Femminicidi e vittime di violenza

Femminicidi e vittime di violenza: 

la legislazione non basta, abbiamo ancora molta strada da percorrere per una efficace tutela delle vittime e per la diffusione di una cultura che rispetti la dignità di ogni essere umano.

Il fenomeno della violenza contro le donne continua ad avere un triste primato che emerge da quanto riportano le fonti ufficiali, molto meno dalla cronaca, se non per fatti tragici di femminicidio, quando ormai alle vittime di violenza è stata tolta la vita e la possibilità di dar voce al proprio vissuto.

In occasione della ricorrenza della “giornata internazionale della donna”, il Presidente Mattarella ha voluto ricordare le 12 vittime di femminicidio dall’inizio dell’anno all’8 marzo, per sottolineare il permanere di una impressionante situazione di violenza contro le donne. 

Anche la ministra della giustizia, Marta Cartabia, ha dato voce ad una emergenza che desta preoccupazione in considerazione di un trend crescente di femminicidi, sottolineando quanto sia di fondamentale importanza intervenire “estirpando la cultura della violenza contro le donne”.

Dall’inizio del 2021 sono 14 le donne vittime di femminicidio: “Sharon, Victoria, Roberta, Teodora, Sonia, Piera, Luljeta, Lidia, Clara, Deborah, Rossella, Ilenia, e ancora Edith e Ornella.” Vittime di mariti, compagni, ex, persone che dicevano di amarle. Tra queste, anche la piccola Edith, vittima dell’epilogo del susseguirsi di violenze domestiche. 

Pur registrando un calo degli omicidi volontari in generale, anche durante il periodo della pandemia, i dati Istat (1)  rilevano un aumento delle vittime in ambito familiare o affettivo: 150 vittime nel 2019 (47,5% del totale degli omicidi), di cui 93 sono donne (l’83,8% del totale degli omicidi femminili). Dai dati rilevati, inoltre, emerge che nel primo semestre del 2020 “gli assassini di donne sono stati pari al 45% del totale degli omicidi, contro il 35% dei primi sei mesi del 2019, e hanno raggiunto il 50% durante il lockdown nei mesi di marzo e aprile 2020. Le donne sono state uccise principalmente in ambito affettivo/familiare (90,0% nel primo semestre 2020) e da parte di partner o ex partner (61,0%).”.

Sempre l’Istat (2) ha fornito dati utili alla comprensione dell’evoluzione del fenomeno nel periodo del lockdown, rilevando un aumento vertiginoso, pari al 71,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, delle richieste di aiuto e delle chiamate ai centri antiviolenza (numero verde 1522 (3)).

I femminicidi sono solo la punta dell’iceberg della violenza, basti pensare alle diverse forme in cui si declina la violenza contro le donne, tra cui la violenza psicologica, sessuale, economica.

Pur permanendo nella sua attualità, il fenomeno della violenza contro le donne ha visto un interesse sempre più crescente, a livello globale, nei confronti di quelle che devono essere le politiche da adottare, sul piano legislativo e non solo, al fine di far fronte a quella che ormai è divenuta una vera e propria emergenza sociale. 

È possibile rinvenire nella Convenzione sull’eliminazione di ogni forma e discriminazione contro le donne (Cedaw) (4), adottata il 18 dicembre 1979 dall’Assemblea Generale dell’ONU, ed entrata in vigore nel 1981 (ratificata da 187 Paesi, tra cui l’Italia nel 1985) la promozione di misure speciali per realizzare una società non discriminante nei confronti delle donne, in particolare, per quanto attiene alla violenza nei confronti delle donne, l’impegno a provvedere ad adeguati sistemi di protezione e sostegno per le vittime.

Fondamentali passi in avanti sono stati fatti con la Convenzione di Istanbul dell’11 maggio 2011, fortemente voluta dagli stati membri del Consiglio d’Europa, e ratificata in Italia con la legge n. 77 del 19 giugno 2013 (5). Lascia profonda amarezza la decisione della Turchia di qualche giorno fa (20 marzo) di uscire dalla Convenzione di Istanbul, nonostante sia stato il primo Stato ad averla ratificata nel 2012. Una decisione che, riportando le parole del segretario generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejcinovic Buric, “segna un enorme passo indietro che compromette la protezione delle donne in Turchia, in Europa e anche oltre”.

La Convenzione di Istanbul è un documento che presenta le linee fondamentali da perseguire per l’eliminazione e la prevenzione della violenza contro le donne e la violenza domestica. La Convenzione, in particolare, ha stabilito i delitti caratterizzati da violenza contro le donne (violenza psicologica; atti persecutori; violenza fisica; violenza sessuale (compreso lo stupro), matrimonio forzato, mutilazioni genitali femminili, aborto e sterilizzazione forzati, molestie sessuali, delitti d’onore), richiedendo agli Stati firmatari di includerli nelle proprie legislazioni.

Oltre a costituire il “primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza”, la Convenzione definisce la violenza contro le donne una violazione dei diritti umani (come anche ribadito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) nel 2017) e una forma di discriminazione; ha inoltre fornito una definizione di genere, che consiste in un insieme di “ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini”. Altro aspetto di rilievo è la previsione della protezione dei bambini testimoni di violenza domestica.

