Intervista a Francesco Ghezzi

… un gentiluomo di teatro.

Il 27 marzo è stata la Giornata Mondiale del Teatro.

Istituita a Vienna nel 1961 durante il IX Congresso mondiale dell’Istituto Internazionale del Teatro, su proposta di Arvi Kivimaa a nome del Centro Finlandese, a sostegno delle arti di scena, questa giornata è celebrata dal 1962 dai Centri Nazionali dell’I.T.I. che esistono in un centinaio di paesi del mondo.

L’I.T.I. da sempre cerca ‘di incoraggiare gli scambi internazionali nel campo della conoscenza e della pratica delle Arti della Scena, stimolare la creazione ed allargare la cooperazione tra le persone di teatro, sensibilizzare l’opinione pubblica alla presa in considerazione della creazione artistica nel campo dello sviluppo, approfondire la comprensione reciproca per partecipare al rafforzamento della pace e dell’amicizia tra i popoli, associarsi alla difesa degli ideali e degli scopi definiti dall’U.N.E.S.C.O.’.

Ogni anno, una personaggio del mondo del teatro, o una figura nota per le sue qualità di cuore e di spirito, viene invitata a lanciare un messaggio sul tema del Teatro e della Pace tra i popoli. Nel 1962 fu Jean Cocteau l’autore del primo messaggio internazionale.
Quest’anno è stata la volta di Helen Mirren, una delle attrici più conosciute e apprezzate, con una carriera internazionale che abbraccia teatro, cinema e televisione, vincitrice dell’Oscar nel 2007 per la sua interpretazione in The Queen.
Questo è un momento così difficile per lo spettacolo dal vivo e molti artisti, tecnici, artigiani e artigiane hanno lottato in una professione già piena di insicurezze.
Forse questa insicurezza sempre presente li ha resi più capaci di sopravvivere, con intelligenza e coraggio, a questa pandemia.

La loro immaginazione si è già tradotta, in queste nuove circostanze, in modi di comunicare creativi, divertenti e toccanti, naturalmente soprattutto grazie a internet.
Da quando esistono sul pianeta, gli esseri umani si sono raccontati storie. La bellissima cultura del teatro vivrà finché ci saremo.
L’urgenza creativa di scrittori, designer, danzatori, cantanti, attori, musicisti, registi non sarà mai soffocata e nel prossimo futuro rifiorirà con una nuova energia e una nuova comprensione del mondo che noi tutti condividiamo. Non vedo l’ora!
(Traduzione di Roberta Quarta del Centro Italiano dell’International Theatre Institute).

L’urgenza creativa citata da Helen Mirren è sicuramente la stessa necessità creativa alla base dei progetti artistici che Francesco Ghezzi porta avanti da molti anni.
Progetti di grande levatura come quello condiviso con Silvia Zacchini: la Compagnia Teatrale Kabukista.

Kabukista propone lavori che hanno alla base tematiche di interesse sociale: i diritti umani, la lotta contro la discriminazione, la non violenza e la memoria storica come patrimonio comune.
In alcuni laboratori proposti, si esplorano le molteplici possibilità e potenzialità del rapporto voce/corpo e la corrispondenza tra gesto fisico e gesto sonoro, alla ricerca della propria voce, elemento dalle mille sfaccettature.
Un percorso tra la voce naturale, il ritmo, la forma, il flusso, …
Tematiche trattate dal grande Demetrio Stratos che nel 1978 lascia gli Area per dedicarsi alla sola ricerca vocale. Ricerca che, grazie agli studi delle modalità canore dei popoli asiatici e grazie alle tecniche acquisite ed gli studi del Cnr, riesce a raggiungere risultati tuttora ineguagliati.

La parola Kabuki è formata dagli ideogrammi: 歌 ka (canto), 舞 bu (danza), 伎 ki (abilità) che corrispondono anche all’equivalente fonetico del verbo “essere fuori dall’ordinario”.

Il Teatro è inteso come una forma di resistenza, dove conta più il percorso che la meta, dove l’unica costante è la ricerca di verità.

Che cosa ci tiene lì, sulla “scena”, contro ogni buon senso? Forse il tentativo di condividere con gli altri, con il “pubblico” – un mondo in miniatura seduto dall’altra parte della linea – il viaggio che facciamo tutti insieme, come esseri viventi, proprio in questo momento; un’immagine che ci faccia sentire ed essere veri; un gruppo di lavoro in cui ciascuno si senta e sia davvero libero, perché si possa diventare un unico corpo, un’unica voce.

Realizzare un furto di tempo, moltiplicare lo spazio avuto in sorte – tutta una vita in un’ora di spettacolo – raccontare una storia che sia universale, diventare un tramite in un rito di conoscenza e condivisione.
Percepire il proprio posto del mondo.

La vita che si avverte fluida e potente, la sensazione di libertà, il gusto contagioso, come una risata profonda che si sente salire dall’interno, qualcosa che sta tra la paura e la felicità.’

Il metodo utilizzato per i corsi si basa sul sistema di Stanislavskij, filtrato dalle ricerche di Jerzy Grotowsky, Eugenio Barba, Lee Strasberg e dalle esperienze dei maggiori pedagoghi teatrali del Novecento.

Ricerchiamo una recitazione realista, che permetta di vivere in scena una vera esperienza di vita, per creare personaggi vivi, per agire e reagire in maniera organica, smettendo di “recitare” e iniziando a essere.’

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