevolmente, il Parco di Colle Oppio, passando davanti alla Basilica di San Martino e San Silvestro ai Monti, visitate un mese fa, e arriviamo quindi alla Basilica.

Questa chiesa non la conoscevo e, dopo averla visitata, mi sono anche chiesta, rimproverandomi, del perché non la conoscessi!
Il controllo del flusso e del distanziamento è serrato e aspettiamo un po’ prima di entrare, penso di aver visto più movimento lì che in tutte le ore che sono stata in giro prima.

Appena entriamo mi trovo davanti una Basilica stupenda, Roberta ci spiega tutto nel dettaglio ma io sono distratta dalla bellezza dei mosaici bizantini, non amo il dorato pesante del barocco ma nei mosaici trovo che sia stupendo.
Mi piace moltissimo, la struttura, l’architettura, l’entrata principale, purtroppo chiusa, gli affreschi, la Cappella di San Zenone, splendida.

Terminiamo la visita e siamo tutti soddisfatti, ringraziamo Roberta e, insaziabili di momenti di svago, le chiediamo delle prossime visite.

Questi momenti sono boccate d’aria fresca, in questo periodo storico possiamo fare pochissimo e quel pochissimo non ce lo possiamo far sfuggire.
Mi sorprende la sensazione che una visita culturale, normalmente un evento ordinario, ora sia un salvavita, un salvavita per la psiche e l’anima. La sensazione di quanto avessi in effetti bisogno di Bellezza, io, così come le persone che ho coinvolto in questa cosa.

Mentre rifletto su tutto questo, quasi arrivata a casa, vedo un’ambulanza ferma per un intervento, il paziente è stato trasportato fuori dall’edificio dagli operatori provvisti dei dispositivi di protezione anti Covid.
Vedendomi arrivare, un operatore mi dice “signora, faccia una cortesia, scenda dal marciapiede e faccia il giro dietro alle macchine”.

Dopo tanta bellezza ecco lo “schiaffo” che mi riporta alla realtà e, chissà perché, mi viene in mente lo sguardo irritato del Mosè di Michelangelo.

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