La definizione di femminicidio fu introdotta per la prima volta nel 1976 dalla sociologa e criminologa  Diana Russell, che ha definito come femminicidi “gli omicidi di donne da parte di uomini motivati da odio, dal disprezzo, dal piacere o da un senso di proprietà delle donne” (“the murders of women by men motivated by hatred, contempt, pleasure or a sense of ownership of women’ and as ‘thekilling of females by males because they are females”), ovvero “l’uccisione di donne da parte degli uomini in quanto donne”.

Il termine è stato utilizzato anche dall’antropologa Marcela Lagarde, in una visione più ampia, secondo la quale il femminicidio esprime “la forma estrema della violenza di genere contro le donne, prodotto dalla violazione dei suoi diritti umani in ambito pubblico e privato attraverso varie condotte misogine” e costituisce l’ultimo atto all’interno di un ciclo della violenza.

Dunque, in linea con quanto previsto dalla Convenzione di Istanbul, la definizione di “femminicidio”, nella quale ricadono gli omicidi compiuti da uomini che uccidono una donna in quanto tale, racchiude componenti quali la diseguaglianza di genere e la motivazione di genere dell’omicidio

E ancora, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere (European Institute for Gender Equality) definisce il femminicidio come “l’uccisione di una donna da parte di un partner intimo e la morte di una donna come risultato di una pratica dannosa per le donne” (“the killing of a woman by an intimate partner and the death of a woman as a result of a practice that is harmful to women”). 

In attuazione di quello che è stato un percorso graduale di riconoscimento delle tutele necessarie per l’eliminazione e la prevenzione della violenza contro le donne, in Italia sono stati adottati diversi provvedimenti legislativi quali: la legge n. 66 del 15 febbraio 1996, che ha introdotto nuove norme sulla “violenza sessuale”, novellando il codice penale e rubricando questo reato tra i delitti contro la persona; la legge n. 38 del 23 aprile 2009, che ha riconosciuto ed introdotto nel codice penale il reato di atti persecutori (cd. stalking); il decreto legge n. 93 del 14 agosto 2013 (cd. legge sul femminicidio), che ha rafforzato la tutela giudiziaria e il sostegno alle vittime di violenza di genere; la legge n.69 del 19 luglio 2019 (cd. Codice rosso), che ha inasprito alcune pene per delitti già codificati, ne ha rimodulato le aggravanti, ha introdotto nuove fattispecie di reato. 

Nonostante i diversi interventi legislativi in materia, compresi i recenti interventi volti al finanziamento dei centri antiviolenza e a supporto di iniziative di sensibilizzazione nei confronti della violenza contro le donne (ad esempio si pensi alla campagna di sensibilizzazione promossa dalla Polizia di Stato “Questo non è amore”) vi è ancora molta strada da percorrere per una efficace tutela delle vittime e per la diffusione di una cultura che rispetti la dignità di ogni essere umano.

Focus fondamentale rimane poter riuscire a raggiunge il più possibile le vittime di violenza, aiutarle a comprendere il proprio vissuto e sostenerle nel percorso da affrontare per uscire dal ciclo della violenza. Sono certamente fondamentali campagne di informazione, formazione e sensibilizzazione che, come sottolineato dalla ministra Cartabia, supportino quel cambiamento necessario all’estirpazione della “cultura della violenza”.

Dunque, è necessario un impegno concreto che, da un lato, vede protagoniste le vittime, per le quali si rende necessaria una tutela reale, attraverso l’adozione di strumenti di intervento sociale. 

Dall’altro lato occorre intervenire in modo capillare, affinché si radichi profondamente la cultura del rispetto della dignità umana; occorre innescare un profondo cambiamento socio-culturale, a prescindere dal genere e nel rispetto delle differenze di genere, attraverso programmi di formazione e sensibilizzazione, soprattutto a partire dalle prime fasce d’età.  

Non dimentichiamo che vittime di violenza, come riconosciuto e sottolineato nella Convenzione di Istanbul, spesso sono anche i bambini testimoni di violenza domestica, che talvolta rimangono orfani proprio a seguito di “femminicidio”.

In tale contesto, ben venga la presa di coscienza da parte degli uomini rispetto alla responsabilità che tutti hanno nel perpetrare gesti, comportamenti, linguaggi di una cultura della violenza di genere che può portare a fenomeni intollerabili di violenza nei confronti delle donne. Ne abbiamo avuto qualche esempio proprio in occasione della ricorrenza dell’8 marzo, quando gli uomini sono scesi in piazza in moltissime città italiane per dire basta alla violenza contro le donne.

Riprendendo le parole di recente usate da Michela Murgia “Il femminicidio, prima e più di una morte, è un processo di negazione e controllo. “Ti ammazzo” è la sua conclusione e diventa qualcosa di più di una minaccia solo quando tutte le altre parole e azioni sono già state agite.”

Note

  1. https://www.istat.it/it/archivio/253296
  2. https://www.istat.it/it/archivio/250804
  3. https://www.1522.eu/
  4. https://www.ohchr.org/en/hrbodies/cedaw/pages/cedawindex.aspx
  5. https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DOSSIER/0/750635/index.html?part=dossier_dossier1-sezione_sezione2-h2_h22
  6. https://www.poliziadistato.it/statics/28/2020-impag-1_32-opuscolo-polizia-definitivo.pdf

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