Blogger o vlogger? Io dico cantastorie

Kamikaze. Mi chiamò così un amico molti anni fa. Quando vidi La corrispondenza, il film di Tornatore, mi colpì moltissimo il nome con cui il protagonista chiamava la sua compagna, kamikaze, appunto. E fu in quel preciso istante che ne compresi appieno il significato. Amy era una donna complessa, fragile, forte, contraddittoria, isterica, frenetica, coraggiosa, profonda e inarrestabile.

Non mi fermo, non mi arrendo, non cedo, mai. E di sicuro non torno indietro. Mi butto a capofitto se ci credo e arrivo fino in fondo, dovunque sia e comunque sia questo fondo. Kamikaze, appunto. Ma essere un blogger o un vlogger a cinquant’anni è molto più che lanciarsi addosso a qualcosa o a qualcuno, è una esigenza irrinunciabile. Te ne accorgi perché non esistono orari, luoghi, stato d’animo, stanchezza, umore, cose da fare, scrivi sempre, di tutto, su tutto, attraverso quel tutto comunichi qualcosa che rimane, la gente ti ringrazia, fai piangere, fai ridere, fai stare bene e fai stare malissimo.

Frughi, cerchi, rovisti, metti a soqquadro, capovolgi la realtà, la palesi, la ricomponi dopo averla fatta a pezzetti, ne cerchi il capo e la coda, ti stanchi, prendi fiato e ricominci, non chiudi occhio tutta la notte e seduta su una sedia scomoda in mutande e canottiera, sigaretta accesa, musica di sottofondo a volume moderato altrimenti si svegliano le bambine, telefonino, computer, carta e penna, tv, libri, agende, appunti e scarabocchi… scrivi. E racconti una storia d’amore sentita, letta, raccontata, tua, sua, mia, non importa, ciò che conta è raccontare in un certo modo, mai banale, provocatorio, nevrotico, ansimante, come fossi in fin di vita. E si perché raccontare una storia come fosse l’ultima cosa che fai, che dici, che pensi, prima di crepare… eh beh, ha tutto un altro significato. La diresti la verità prima di schiattare? Anche se fosse terribile, squallida, tremenda ed inaspettata? Si, la diresti.

E come la diresti? Vera, la diresti così come è successa, esattamente come è successa. È questo il mio modo di raccontare la vita. Come fosse l’ultima cosa che sto per raccontare. Ed è così più potente, più forte, più sana e più bella. La devi urlare a bassa voce la verità, con un poco di ironia, con frenesia, con un vocabolario che va dall’aulico al volgare, perché ad un certo punto, mentre citi Rachmaninov e Pavese, tra il Ponte di kafka e La coscienza di Zeno o Lolita, lo puoi pure dire dieci volte e venti e trenta che l’amore più grande della tua vita è stato un pagliaccio, un poveraccio, un farabutto.

La gente si fida di te, se cominci a chiamare le cose col loro nome e ricordiamoci tutti che la cara e dolce e buona cappuccetto rosso s’è fatta sì divorare dal lupo cattivo ma poi l’ha fatto squartare dalla gola a sotto l’ombelico e come se niente fosse se n’è tornata a casa continuando a raccogliere fiorellini intonando allegramente “trallallero trallalá”. Ed è così che si vive e si sopravvive, filosofia spicciola ma efficace “mo te sei ingozzato e sei fiero e tronfio, ma alla fine io sono in giro per campi sotto cielo, sole e aria fresca e tu… sei dentro a un fosso, innocuo e pallido, che è bastato un cacciatore rozzo ed ignorante a renderti inoffensivo”, che la paura ti rende morto dieci volte con un solo colpo laddove il coraggio ti fa resuscitare venti sotto uno Sten a canna corta… caricatore laterale a 32 colpi.

Perché c’è solo una cosa che salva dalla solitudine…non avere mai paura di rimanere soli. 

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